La curva della propagandaConte si vanta di distribuire mascherine a scuole perlopiù chiuse e di avere tutto sotto controllo

Mentre Merkel spiega che un indice di contagio a 1,3 non è sostenibile (per la Germania), l’Italia viaggia all’1,7 tra propaganda e fanfaronate a rotelle. Intanto il Partito democratico dà la colpa della sottovalutazione della seconda ondata alla destra negazionista, ma continua a definirla «imprevedibile»

C’è un momento preciso, nella parabola di un leader politico di successo – di solito corrispondente al momento culminante della sua popolarità, o comunque di poco successivo – in cui comincia improvvisamente a credere alla sua stessa propaganda, con una fermezza e una tenacia sconosciute anche al più fesso dei suoi sostenitori. Con il passare dei giorni è difficile non notare le tracce di un simile meccanismo psicologico nella maggior parte degli esponenti del governo e della maggioranza, per non parlare della nutrita schiera di intellettuali, giornalisti e filosofi neocontiani, sempre più ardentemente persuasi del fatto che questo sia il migliore dei governi possibili. Nessuno però ne appare più persuaso di Giuseppe Conte.

Nel suo discorso dinanzi al Parlamento, il presidente del Consiglio ha snocciolato ieri una dietro l’altra le cifre dell’impegno governativo nella lotta al Covid: «Durante questi mesi abbiamo distribuito 3.370 nuovi posti, nuovi ventilatori. I posti letto attivati o attivabili a oggi quindi sono 9.052 (+75 per cento). Il commissario Arcuri ha altresì a disposizione ancora 1.789 ventilatori, che verranno distribuiti nei prossimi giorni, in funzione dell’andamento della curva dei contagi, che porteranno i posti letto in terapia intensiva a 10.841, quindi con un più 109 per cento rispetto all’inizio dell’emergenza». E ancora: «In Italia sino ad oggi sono stati effettuati poco meno di 16 milioni di tamponi, sono stati testati poco meno di 10 milioni di cittadini. Di questi tamponi, 12,7 milioni, cioè l’80 per cento, sono stati distribuiti alle Regioni gratuitamente».

Dati che il presidente del Consiglio Conte ha voluto riassumere perché «confermano e ci fanno capire che c’è una rilevante differenza rispetto alla prima ondata: oggi abbiamo un’accresciuta capacità di risposta in termini di dotazioni, parliamo di dispositivi di protezione e attrezzature medicali, che vengono distribuite peraltro ad una molteplicità crescente di categorie».

E dunque via anche con il trionfale elenco delle attrezzature.

«Sino ad oggi sono stati distribuiti 1,6 miliardi di prodotti vari», scandisce il presidente del Consiglio (proprio così, testualmente: 1,6 miliardi di «prodotti vari»). «…E l’Italia, questo continuo a sottolinearlo perché credo sia un vanto per tutti, è uno dei pochi Paesi al mondo nel quale ogni giorno vengono distribuite gratuitamente 11 milioni di mascherine chirurgiche a ciascuno studente, a ciascun membro della comunità scolastica». Un vanto che appare a dir poco singolare, considerato che le scuole superiori sono chiuse ormai in quasi tutta Italia, che in queste stesse ore il governo sta discutendo di mandare in didattica a distanza anche le medie (c’è chi dice dalla seconda in su, chi dalla terza, vai a sapere) e che in diverse regioni, come Lombardia e Puglia, sono già tutte chiuse.

È difficile assistere a tanto trionfalismo senza provare un brivido di timore. Tanto più se si confrontano toni e contenuti del discorso di Conte con la conferenza stampa che a distanza di poche ore Angela Merkel dedicava allo stesso argomento, spiegando che «un indice di contagio a 1,3/1,4 non è sostenibile», perché «se andiamo avanti così è fin troppo chiaro dove finiamo: chiunque abbia familiarità con le funzioni esponenziali può calcolarlo» (e che insomma non si può ignorare la matematica, bisogna essere razionali, perché «noi siamo il continente dell’Illuminismo»).

Al momento, stando alle parole di Conte, l’indice di contagio è a 1,7. Sotto l’1,3 indicato da Merkel come soglia insostenibile – per la Germania – abbiamo una manciata di Regioni. In Lombardia e Piemonte siamo ampiamente sopra il 2. Ciò nonostante presidenti di Regione, sindaci e governo continuano a passarsi il cerino e a fischiettare, ripetendo di fatto le stesse fesserie, ad onta della diversa collocazione politica. A cominciare proprio dalla Lombardia, dove sembra andare in onda la replica di quanto già accaduto all’inizio della prima ondata con la decisione di (non) decretare la zona rossa in Val Seriana.

