Breve storia dell’immagineInstagram non c’entra più niente con la fotografia

Con i suoi filtri e la sua estetica, il social ha imposto i canoni della comunicazione visiva contemporanea. Rappresenta l’ultima tappa di un’evoluzione che ha attraversato tre secoli e che, di supporto in supporto, ha modificato il modo in cui viene vissuta e interpretata la realtà

da Pikrepo

Uno degli equivoci più diffusi è considerare Instagram un social di fotografie. È molto di più – anzi: forse è proprio una cosa diversa. Piattaforma che definisce i confini del bello, centro di irradiazione delle mode, luogo per ottenere celebrità o, se si è già famosi, averne conferma a suon di follower e “mi piace” (anche se c’è stata una moderazione negli ultimi mesi sul pulsante e i numeri).

I primi 10 account più seguiti al mondo riguardano attori, sportivi e cantanti. All’11esimo, isolatissimo, c’è il National Geographic, con le sue fotografie naturalistiche. Da lì fino alla 50esima posizione sono ancora celebrità, che si mostrano al mare, mentre mangiano, mentre ballano.

La titubanza dei fotografi professionali di fronte al nuovo mezzo è nota: un po’ per snobismo, un po’ per istinto di conservazione, per anni hanno preferito tenersi alla larga. Instagram, grazie ai progressi della tecnologia, metteva nelle mani di chiunque avesse uno smartphone la possibilità di scattare immagini di altissima qualità e, soprattutto, modificarle e migliorarle con i filtri.

Questo permetteva di diffondere un’aura di bellezza (o meglio, di qualità nella resa estetica) su qualsiasi oggetto della vita quotidiana. Ogni istante, ogni soggetto, ogni elemento della realtà veniva trasformato e reso più piacevole. Per un fotografo serio questo rappresentava l’opposto della sua professione e, ancor meno della sua arte.

Ma appunto, si tratta di un equivoco. Instagram non è una raccolta di fotografie, è un luogo virtuale in cui, come dice Vincent Jolly su Le Figaro, «si definisce la grammatica visiva di tutta un’epoca».

Non è una novità: fin dalla sua invenzione, la fotografia ha cambiato i connotati del modo di vedere, di pensare e di rappresentarsi delle persone. I primi esperimenti – che richiedevano ore di posa – regalavano ai protagonisti la sensazione di essere «come nobili e re», scrive Marc Lambron sempre su Le Figaro, assumendo al tempo stesso una funzione di memoria e di testimonianza. I dagherròtipi fissano per sempre i tratti delle persone e dimostrano, con la loro stessa presenza, la loro esistenza. Una formula quasi monumentale.

Poi, altra evoluzione: la fotografia diventa più veloce, il suo sviluppo anche. È l’epoca in cui nasce l’immagine dell’istante. Si cattura il momento reale, non la posa preordinata. Prevale l’idea dell’intimità come espressione dell’autenticità. Viene perfino inventata un’estetica dell’autenticità, fatta di situazioni rubate: il profeta di questa rivoluzione nella rivoluzione è il berlinese Erich Solomon, che munito della sua Leica riesce a ritrarre le personalità del suo tempo in momenti non ufficiali.

Ecco allora le sue fotografie di Édouard Herriot e Aristide Briand o, Mussolini, colti nell’espressione della loro naturalezza. La sua è l’anima del paparazzo ma anche dello scardinatore di segreti: entra nella Corte Suprema degli Stati Uniti e scatta fotografie (cosa proibitissima) per illustrare a tutti come funzionano i rituali della giustizia americana.

È la nascita del gossip – cose normali che capitano a persone eccezionali – e della cronaca quotidiana. È la fase Kodak, in cui basta uno scatto per monumentalizzare, solo per il fatto di viverlo, il ricordo di un’azione normale.

La conseguenza è che ognuno, dotato di una macchina fotografica, può trasformarsi in un cronista della propria vita. Documentare gli incontri, gli eventi, le persone.

Lo stesso Lombron ammette di farlo, «giro sempre con una macchina in tasca». È un modo di fissare il presente raddoppiandolo e, in un certo senso, «di anticipare il passato». Ma lui non va su Instagram: il suo archivio privato rimane privato.

È qui l’evoluzione più recente: planando sul nuovo mezzo, moltiplicando all’infinito (o quasi: unico limite è la capienza della memoria digitale) la possibilità di ottenere immagini di un istante, ne ha moltiplicato anche il potenziale.

Non si tratta più di documentare una esistenza, si tratta di inventarne una nuova, definita dalla forma verticale (ormai diventata formato corrente anche per alcuni fotografi professionisti, che hanno deciso di sposarne – perché essere snob? – le possibilità e raggiungere risultati artistici seri, oltre che un pubblico impensabile fino a poco tempo prima), dai filtri preinstallati e dagli scopi stessi per cui viene impiegata.

Certo, con Instagram è nato l’account a lista (Peter Young ne ha fatto uno sui tappeti e le moquette che incontrava nella sua vita), l’idea della fotografia come collezione di momenti, la serialità diffusa, la ripetitività, con la classica vertigine definita da Umberto Eco.

Ma grazie all’interazione instantanea che affianca le immagini, alla possibilità di seguire e di essere seguiti, al pulsante “mi piace” è nata anche una nuova professione: quella dell’influencer.

Punto di incontro tra modello/a e testimonial, nasce proprio dalla mescolanza di realtà e finzione, di immagini di vita vissuta reale e quotidiana e scatto messo in scena. Il confine si è dissolto e in mezzo si è inserita la pubblicità.

È qui, sostiene Le Figaro, che si è decisa l’ulteriore separazione tra Instagram e la fotografia. Sono due cose diverse e ognuna ha preso la sua strada. Quella di Instagram la conosciamo. Quella della fotografia non ancora. Ma è probabile che porterà a una nuova, ennesima rivoluzione.

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