Come si diventa superpotenzeQuando l’America decise di dominare il mondo

L’egemonia degli Stati Uniti nel secondo Dopoguerra non è avvenuta per caso e non è stata soltanto il risultato dell’intervento contro nazisti e giapponesi, ma frutto di una precisa scelta da parte delle élite del Paese e dell’Amministrazione Roosevelt. Oggi le cose sono cambiate, nota lo storico Stephen Wertheim nel suo nuovo libro “Tomorrow, the World” e spiega perché in una lunga intervista al Washington Post

Pixabay

L’opinione pubblica mondiale riflette da tempo sul nuovo ruolo degli Stati Uniti, superpotenza incontrastata dalla caduta del muro di Berlino in poi, e oggi relativamente meno egemone a causa della crescita impetuosa della Cina. La globalizzazione è in gran parte frutto dell’ascesa americana, cominciata dopo la Seconda guerra mondiale in contrapposizione al nazismo e allo stalinismo, rinforzata dalla caduta degli imperi europei e estremamente visibile nel ruolo preminente di Washington in tutte le organizzazioni internazionali.

Secondo lo storico Stephen Wertheim, il processo che ha portato l’America a diventare il numero uno non sarebbe frutto del caso, ma di una “decisione consapevole” che ha sfruttato a proprio vantaggio i vuoti lasciati dagli aspiranti concorrenti. Una scelta che, come spiega al Washington Post in occasione della pubblicazione del suo nuovo libro, “Tomorrow, the World”, sarebbe stata presa dalle élite di Washington non in conseguenza del secondo conflitto mondiale, ma già da prima, e che trova consenso nella popolazione: disporre del più potente e costoso esercito del mondo è, per gli americani, tuttora motivo di orgoglio. Come testimonia il Boston Review, per gli americani l’esercito si conferma l’istituzione più affidabile.

Tuttavia, non è sempre stato così: gli americani hanno vissuto varie fasi nella loro storia, e la volontà di occuparsi in primo luogo del proprio benessere senza interferire in ogni faccenda esterna è sempre stata presente. Questa tendenza è prepotentemente riemersa durante la campagna elettorale del 2016, che aveva rilanciato il dibattito sul ruolo degli Stati Uniti nel panorama globale, ed è stata portata avanti dalla presidenza Trump, che ha basato parte della sua politica estera e interna sull’assunto che l’America non dovesse più essere la “polizia” del mondo. Un atteggiamento di relativa chiusura che non è limitato all’elettorato trumpiano, ma che raccoglie una condivisione ampia in tutti gli orientamenti politici.

Wertheim è molto coinvolto in questo dibattito, non soltanto dal punto di vista storico: pochi anni fa ha contribuito a fondare il Quincy Institute for Responsible Statecraft, un think tank di Washington sostenuto tanto dal finanziere liberale George Soros quanto dal miliardario di destra Charles Koch, che incoraggia la moderazione degli Stati Uniti nella geopolitica e un allontanamento dalla politica estera militarizzata. 

Appena scoppiò la guerra in Europa, racconta Wertheim, il Council on Foreign Relations riunì un centinaio di esperti per elaborare possibili strategie postbelliche. «Furono coinvolti alcuni personaggi particolarmente in vista, come il futuro direttore della Cia Allen Dulles. C’erano anche figure altrettanto influenti ma oggi dimenticate, come Hamilton Fish Armstrong, editore del Foreign Affairs Magazine, e Whitney Shepardson, un uomo d’affari che sognava di unire tutto il mondo anglofono» racconta Wertheim.

Tra i due gruppi, la tesi dei sostenitori di quella che viene definita «postwar dominance», cioè del primato americano costruito nel dopoguerra, prevalse. Non soltanto a causa della necessità di porre fine al pericolo totalitario che stava crescendo in Europa e in Asia, ma anche perché furono molto bravi a presentare l’intervento nella seconda guerra mondiale e la proiezione militare globale negli anni successivi come due facce della stessa medaglia. 

Così facendo, aiutati dall’Amministrazione Roosevelt, che condivideva la stessa impostazione, riuscirono a categorizzare come “isolazionisti” chi invece non sosteneva che gli americani dovessero disinteressarsi del mondo, ma proponeva un’altra strada, non per forza fondata sullo strapotere militare.

Wertheim sostiene che «Non esisteva una tradizione di isolazionismo negli Stati Uniti, punto. I molti americani che si opposero all’ingresso nella seconda guerra mondiale, prima di Pearl Harbor, credevano che gli Stati Uniti dovessero difendere con la forza l’intero emisfero occidentale e credevano che l’impegno americano nel resto del mondo dovesse esser basato sul commercio e su altre  forme di interazione. Molti di loro si consideravano internazionalisti, perché gli internazionalisti aspiravano da tempo a tenersi fuori dal sistema di potere centrato in Europa. E invece questa corrente di pensiero fu etichettata come “isolazionista” da un altro gruppo che decise, sulla scia delle conquiste naziste, che l’ordine mondiale poteva essere assicurato solo attraverso una forza armata preminente. Così, chiedere di frenare il potere militare americano finì per sembrare un atto di egoismo».

Pur riconoscendo che la resa incondizionata delle potenze dell’Asse sia da annoverare tra i più grandi trionfi degli Stati Uniti, Wertheim spiega di voler invitare i lettori a considerare se sia strategicamente sano trovarsi nella situazione in cui è oggi l’America: «La politica estera degli Stati Uniti dovrebbe derivare da un’analisi approfondita degli interessi del popolo americano. Se gli interessi degli Stati Uniti necessitano davvero la preservazione di una capacità militare così elevata, allora i politici dovrebbero agire di conseguenza e mantenerla. Il problema è che gli Stati Uniti ora fondono i loro interessi vitali con la loro posizione di potere nel mondo. E quindi il dominio armato è diventato fine a se stesso. Come molti americani riconoscono, questo atteggiamento riflette una mentalità imperialista e corrompe anche la strategia, perché piuttosto che agire per difendere gli Stati Uniti e garantire le condizioni di prosperità dei cittadini americani, i leader statunitensi agiscono prima di tutto per preservare il dominio mondiale dell’America. L’enorme ruolo mondiale dell’America non durerà per sempre e dovremmo cominciare a occuparci di questo».

Una tesi non molto lontana da quella portata avanti da Donald Trump durante la sua presidenza (forse inconsciamente, come ha sottolineato l’Atlantic), e che in parte probabilmente condivide anche il nuovo presidente Joe Biden. Una similitudine che nota anche Wertheim: «Penso che l’atteggiamento dell’opinione pubblica rispetto a questi argomenti stia cambiando e che i leader politici stiano prendendo nota. Le elezioni di quest’anno sono state le prime in cui entrambi i candidati dei principali partiti hanno riconosciuto che gli Stati Uniti erano impegnati in una guerra “infinita” e hanno promesso di cambiare questa realtà. È uno sviluppo notevole. Sono spesso sorpreso di quanto il pubblico americano sembri pronto per una politica estera più pacifica Detto questo, c’è molto lavoro da fare. Il complesso militare-industriale non è insormontabile, ma esiste ed è influente, quindi la gara non può essere vinta semplicemente con la forza delle idee. Il paese sta appena uscendo, credo, da un periodo storico di “depoliticizzazione” che circonda il suo ruolo globale».

Un’America meno ideologica, che potrebbe aiutare Joe Biden a ripristinare la credibilità degli Stati Uniti nel mondo.

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