Il bipolarismo fasulloIl Pd prigioniero dell’algoritmo grillino in un paese senza alternative

Più ci ostiniamo a rinviare le scelte difficili necessarie a fermare la curva dei contagi, più saremo costretti a prenderne di ancora più dure, quando sarà troppo tardi per evitare il peggio con maggiori perdite al prezzo di più lunghi e dolorosi sacrifici. Ma questa è l’essenza della logica populista

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Nella sola giornata di ieri nel nostro paese sono morte di Covid 580 persone, mentre in tv si susseguono gli appelli di medici e infermieri al governo perché prenda misure restrittive più drastiche e nelle farmacie di mezza Italia si chiede ai cittadini di riportare indietro le bombole d’ossigeno vuote (anche in regioni considerate tuttora «gialle» dal nostro rigoroso sistema di monitoraggio). E anche ieri, come quasi tutti i giorni da un mese a questa parte, i retroscena hanno dato conto del dibattito interno all’esecutivo, con gli esponenti del Pd, a cominciare dal capodelegazione Dario Franceschini, che da tempo invocano misure restrittive più dure per fermare l’impennata dei contagi, e con il presidente del Consiglio che invita a tenere i nervi saldi, a non drammatizzare e soprattutto ad aspettare gli effetti delle misure già prese.

Questo ritornello, intonato ogni settimana da Giuseppe Conte e dai suoi scienziati di fiducia, secondo cui bisogna sempre aspettare l’esito delle misure appena varate (quindi almeno quindici giorni), salvo poi vederne varare delle altre la settimana successiva, l’abbiamo sentito già quattro dpcm e altrettante settimane fa (lo so, l’ho già scritto due giorni fa, e continuerò a riscriverlo fintanto che presidente del Consiglio e tecnico-scienziati al seguito continueranno a ripeterlo).

Dunque viene da domandarsi come mai quegli esponenti del governo che da almeno un mese chiedono misure più drastiche non riescano proprio a farsi sentire, nonostante i numeri e la situazione critica degli ospedali mostrata da tutte le televisioni. Ma è una domanda retorica, perché l’elenco degli argomenti su cui il Partito democratico non è finora riuscito a farsi sentire l’abbiamo già fatto tante volte su queste pagine, e con le ultime vicende eccederebbe largamente lo spazio di un articolo. Se di mezzo non ci fosse la vita di tanti italiani, verrebbe quasi voglia di dire che se la sono cercata, specialmente chi, come Franceschini, è stato tra i primi e più convinti teorici dell’alleanza con il Movimento 5 Stelle, sin dal giorno dopo le elezioni del 2018.

Intendiamoci, si può discutere dell’opportunità tattica di tentare la strada di un governo di emergenza all’indomani della rottura dell’alleanza gialloverde, nell’autunno del 2019, per evitare che Matteo Salvini facesse cappotto. Personalmente penso che fosse giusto tentare, come era stato giusto nella legislatura precedente formare una maggioranza con il Pdl, senza però che a nessuno venisse in mente di proporre Silvio Berlusconi come presidente del Consiglio, e tanto meno come futuro leader del centrosinistra. Il punto è tutto qui: un conto è cercare una tregua e un accordo tattico per cause di forza maggiore, altra consegnarsi mani e piedi senza fiatare.

Sta di fatto che oggi tutta l’Italia paga il prezzo dell’assenza di alternative al populismo, ormai egemone tanto al governo quanto all’opposizione. Al governo abbiamo infatti Conte che gioca a scaricabarile con le Regioni (con l’ulteriore assurdità di avere deciso un lockdown nazionale quando l’epidemia era localizzata e di voler procedere regione per regione quando è diffusa in tutto il paese, colorandole una per una); mentre all’opposizione abbiamo Salvini, che ancora ieri si rifiutava esplicitamente di invitare le persone a stare a casa. Peraltro con un argomento, va detto, a suo modo razionale, in base al quale chi rispetta le norme ha diritto di andare dove vuole.

E qui sta proprio l’equivoco di fondo dell’approccio contiano, che da un lato continua a rassicurare, evitando i provvedimenti più restrittivi, dall’altro, dinanzi alla conseguente impennata dei contagi, tenta di scaricarne la responsabilità sui cittadini colpevoli di frequentare quei bar, quei parchi e quei ristoranti che il governo ha deciso di tenere aperti.

Da questo punto di vista, come si vede, Salvini non fa che portare alle sue logiche conseguenze la linea del presidente del Consiglio. Perché la linea – a onta della narrazione che li vorrebbe contrapporre, e di cui Franceschini e tanti esponenti del Pd si sono riempiti la bocca in questi mesi – è esattamente la stessa. Al massimo si può notare una differenza di gradazione, laddove Conte manda avanti i membri del comitato tecnico-scientifico a spiegare che bisogna aspettare e che le misure già prese sono sempre adeguate e proporzionate (ogni volta come se fosse la prima volta), mentre Salvini invita a dare maggiore ascolto a quegli scienziati secondo i quali anche questo è già troppo, perché il problema è semmai l’allarmismo, e insomma il governo non dovrebbe fare di più, ma di meno.

Questo bipolarismo fasullo tra due forme di populismo ottiene così, tra gli altri, il risultato non secondario di emarginare le voci di chi, anche tra gli scienziati, chiedeva e chiede da mesi, al contrario, di fare di più, denunciando il rifiuto di mettere in piedi un sistema di tracciamento degno di questo nome sin dall’estate scorsa e smontando le bufale su un vaccino che già a dicembre verrebbe a risolverci tutti i problemi e a consentirci di passare un «sereno Natale».

Più ci ostiniamo a rinviare le scelte difficili necessarie a fermare la curva dei contagi, più saremo costretti a prenderne di ancora più dure, quando però sarà comunque troppo tardi per evitare il peggio, e avremo così maggiori sofferenze e maggiori perdite al prezzo di più lunghi e più dolorosi sacrifici. Ma questa è l’essenza della logica populista, e tanto più di un movimento costruito attorno allo stesso algoritmo dei social network, e pertanto abituato a commisurare le proprie scelte politiche alla necessità di ottenere consenso immediato, traducibile in visualizzazioni e mipiace (persino per scherzetti come la richiesta di impeachment del capo dello Stato, giusto due giorni prima di elevarlo a proprio «angelo custode»).

E così, dinanzi alla seconda ondata del virus che travolge il paese senza praticamente incontrare resistenza, ai volenterosi ministri del Pd non sembra essere rimasta altra opzione che quella di mettere mipiace o nomipiace sulle scelte di Giuseppe Conte e Rocco Casalino, come leggiamo quotidianamente nei retroscena dei giornali.

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