L’aquilone cosmicoPaura e ammirazione di Diego Armando Maradona

Un campione che ha vinto poco rispetto al suo straordinario talento, ma il motivo per cui tutti lo ricordano con affetto, prima ancora che per le sua abilità balistiche, è per il suo modo di essere un condottiero sbruffone e affettuoso al tempo stesso

LaPresse Torino/Archivio storico

C’è una misura esatta della grandezza di un calciatore: quanto, al suo solo essere in campo, al suo solo ricevere la palla durante un’azione di gioco, fosse anche a 80 metri dalla porta avversaria, il tifoso della squadra contro cui gioca si caghi addosso. Si badi bene: non un generico “abbia timore”, o “si senta inquieto”. No, proprio “si caghi addosso”.

Può sembrare un’espressione poco elegante, ma è l’unica che descrive adeguatamente una ben precisa sensazione psichica e fisica.

Una paura ancestrale, che senti nelle budella prima ancora che nella testa e che spesso, quando lo stadio in cui si gioca è quello della tua squadra, ovvero quello della squadra avversaria del calciatore della cui grandezza stiamo stimando le dimensioni, si traduce in un mormorio sommesso di decine di migliaia di voci terrorizzate, forse non dissimile da quello del clan dei nostri antenati del Neolitico all’apparire di un predatore feroce.

So che è così perché, nella mia ormai lunga carriera di tifoso del Milan e della Nazionale, di avversari forti e anche fortissimi ne ho visti tanti, allo stadio e in tv. Ma solo con uno di loro accadeva sempre quella cosa lì, quel cagarsi addosso, quel panico, quel mormorio: Diego Armando Maradona.

Immediatamente, senza che il pensiero logico pensasse alla tattica, alla situazione, al punteggio, ogni volta che le squadre per cui tifavo giocavano contro il Napoli o l’Argentina, bastava che Maradona ricevesse la palla (anche solo nel riscaldamento prepartita) e le budella andavano per conto loro.

Contrariamente al luogo comune, non si trattava affatto di una paura irrazionale, perché troppe, troppe volte Maradona, novello Cristo alle nozze di Cana, aveva trasformato l’acqua in vino, cioè una situazione di gioco magari apparentemente innocua in un capolavoro, un gol, un assist, quasi sempre memorabile e infatti poi ricordato, citato, riprodotto in mille conversazioni, fotografie, racconti, documentari, video. E sempre oggetto di sconfinata ammirazione anche da parte dei tifosi purgati.

Tutti ricordano il secondo gol di Maradona all’Inghilterra nel Mondiale del 1986, quello in cui partì dalla sua metà campo, dribblò tutto il centrocampo e la difesa degli albionici, portiere compreso, e depositò la palla in rete di piatto, cadendo per poi rialzarsi come una palla di gomma e andare a esultare lungo la linea di fondo, tra le grida di stupefazione del telecronista della televisione argentina, l’uruguaiano Victor Hugo Morales, il cui entusiasmo coniò, in quell’occasione, al contempo la più poetica e la più insensata definizione di un campione e, per traslato, dell’azione che aveva appena consegnato alla leggenda: barrilete cósmico, aquilone cosmico.

In quella partita, oltretutto, quel gol, il più bello e famoso del XX secolo, seguì di pochi minuti un altro gol talmente famoso da meritare anch’esso un nome proprio, la mano de Dios, l’archetipo primigenio del gol furbastro e truffaldino. Invece di moraleggiare sull’irregolarità e la disonestà di quel gesto, provate a chiedervi: quali altri gol della storia del calcio possono essere chiamati per nome?

Ma vogliamo parlare di quell’altro gol che – stavolta senza nome proprio, peccato che Ameri non avesse la stessa fantasia di Morales – Maradona segnò alla Juventus il 3 novembre 1985? Stadio San Paolo, l’arbitro fischia un’inusuale punizione a due in area per il Napoli. La palla sarà stata a una decina di metri dalla porta juventina, la barriera foltissima forse a quattro o cinque dalla palla. Da quella posizione si può provare a fare gol con un tiro secco, rasoterra, sperando magari anche in una deviazione.

Invece, sul tocco maldestro di uno scettico Eraldo Pecci, Maradona disegnò una traiettoria terra aria fisicamente impossibile a causa della brevità della corsa del pallone, eppure perfetta, parabolica, con un uncino discendente proprio al momento giusto, a pochi centimetri dalla traversa juventina e del tutto fuori dalla portata delle mani del portiere bianconero.

E potrei andare avanti elencando altre prodezze, meraviglie irripetibili, e infatti non ripetute.

Ma il motivo per cui tutti quelli che hanno giocato con Maradona lo ricordano ancora con sconfinato affetto, e staranno oggi piangendo lacrime non ipocrite pur appartenendo al mondo del calcio, cioè al più strutturalmente ipocrita dei mondi, più ancora delle sue competenze balistiche era il suo modo di essere un condottiero sbruffone e affettuoso al tempo stesso. Uno che, dietro alla facciata da Masaniello sovraeccitato che mostrava al pubblico, nascondeva quella che oggi verrebbe definita una leadership gentile. Incoraggiante. Mai pretenziosa o incazzata.

Uno col suo enorme carisma e il suo talento avrebbe potuto considerarsi superiore a tutti gli altri, a partire dai suoi stessi compagni, e trattarli con sussiego e severità. E intendiamoci: Maradona sapeva di appartenere a un’altra categoria, forse quasi a un altro sport rispetto a Pecci e Bagni, Bertoni e Ferrara, Careca e Alemao, Valdano e Caniggia.

Buoni giocatori, sia chiaro. Forti. Fortissimi. Ma Maradona era di un altro universo, proprio: un alieno venuto da chissà dove.

