L’età del caos non è finitaI prossimi dieci anni? Saranno segnati dal caos e dalla lotta tra le élite, dice Peter Turchin

Secondo l’ex studioso di scienze naturali convertito in storico, alla base delle tensioni in America sarebbe l’alto numero di membri della classe dirigente privi di una posizione adeguata per i loro studi. Un confronto che rischia di far collassare la società. Ma non tutti sono d’accordo con il suo metodo di analisi

AP Photo/Charlie Riedel, File

Il pandemonio del 2020 era già stato previsto. Le manifestazioni in strada negli Stati Uniti, le divisioni del corpo elettorale, l’inquietudine costante erano tutte nel modello del professor Peter Turchin, dell’Università del Connecticut, che da anni cerca di applicare metodi matematici nello studio della disciplina più umanistica di tutte, cioè la storia, per individuare regole generali.

Sulla base delle sue osservazioni era stato in grado di dire già nel 2010 (in epoca non sospetta) che il 2020 sarebbe stato un anno di tumulti. Con scontri e disordini che – questa è l’avvertenza – dureranno per almeno altri dieci anni. «La tensione potrebbe raggiungere gli stessi livelli di caos degli anni ’60 e ’70. Oppure, nel peggiore dei casi, sfociare in una guerra civile». Di sicuro, almeno «cinque anni d’inferno sono garantiti». Gli Stati Uniti sono diretti verso l’iceberg e nessun processo democratico (troppe discussioni, spiega) riuscirà a fermarlo in tempo.

Come racconta molto bene questo articolo di The Atlantic, che ha dedicato al professore un denso ritratto, Peter Turchin è tenuto ai margini dagli altri accademici. Il suo lavoro è visto con sospetto se non con derisione: la ricerca di leggi generali con metodi matematici, si ritiene, non sarebbe in grado di rendere conto della complessità delle società umane, delle loro evoluzioni e cambiamenti del tempo. È un oggetto di studio troppo vasto – cioè irriducibile – per essere spiegato attraverso pochi principi universali. Turchin non dà loro peso: da un lato la sua previsione di dieci anni prima si è rivelata azzeccata (e questo ha tolto a molti il sorriso). Dall’altro la sua stessa esperienza scientifica del passato sembra dargli conferme sufficienti.

Russo, nato nel 1957 a Obninsk da due professori universitari, Turchin si trasferisce con la famiglia a Mosca a sette anni e poi, nel 1978, sono tutti a New York come rifugiati politici. Qui studia biologia alla New York University e ottiene un Phd alla Duke in zoologia con una tesi sullo scarabeo dei fagioli messicano.

Il suo primo interesse è la natura. È l’epoca in cui l’ecologia conosce una improvvisa evoluzione. Turchin contribuisce a suo modo: sia con lavori sul campo sia cercando di elaborare modelli matematici per definire i comportamenti di alcune specie animali, tra cui lo scarabeo del pino (perché riesce a conquistare una foresta nel giro di poco? Perché poi scompare?), i lemmings e gli arvicoli.

I suoi lavori e il suo metodo lo portano a raggiungere alcune conclusioni a suo avviso definitive. Individua quelle che considera delle leggi generali di alcune comunità naturali. Vede il ripetersi di certi principi e riesce anche a prevederne l’occorrenza. A quel punto, per lui, il mistero del comportamento degli animali «era risolto». Pubblica una monografia finale nel 2003 (“Complex Population Dynamics: A Theoretical / Empirical Synthesis) e lascia il settore (ma tiene la tenure).

È una sorta di crisi di mezz’età, scherza. Ma anziché lasciare la vecchia moglie per una giovane studentessa preferisce abbandonare la vecchia disciplina per interessarsi a una nuova. Il suo nuovo obiettivo è la storia, una delle poche materie che ancora sfuggivano a quel processo di matematizzazione che, a suo avviso, avevano (o avrebbero) subito tutte.

Forte della sua esperienza nel campo naturalistico, comincia a elaborare modelli e funzioni per definire il funzionamento della società umana. Inventa una nuova disciplina, battezzata da lui stesso “Cliodinamica” (Clio è la musa della storia, e la dinamica – be’ si capisce) e dopo avere messo in piedi un enorme archivio di dati storici e archeologici, si lancia in alcune considerazioni. Il problema è che ci azzecca.

