Back to the '90s?Il soft power dell’Italia nei Balcani occidentali per colmare il vuoto lasciato da Bruxelles

Il nostro Paese avrebbe in teoria considerevoli risorse economiche, diplomatiche e culturali per ritornare da protagonista nella regione, in una fase in cui l’Unione europea pare aver smarrito la carica propulsiva necessaria a condurre il processo di allargamento

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Come già ricordato da Linkiesta, negli ultimi anni l’Italia ha mostrato un crescente disinteresse verso la regione balcanica, un’area dove geografia, storia, cultura e geopolitica imporrebbero a Roma una presenza di primo piano. Dopo esser stata tra i protagonisti più attivi durante gli anni ’90, l’Italia si è progressivamente allineata all’azione dell’Ue, persuasa che il proprio interesse nazionale possa coincidere in toto con quello comunitario.

Questo colpevole lassismo spacciato per europeismo maturo, unito al fatto che nel XXI secolo lo sguardo del mondo si è trasferito su teatri diversi da quello balcanico, ha fatto sì che Roma sprecasse quote cospicue del patrimonio accumulato negli anni, fatto di buone relazioni, simpatia delle popolazioni locali e radicata presenza economica, non riuscendo a convertirlo in un prolifico strumento di soft power. 

Questo vuoto pneumatico è stato accompagnato, e in parte forse influenzato, dal calo dell’attenzione che l’opinione pubblica nostrana ha dedicato a questa regione, dove invece la società civile italiana si era distinta per un’azione tempestiva e generosa a supporto delle popolazioni colpite dai conflitti con sui si dissolse la Federazione jugoslava. Le testimonianze di persone come l’europarlamentare Alex Langer o il giornalista Luca Rastello, così come le tragiche vicende degli attivisti che in Bosnia Erzegovina lasciarono la vita (Gabriele Moreno Locatelli, Fabio Moreni, Sergio Lana e Guido Puletti), restano prova tangibile dell’impegno profuso dalla galassia associazionista italiana in quella guerra in casa

Nel tentativo di invertire questa tendenza e riesumare l’assertività perduta, quest’anno il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale ha coinvolto due think tank – Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e Cespi – nell’iniziativa “La prospettiva bilaterale tra Italia e Balcani occidentali: evoluzione e raccomandazioni per il rilancio, un progetto finalizzato a stimolare il «rilancio della prospettiva bilaterale [italiana] nel quadro della politica di allargamento».

La base di partenza del ragionamento è che, poiché oggi più o meno tutti, tranne forse la Russia, riconoscono l’entrata nell’Ue come l’evoluzione più auspicabile per i sei Stati dei Balcani occidentali (Serbia, Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord, Montenegro e Kosovo), questo obiettivo non può rappresentare il perno della politica estera italiana. Roma dovrebbe prima comprendere e poi perseguire le proprie priorità, non in opposizione a quelle dell’Ue ma in modo complementare.

I report prodotti tramite questo programma ripartono allora dalla mappatura delle considerevoli risorse – economiche, diplomatiche e culturali – su cui potrebbe contare l’Italia, per provare a immaginare un suo ritorno nei Balcani occidentali da protagonista, in una fase in cui Bruxelles pare aver smarrito la carica propulsiva necessaria a condurre il processo di allargamento, il cosiddetto enlargement fatigue.  

L’analisi intitolata “La proiezione politica, economica e culturale dell’Italia in Albania, Serbia e Bosnia-Erzegovina: tra interesse nazionale e interesse europeo, curata da Dario d’Urso (Cespi), si concentra sui tre Stati più importanti e popolosi della regione, ognuno a uno stadio diverso del processo di adesione: Belgrado ha già aperto i negoziati nel 2014, Tirana dovrebbe aprirli a brevissimo, Sarajevo resta ancora lontana da questo traguardo. L’obiettivo è «l’identificazione di punti di forza e di debolezza nella rappresentazione del cosiddetto ’Sistema paese’ italiano nei Balcani Occidentali, sullo sfondo della valutazione della coincidenza tra interesse nazionale ed interesse europeo nella regione».