E non parliamo poi di Bruscolotti, Favaro o Carannante, onesti operai del pallone che hanno avuto la ventura di trovarsi compagni, nel Napoli, del più grande miracolo calcistico di sempre. O di Ruggeri, Cuciuffo, Basualdo o Troglio, pippe micidiali che Maradona trascinò a due finali mondiali consecutive.

Secondo tutte le testimonianze raccolte anche in tempi non sospetti (cioè quelli del declino tragico del Pibe, in cui dichiararsi suo amico non garantiva alcun beneficio, anzi) da loro Maradona non ha mai avuto parole se non di supporto, incoraggiamento, entusiasmo, solidarietà.

Lo disse bene qualche anno fa Federico Buffa, il noto storyteller televisivo: Maradona, uno che avrebbe potuto infilare col suo piede sinistro un’arancia in un sacchetto a cinquanta metri, aveva la capacità di far sentire bravissimo e degno della sua stima uno come Bruscolotti, che quell’arancia avrebbe avuto difficoltà a riporla nel sacchetto pure da mezzo metro di distanza, con le mani.

Questo spiega non solo l’affetto di Bruscolotti e degli altri per Maradona anche nei tempi bui della camorra, della droga, delle squalifiche, ma soprattutto perché, quando Maradona era nel suo prime time, Bruscolotti, Favaro, Carannante, Ruggeri, Cuciuffo, Basulado e Troglio e tutti gli altri avrebbero sputato i polmoni per lui e sarebbero morti in campo pur di non mollare.

E poi era, nei racconti di chiunque l’abbia conosciuto, un uomo generoso e buono. Fragile, certo, ma capace di darsi con un’ingenuità commovente e tanto lontana da quella di altre stelle del suo rango.

L’episodio forse più celebre è quello della partita nel fango di un campetto fantozziano ad Arcella, nel 1985. Maradona è già l’idolo incontrastato di tutta Napoli. Gli arriva la notizia di una partita di beneficenza che si sta organizzando per raccogliere i soldi per le cure del figlio di un tifoso del Napoli. Decide di partecipare. Il presidente Ferlaino si oppone: troppo rischioso. Oltretutto, Maradona era pure assicurato contro gli infortuni con una polizza molto cara presso Lloyd’s, che prevedeva una clausola di – si dice – dodici milioni di lire per coprire casi del genere.

Maradona non solo pagò di tasca propria i dodici milioni, che per l’epoca erano una cifra considerevole, ma trascinò sul quel campetto allagato mezza squadra titolare, e giocò senza risparmiarsi, segnando due gol, fermandosi tutto infangato nel dopopartita a farsi fotografare con chiunque glielo chiedesse, cioè letteralmente tutto il pubblico presente, migliaia di persone.

Una storia talmente bella e surreale che parrebbe inventata, ma se andate su YouTube e cercate “maradona partita fango” trovate tutti i filmati, compreso quello del riscaldamento nel parcheggio del campetto in mezzo alle automobili.

Autopromozione furbastra, direbbe qualcuno. Populismo, forse. Può darsi, ma ce lo vedete, che so, il pur generoso Cristiano Ronaldo a fare qualcosa di simile?

È questo che fa la differenza tra Maradona e altri fenomeni globali dello sport. Messi, che tecnicamente e tatticamente non gli è inferiore, manca completamente di questa capacità di leadership e di empatia, come ha più volte dimostrato sia in Nazionale che nel Barcellona, squadra fenomenale che sfrutta il suo genio, ma è stata tenuta in piedi da altri leader.

Michael Jordan, per citare un altro alieno che rappresenta, forse, uno dei pochi casi paragonabili al Pibe per assoluta superiorità sui suoi contemporanei nello sport di riferimento, era sì un leader carismatico, ma se andate ad ascoltare i suoi compagni e collaboratori dell’epoca dei sei anelli NBA con i Bulls è raro trovare qualcuno che dica ancora una parola buona su di lui.

Sì, grandissimo, chi lo discute. E ci ha fatto vincere tutto, chi lo mette in dubbio. E tuttavia con le sue pretese e la sua maniera di intendere le relazioni tra compagni di squadra ci ha reso la vita insopportabile, fino quasi al punto da toglierci il gusto di quei trionfi.

Maradona, invece, ha vinto relativamente poco per il suo talento. Uno scudetto in Argentina da giovanissimo, poi un Mondiale, due campionati e una Coppa Italia col Napoli, una Coppa Uefa, qualche altra coppa in Spagna. Ma le sue vittorie vengono ancora oggi ricordate dai suoi compagni con una gratitudine inesauribile che la morte del Pibe riporterà a galla, ne sono certo.

E, naturalmente, sono ricordate come platoniche manifestazioni del Bene, del Vero e dell’Uno dai suoi tifosi, e persino dai tifosi avversari: capolavori irripetibili, esplosioni di gioia e commozione pura, di una bellezza mai vista prima.

Certo, avere conseguito quelle vittorie per una città come Napoli e per l’Argentina di metà anni ’80 ha aiutato la costruzione della leggenda: Maradona è stato l’orgoglio di una nazione appena uscita dalla dittatura, con il cortocircuito della partita perfetta nei quarti di finale – quella dei due gol col nome proprio – contro l’odiata Inghilterra che aveva umiliato gli argentini alle Falkland qualche anno prima, ancora sotto il regime della Junta; ed è stato anche l’incarnazione e la sineddoche della Napoli guappa e olografica, e al tempo stesso violenta e disperata di quegli anni.

Però mi sa che anch’io, milanese e milanista, baratterei volentieri qualche scudetto di quelli vinti dalla mia squadra applicando una milanesissima capacità di programmazione e dominando il campionato dall’inizio alla fine con una sola di quelle meravigliose apparizioni dell’aquilone cosmico.