Equilibrio precarioL’Italia dipende troppo dai consumi e ora le conseguenze si fanno sentire

Puntuali sono arrivate le previsioni autunnali della Commissione Europea sull’economia dei Paesi dell’Unione e per il nostro Paese, come era facile immaginare, le prospettive non sono positive

Pixabay

Se in primavera la stima per l’Italia era di un calo del Pil del 9,5%, ora si parla di un -9,9%. Si tratta di un peggioramento che probabilmente alla luce della seconda ondata di Covid anche il governo italiano, finora più ottimista, dovrà sottoscrivere. Solo la Spagna, per cui è previsto un crollo del 12,4% fa peggio, mentre per la Germania a Bruxelles vedono una recessione meno dura di quella stimata in primavera. Si passa da un -6,5% a un -5,6%

Chiaramente a trascinare verso il basso le previsioni vi sono i numeri sulla domanda interna, in particolare quella privata, visto che la spesa pubblica sarà per una volta anticiclica e per contrastare la crisi sarà in crescita.

La domanda privata invece calerà del 10,5% nel nostro Paese, dell’8,2% nel complesso della UE e del 7,2% in Germania.

Sono molti i motivi per cui in Italia il calo dei consumi è maggiore, c’entra la fragilità pre-esistente dell’economia e in particolare della domanda, il fatto che a soffrire maggiormente della crisi sono stati proprio quei lavoratori a basso reddito, e con una maggiore propensione marginale ai consumi, c’entra la minore fiducia e la maggiore incertezza di cittadini e imprese.

Ma ha importanza anche un fatto, il maggior peso di quei consumi che più di altri sono stati danneggiati dalla crisi economica provocata dal Covid, prima di tutto quelli in alloggi (alberghi, appartamenti da vacanza ecc) e ristorazione.

In Italia ammontano al 10,4% del totale, e costituiscono il 6,3% del PIL, decisamente più che nel resto dell’Unione in media. E fatto più rilevante, la loro importanza è cresciuta in modo pressoché costante nel tempo rispetto agli anni ‘90 quando non vi erano apprezzabili differenze rispetto alla media europea.

Dati Eurostat

Alla base di questo trend vi è un generale cambiamento delle preferenze della popolazione, in particolare tra i giovani, un mutamento sociale che ha portato a prediligere i consumi esperienziali, appunto la cena fuori, i viaggi, il turismo che al settore ristorazione sono strettamente legati, da altri più tradizionali, di beni tangibili.

E poi vi è il fatto che in generale i consumi, come i redditi, sono aumentati molto meno in Italia negli ultimi 25 anni, solo del 16,9% tra 1995 e 2019, rispetto a quanto abbiano fatto in Spagna, del 53,5%, in Francia, del 48,6%, in Germania, del 29,1%.

Dati Eurostat

Nell’ambito di questa crescita asfittica, che potremmo chiamare stagnazione se guardassimo solo agli anni ‘2000 e ‘2010, la ristorazione, il turismo e ciò che è affine ha acquistato maggiore importanza.

Anzi, potremmo dire che hanno quasi avuto una funzione di beni inferiori. Si tratta di quei beni il cui consumo aumenta quando cala il reddito perché fungono da sostituti economici ad altri più costosi che non ci si può permettere. Nel caso italiano per esempio da sostituti degli investimenti nell’acquisto di case o di automobili.

Nel nostro Paese in 24 anni è diminuita la quota di consumi destinata a scarpe e abbigliamento, nonché al cibo, mentre a essere cresciuta è quella legata a affitti e utenze, e proprio alloggi e ristorazione. Se nel caso degli affitti c’entri l’aumento dei prezzi in quello della ristorazione invece vi è alla base un cambiamento delle preferenze.

Dati Eurostat

Che per esempio non si è verificato nella stessa misura in Germania. O meglio qui nel contesto di un aumento molto più marcato dei consumi sono cresciuti ancora di più altri, come quelli legati alla salute, alla cultura, ai trasporti.

Dati Eurostat

C’è anche da considerare che l’Italia è tra i Paesi europei in cui i consumi privati contano di più rispetto al PIL, ammontano al 60,9%, contro il 49,9% in Germania, il 52,2% in Francia, e condivide tale primato con alcuni dei Paesi più poveri dell’UE come Croazia, Portogallo, Romania, Bulgaria. È uno dei pochi casi in cui in 24 anni questo peso è aumentato invece di diminuire.

È un effetto collaterale del declino economico che ha visto andare a picco il risparmio, gli investimenti, sia pubblici che privati, e quindi fatto dipendere il nostro PIL dai consumi più che altrove.

Dati Eurostat

Coloro che in modo un po’ retorico invocano sempre la supremazia dei redditi sul capitale, dell’”economia reale” su quella finanziaria dovrebbe essere soddisfatto, in Italia di capitale in circolo ce n’è pochissimo, di conseguenza anche di investimenti, peccato che non traiamo beneficio dalla cosa, anzi.

Con la crisi pandemica è apparso chiaro che a causa di questa debolezza, perché tale è in realtà, siamo più vulnerabili, siamo più legati a consumi effimeri, molto elastici, e guarda caso quelli più impattati dai lockdown.

Quando tutto sarà passato c’è da sperare che verrà considerato decisivo guardare a una politica industriale che rafforzi il digitale e la manifattura ad alta tecnologia.

Un Paese avanzato non può dipendere così tanto da come vanno i ristoranti del centro o della riviera, anche per il bene degli stessi ristoranti e dei loro lavoratori. Che non mancano certo in Germania o in Danimarca, ma il punto è che essendo in Paesi che invece fondano le proprie fortune maggiormente su altro, per esempio su solide multinazionali, possono permettersi sostegni, o come si dice adesso “ristori”, decisamente migliori in tempo di emergenza.

 

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