«Il problema degli Stati Uniti è la “sovrapproduzione di élite”», spiega. «Questo è il motore alla base del rancore sociale». Disdegnando le analisi sugli operai perduti della rust belt e le varie hillbilly elegy che si sono succedute dal 2016 a oggi per dare una spiegazione alla vittoria di Donald Trump, il professore punta verso un’altra direzione. «Oggi in America i membri delle classi dominanti aumentano di numero in modo più veloce rispetto alla produzione di posizioni che possono occupare».

Per capirsi: un modo in cui una classe dominante può crescere è, ad esempio, biologico (quello che accade in Arabia Saudita, dove nascono più principi rispetto ai ruoli reali che possono essere loro conferiti). Negli Stati Uniti, invece, avviene attraverso la mobilità economica ed educativa: nel corso degli anni, insomma, si è accresciuto il numero delle persone ricche e di quelle istruite (un bene) ma le posizioni di lavoro e di potere sono rimaste le stesse (un male). Da qui scaturirebbero le tensioni.

Lo si vede tutti i giorni: sono sempre di più le persone che aspirano a entrare in uno studio di avvocati prestigioso, in una agenzia governativa, in un magazine nazionale. «Siamo nella situazione in cui sono molti membri dell’élite che lottano per le stesse posizioni. Alcuni di loro si convertono e danno vita a contro-élite».

Ecco allora Donald Trump, che è senza dubbio élite, e il trumpismo, che è invece contro-élite. Lo dimostrano i nomi che aveva scelto per la sua amministrazione (quasi tutti estranei ai precedenti governi) e, soprattutto, lo dimostra il paradigma per eccellenza: Steve Bannon, ex famiglia operaia, laurea in pianificazione urbana, master sulla Sicurezza nazionale, ottiene un MBA a Harvard, presta servizio sette anni in marina, lavora a Goldman Sachs, fa i soldi come banchiere di investimento e come produttore esecutivo cinematografico. Sarebbe élite, ma nessuno di questi suoi traguardi si è tradotto in potere politico. Finché non «si è alleato con l’uomo comune».

È questo il terzo protagonista della storia: di fronte al duello tra élite e contro-élite, l’uomo della strada rimane in genere neutrale. A meno che le sue condizioni di vita «non abbiano visto un peggioramento rispetto agli standard degli anni precedenti». Ciò li spinge ad appoggiare le istanze populiste, a dare ragione a quelli che vengono visti come anti-establishment.

La formula è semplice e porta dritto «al fallimento finanziario dello Stato». Chi è al potere cerca di rabbonire la massa facendo debito e regalando soldi. Poi i soldi finiscono e si passa al controllo poliziesco. E infine, al crollo della struttura statale. Così, verrebbe da dire, finiscono le nazioni.

Certo, non si tratta di un destino inevitabile: la politica può intervenire, mettere in campo strumenti per il miglioramento delle condizioni della società e superare la fase più difficile. «La cosa migliore sarebbe contenere il numero dei membri dell’élite e nel frattempo aumentare lo stipendio minimo degli altri lavoratori». Ma come si fa? «Non lo so, non è il mio lavoro», risponde laconico.

Il suo modello di studio ha portato anche ad altri risultati interessanti. Ad esempio sule religioni: secondo la sua analisi, le società più complesse tendono ad avere divinità di riferimento più severe. Ma queste ultime cominciano a essere severe quando le società diventano complesse. Perché? Non è chiaro. Oppure sulla guerra: le società complesse crescono attraverso il confronto bellico. Assunto sgradevole ma, dati alla mano, sembra inappuntabile.

Quello che lo rende più lontano dagli storici di professione, però, non è la matematizzazione della disciplina, né l’impiego di modelli statistici per elaborare previsioni future.

Piuttosto, è lo sguardo ampio sul passato, dall’ispirazione quasi tolstojana e l’approccio anti-progressista. L’uomo è un animale che, di periodo in periodo, tende a ripetere le stesse azioni. Se c’è evoluzione nel campo della scienza e degli studi, sembra dire il modello di Turchin, lo stesso non si può dire per quanto riguarda le dinamiche della società. Con buona pace sia del marxismo sovietico (rigettato ai tempi), che tendeva a un miglioramento lineare, sia di chi considera le democrazie liberali come il punto di arrivo naturale della storia.

È una visione che l’articolo di The Atlantic definisce de-ideologizzata. E in un certo senso Turchin costituisce da solo una sorta di contro-élite nel campo degli studi storici. Per capire se avrà influenza bisognerà aspettare qualche anno. Più o meno gli stessi che occorreranno per verificare se, anche stavolta, ha azzeccato le previsioni.

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