Tanto il presidente del Consiglio grillino Giuseppe Conte quanto il presidente di Regione leghista Attilio Fontana, senza dimenticare naturalmente il democratico sindaco di Milano Beppe Sala, continuano da giorni a ripetere di «monitorare» l’andamento dei contagi con la massima attenzione. Un’attenzione evidentemente non sufficiente a permettere loro di capire che se 1,3 è insostenibile in Germania, 1,7 non può essere accettabile in Italia, e tanto meno può esserlo 2,09 in Lombardia (poi ci chiediamo perché in Germania hanno avuto un quarto dei nostri morti, pur avendo 23 milioni di abitanti in più).

Il discorso di Conte in aula raggiunge vette surreali quando spiega che esiste «un’alta probabilità che quindici Regioni superino le soglie individuate come critiche di terapia intensiva e di aree mediche nel prossimo mese». E dal tono con cui lo dice, praticamente un inciso prima di passare oltre, sembrerebbe quasi sfuggirgli il dato che le Regioni italiane sono venti in tutto. Fermo restando che, com’è ovvio, «il quadro appena descritto non tiene conto, per la precisione, degli effetti conseguenti all’adozione delle misure restrittive introdotte, in particolare con l’ultimo Dpcm».

Come se tutto questo non bastasse, uno dei maggiori punti di riferimento politici e intellettuali dell’alleanza gialloverde, Goffredo Bettini, spiega a Repubblica che «non è onesto né giusto», di fronte all’impennata dei contagi, prendersela con Conte, il quale «si è battuto come un leone durante questa tragedia, che ha un andamento imprevedibile, con balzi improvvisi». Proprio così: «imprevedibile» e «con balzi improvvisi». Senza dimenticare che Bettini, come tutta la maggioranza, da un lato s’indigna con negazionisti e minimizzatori, con la «subcultura della destra» che ha diffuso «l’idea che il peggio fosse passato», e anche con «le opinioni degli scienziati» che «hanno confuso ulteriormente l’opinione pubblica»; dall’altro, però, insiste a dire che la gravità della seconda ondata era imprevedibile. Dunque, delle due l’una: o era imprevedibile per tutti, e pertanto, se lo era per il governo, lo era anche per la destra che negava o minimizzava; o non lo era per nessuno. Quello che non si può fare è criticare la destra che si ostinava a negare o minimizzare l’evidenza, e un minuto dopo, per difendere il governo, sostenere che di evidente non c’era nulla.

L’amara verità è che è difficilissimo tracciare una netta linea di demarcazione tra le responsabilità degli uni e degli altri, perché negli ultimi tempi l’approccio della maggioranza e quello dell’opposizione sono apparsi tragicamente speculari. Com’è evidente anche dal continuo ricorso di Conte – ma anche di tanti sindaci e presidenti di Regione di ogni colore politico – al concetto di «monitoraggio», quasi che avessimo ancora chissà quanto tempo a disposizione, e ai «principi di proporzionalità e adeguatezza» nelle misure da adottare, neanche si trattasse di legittima difesa, e all’avvocato del popolo premesse anzitutto dimostrare di non avere esagerato, né prima né adesso.

Sul Corriere della sera di ieri, Paolo Giordano e Alessandro Vespignani – fisico e scrittore il primo, esperto di epidemiologia computazionale il secondo – lo hanno scritto chiaramente, anche per chi non abbia troppa familiarità con le funzioni esponenziali: «Abbiamo vissuto in una fantasia. Una fantasia in cui il sistema di monitoraggio e i protocolli e le infrastrutture create nei mesi scorsi, uniti ai dispositivi di protezione individuali e a tutto il resto, ci avrebbero garantito una convivenza con il virus, senza avvicinarci al collasso». E dunque, alla luce di quanto è già successo, non di quanto sta per succedere, possiamo ammettere che il secondo round l’abbiamo perso: «Non l’abbiamo perso domenica scorsa né con il primo Dpcm, e forse neppure a settembre, quando esisteva ancora una possibilità oggettiva di arrestare l’accelerazione: l’abbiamo perso in tutta l’impreparazione con cui ci siamo arrivati, a settembre».

Ecco qual è il punto. Per non ripetere gli errori già compiuti, e uscire dal circolo vizioso, per prima cosa dobbiamo riconoscere di avere un problema, smettendo di ripeterci che abbiamo fatto tutto benissimo e che siamo i migliori del mondo. Se non vogliamo ritrovarci presto nella tragica situazione di questa primavera, sarà bene che qualcuno lo spieghi al presidente del Consiglio. Possibilmente, qualcuno che conosca il significato di «crescita esponenziale».

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