Trump o BidenCome si sono schierati i leader europei nelle elezioni presidenziali americane

La Commissione aveva invitato tutti i capi di Stato e di governo ad astenersi, ma esprimere il supporto a uno dei candidati è anche un messaggio volto ai propri elettori. Forse per questo motivo il premier sloveno Janez Janša ha entusiasticamente assegnato la vittoria al candidato repubblicano già la mattina di giovedì. Non è stato l’unico

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Joe Biden è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Ma come previsto, il vincitore delle elezioni presidenziali Usa non è emerso già durante la nottata del voto. Soprattutto a causa del gran numero di suffragi inviati per posta, in alcuni Stati decisivi non è stato ancora possibile annunciare se l’abbia spuntata Donald Trump o Joe Biden. Come suggerito dalla Commissione europea, in quelle ore pressoché tutti i leader dei 27 paesi Ue si sono allora astenuti dal rilasciare dichiarazioni ufficiali di congratulazioni a uno dei due candidati per evitare di inimicarsi l’eventuale sfidante, qualora poi prevalesse alle urne.

Il mantra è stato duplice: «aspettiamo i risultati definitivi» e «collaboreremo con chiunque vincerà le elezioni». Il rapporto con gli Usa è troppo importante per qualunque Stato per rischiare di comprometterlo con una scelta di campo troppo precipitosa. Non vale solo per gli europei: anche il premier israeliano Nethanyahu, notoriamente affine a Trump, ha abilmente evitato di schierarsi, rispondendo in modo molto elusivo a una domanda tendenziosa rivoltagli dal presidente americano dopo la sigla dell’accordo Israele-Sudan.

Per i politici europei esprimere o meno il proprio supporto a un candidato americano è un messaggio rivolto in primis all’elettorato interno, non tanto a quel candidato o agli elettori americani, anche perché l’eventualità che il sostegno pubblico di un politico Ue sposti voti oltreoceano è abbastanza remota.

In virtù del profondo divario ideologico (e caratteriale) tra i due candidati, questa tornata presidenziale è stata presentata come la scelta tra due futuri marcatamente divergenti: multilateralismo o sovranismo; lotta al cambiamento climatico o sfruttamento intensivo delle risorse; integrazione o emarginazione delle minoranze; progresso o conservazione.

Tuttavia, i posizionamenti (anche ufficiosi) non sono dettati solo dall’affinità ideologica. Contano anche altre motivazioni, meno visibili, come le esigenze geopolitiche, la cultura politica e l’esperienza storica di un paese.

Per alcuni paesi sotto perenne minaccia da parte di vicini ingombranti, l’interessamento degli Usa è una garanzia fondamentale. Alcuni leader possono quindi trovarsi d’accordo con The Donald su varie questioni (immigrazione, difesa del valori tradizionali, linea dura con la Cina), ma temere comunque le conseguenze del suo “America first”. È il caso, per esempio, di Grecia e Cipro, dove qualunque governo necessita del massimo supporto internazionale – ovvero degli Usa – per contrastare le mire della Turchia. Lo stesso vale per i paesi più russofobi del blocco, come la Polonia e i tre baltici.

Anche la collocazione ideologica, inoltre, ha sfumature più complesse di quanto la dicotomia europeisti/sovranisti potrebbe lasciar intendere. Gli europeisti più ambiziosi potrebbero non vedere di cattivo occhio un ritiro di Washington dalla scena internazionale, interpretandolo come la possibilità per l’Ue di aumentare la propria rilevanza, smarcandosi da Washington. “Durante la presidenza Trump l’Ue ha imparato a camminare da sola”, ha affermato, per esempio, l’ex Alto Rappresentante Ue Federica Mogherin e.anche l’ex presidente dell’ex partito europeo Alde (oggi Renew) Guy Verhofstadt si è pronunciato in tal senso. Non son gli unici: dato molto più rilevante, anche il ministro dell’Economia tedesco Peter Altmaier ha ribadito che, a prescindere dal vincitore, l’Ue deve difendere i propri interessi.

Allo stesso modo, nelle società europee persistono sacche di antiamericanismo, soprattutto presso l’estrema destra, che – sebbene per motivi opposti – vedrebbero con lo stesso favore la diminuzione dell’influenza americana nel Vecchio continente. Per queste settori ciò potrebbe preludere a un avvicinamento alla Russia e dunque all’emersione di un polo eurasiatico alternativo a Usa e Cina.

Poiché, a prescindere da chi trionferà alle elezioni americane, pare inverosimile che gli Usa abbandonino realmente l’Europa al suo destino, queste aspirazioni sono però destinate a rimanere tali.