La sezione più corposa di questa ricerca è dedicata ai tre casi studio (Serbia, Albania e Bosnia Erzegovina) e alle proposte di policy con cui ravvivare l’azione italiana, considerazioni accattivanti perlopiù per gli addetti ai lavori, mentre la parte relativa alle riflessioni generali interroga chiunque si interessi della lacunosa politica estera del nostro paese. In una zona che è al contempo estremamente vicina al Belpaese e relativamente piccola, le aporie e i vizi strutturali dell’azione italiana sullo scacchiere internazionale emergono in tutta la loro, spudorata, nettezza. 

Anche in questo scenario, l’unico sul pianeta dove può rivendicare sia una solida presenza economica che un coinvolgimento di lunga data, l’Italia stenta a produrre un’azione incisiva, coerente e coordinata. Roma annaspa in una selva di strumenti, forum regionali e sovranazionali, progetti estemporanei, che dissipano risorse economiche, capitale politico ed energie diplomatiche senza pervenire a una sintesi organica. Un caos dove è molto più semplice lanciare (e finanziare) programmi di cooperazione sui più disparati ambiti che seguirli passo per passo e valutarne l’impatto concreto.  

Esperienze paradigmatiche, le vicende di due intuizioni particolarmente felici avute dall’Italia nell’ultimo decennio dello scorso millennio, espressione compiuta di quella politica bi-multilaterale che puntava a valorizzare il suo ruolo di guida per il drappello di paesi emersi dalle macerie del blocco orientale: l’Iniziativa centro-europea (InCE) e l’Iniziativa adriatico ionica (Iai). 

La prima arrivò a raccogliere tutti gli Stati dell’Europa danubiana (Austria inclusa), balcanica, e orientale – come Moldova, Bielorussia e Ucraina, stimolando investimenti e progetti comuni di sviluppo economico in sistemi che ancora risentivano dei danni delle pianificazioni statali di epoca socialista. La seconda invece raggruppò tutti gli Stati affacciati Adriatico e Ionio (più la Serbia), nel tentativo di operare come una sorta di sindacato regionale e tutelare gli interessi condivisi di questo blocco dell’Europa sudorientale. 

Entrambe le istituzioni, pur ancora formalmente attive, hanno fatto il loro tempo, superate dalle contingenze storiche. Tra gli Stati membri dell’InCE esistono ormai differenze profonde – in primis l’appartenenza o meno all’Ue – che impediscono l’armonizzazione delle diverse esigenze. Ritirandosi nel 2018, l’Austria sembra aver dato l’estrema unzione a questo club ormai privo di una funzione riconoscibile. Lo Iai, invece, è stato di fatto sublimato nella Strategia Ue per la Regione adriatico-ionica (Eusair), un progetto dalle medesime finalità ma a guida Ue e non più solo italiana. Ridefinire il senso di questi due gusci vuoti sarebbe il primo passo per rivitalizzare l’azione di Roma nel quadrante balcanico.  

Complessivamente, secondo d’Urso, anche nei Balcani occidentali come negli altri scenari di cui sarebbe obbligata a interessarsi – Mediterraneo su tutti – l’Italia dovrebbe prima capire cosa vuole. 

Il grado di coordinamento tra le sei ambasciate resta molto basso, non esistono appuntamenti periodici in cui identificare una tattica comune sui dossier che interessano tutti gli Stati della regione: connettività, consolidamento delle istituzioni e dello Stato di diritto, lotta al crimine organizzato, crisi migratoria, processi di riconciliazione, investimenti strategici e integrazione europea. 

Pesa, insomma, l’assenza di un centro dotato della necessaria visione d’insieme. Come riassume l’estensore, «non esistendo una chiara strategia centrale su quali settori prediligere, soprattutto attraverso un impulso politico da Roma e un forte coordinamento tra Maeci e Mise, l’azione italiana (..) risulta frammentata e irrisoria. Ogni ambasciata, quindi, si barcamena tra promozione politica, economica e culturale, ma lo fa in proprio, senza un’accordatura degli strumenti né preventiva né successiva».

Continuando a farsi trascinare per inerzia dal carrozzone eurocratico anziché condurlo da primus inter pares, conclude l’analista del Cespi, il nostro paese rischia di dilapidare la «rendita di posizione accumulata negli anni, una rendita che troppe volte viene però data per scontata dal decisore politico e che andrebbe invece difesa e rinnovata strategicamente, soprattutto a fronte di una serie di concorrenti, sia europei che extraeuropei».

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