Fatte queste precisazioni, come si sono espressi finora i governi dei 27 paesi che siedono al Consiglio europeo, prima o dopo il voto?

Germania: la cancelliera Angela Merkel (Ppe) non si è espressa, ma lo hanno fatto due esponenti di primo del suo governo. Il ministro dell’Economia Olaf Scholz (Spd) ha dichiarato che “tutti i voti devono essere contati” e la ministra della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer si è detta preoccupata di un’imminente “crisi costituzionale” che potrebbe travolgere gli Usa. Inoltre, il presidente del Partito popolare europeo (Ppe) Manfred Weber ha ricordato l’importanza per l’Europa di evitare la polarizzazione oggi visibile nella società americana. Affermazioni che lasciano trapelare una pur indiretta critica al presidente uscente; 

Francia: unanimemente ascritto al fronte pro-Biden, il presidente Emmanuel Macron (Renew) non si è espresso. Ci ha però pensato il ministro delle Finanze Bruno Le Maire affermando: «Gli Usa non sono stati un partner amichevole per l’Ue». Marine Le Pen, leader del partito di estrema destra Front National, ha invece dichiarato che l’elezione di Trump sarebbe preferibile per la Francia,

Polonia: il premier Mateusz Morawiecki (Conservatori e Riformisti Europei, Cre) non si è espresso, ma non è un mistero che il suo governo speri in una vittoria dei repubblicani, come reiterato anche dall’ex ministro degli Esteri Witold Waszczykowski. Questo nonostante i timori che Trump fraternizzi davvero con la Russia, come aveva promesso durante la precedente campagna elettorale e ha cercato – a sprazzi – di fare nei successivi quattro anni. 

Romania: il presidente Klaus Iohannis (Ppe) non si è espresso, ma nell’ultimo periodo l’intesa Bucarest-Washington si è intensificata, specialmente nel campo della difesa, a causa dell’aumentata aggressività della Russia nel Mar Nero. Lo stesso Iohannis si è incontrato due volte con Trump. 

Paesi Bassi: il premier Mark Rutte (Renew) non si è espresso, ma era stato suo malgrado arruolato nel fronte anti-Trump, dopo esser comparso in uno spot pro-Biden dove lo si vedeva motteggiare Trump assieme ad altri leader.

Cechia: il premier Andrej Babiš (Renew), spesso paragonato (suo malgrado) a Trump, non si è espresso, ma secondo gli addetti ai lavori una presidenza americana più coerente e affidabile lo aiuterebbe a emarginare la fazione filorussa e filocinese che oggi ha gioco facile a ricattarlo minandone l’azione di governo.

Svezia: pur non sbilanciandosi in un endorsement troppo esplicito, il premier Stefan Löfven (Socialisti & democratici, S&d) ha ribadito in un post su Facebook che il suo partito ha molti punti in comune con i democratici Usa su temi come diritti dei lavoratori, clima e cooperazione internazionale.

Ungheria: il premier Viktor Orbán (Ppe) ha sostenuto apertamente Trump, descrivendosi come un suo precursore, ma mercoledì pomeriggio un portavoce del suo governo si è detto “pessimista” rispetto alla possibilità di riconferma del tycoon alla Casa Bianca. 

Slovacchia: il premier Igor Matovič (Ppe) non si è espresso, ma negli ultimi tempi Bratislava si è ulteriormente avvicinata all’Ue, intraprendendo il percorso opposto rispetto a Ungheria e Polonia; 

Slovenia: unico tra tutti i leader Ue, il premier Janez Janša (Ppe) ha entusiasticamente assegnato la vittoria al candidato repubblicano già la mattina di giovedì. 

Lettonia: il premier Arturs Krišjānis Kariņš (Ppe) non si è espresso, ma – curiosità – è nato e cresciuto proprio a Wilmington, in Delaware, la cittadina dove Biden abita da decenni. 

Gli altri leader Ue – Pedro Sánchez (Spagna – S&d), Alexander de Croo (Belgio – Renew), Kyriakos Mitsotakis (Grecia – Ppe), António Costa (Portogallo – S&d), Sebastian Kurz (Austria – Ppe), Boyko Borissov (Bulgaria – Ppe), Mette Frederiksen (Danimarca), Sanna Marin (Finlandia), Micheál Martin (Irlanda – Renew), Andrej Plenković (Croazia – Ppe), Gitanas Nausėda (Lituania), Jüri Ratas (Estonia – Renew), Nicos Anastasiades (Cipro – Ppe), Xavier Bettel (Lussemburgo – Renew), Robert Abela (Malta – S&d) – non hanno assunto una posizione netta e non esistono particolari elementi, diversi dall’affiliazione partitica, che permettano di identificare quale candidato sostengano.

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