La difesa dei confiniL’Europa ha un piano per contrastare il terrorismo, ma rischia di essere inefficace

I leader di Francia, Austria, Germania e Paesi Bassi hanno concordato un documento con i presidenti di Consiglio europeo e Commissione per prevenire la radicalizzazione e rafforzare le frontiere esterne e interne. Ma alcuni aspetti non convincono gli esperti, come l’idea di un Istituto europeo per la formazione degli imam

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Da ottobre a oggi il tema dell’islam radicale, della difesa dei confini e dei valori comunitari, e la lotta contro il separatismo religioso e il terrorismo sono stati al centro del dibattito europeo. Il primo a lanciare una proposta di riforma è stato il presidente francese Emmanuel Macron, il cui obiettivo principale è lo smantellamento di quell’islam politico che cerca di prendere il controllo di quei territori perduti in cui i valori e le leggi della République non riescono più ad arrivare.

Il dibattito però si è progressivamente polarizzato a seguito della risposta del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e del mondo islamico alle politiche francesi e soprattutto a causa degli attentati che hanno scosso Francia e Austria nelle ultime settimane. I leader dei due Paesi hanno usato toni più o meno duri per condannare quanto accaduto e promesso nuove riforme per il contrasto alla radicalizzazione sia all’interno dei loro Stati che a livello europeo, a partire da una riforma «profonda» dello spazio Schengen.

Emmanuel Macron e Sebastian Kurz però non sono da soli nella loro battaglia contro islam radicale e terrorismo. Anche l’Unione europea si è decisa a intervenire nella questione, come dimostrano le misure annunciate in videoconferenza dai leader di Francia, Austria, Germania, Paesi Bassi e dai presidenti di Consiglio europeo e Commissione, Charles Michel e Ursula von der Leyen. Obiettivi principali saranno la lotta al terrorismo, la prevenzione della radicalizzazione, una maggiore attenzione al tema dell’integrazione e il rafforzamento delle frontiere esterne e interne.

Il testo, nato da una dichiarazione comune dei ministri dell’Interno europei, pone l’accento anche sulla fine dei finanziamenti opachi proveniente dall’estero e diretti verso moschee o associazioni religiose, sulla chiusura degli enti accusati di proselitismo, sulla rimozione in tempi rapidi dei messaggi di odio pubblicati sul web e su una maggiore responsabilità delle piattaforme online nella diffusione di contenuti illeciti.

Nel corso della conferenza stampa, i leader europei hanno anche sottolineato la necessità di migliorare la cooperazione tra le forze dell’ordine dei Paesi membri nella lotta al terrorismo al fine di garantire la sicurezza dei cittadini comunitari. Come affermato dal premier olandese Mark Rutte «il terrorismo non ha frontiere», per questo «dobbiamo lottare tutti insieme per difendere la democrazia, lo stato di diritto e la libertà di espressione, tutti valori fondamentali per l’Ue». Parole queste ultime riprese anche dagli altri leader presenti alla conferenza stampa.

Il piano di azione europeo, come sottolineato da Michel, rischia però di essere frainteso e strumentalizzato. «L’Ue garantirà sempre la libertà di religione e di coscienza. Non vogliamo che le nostre parole siano usate da chi fomenta la separazione, per questo porteremo avanti un’attività diplomatica per spiegare i nostri valori» e fare chiarezza sulle modalità di intervento contro il terrorismo e la radicalizzazione. Anche la cancelliera tedesca Angela Merkel ha assicurato che «non si tratta di uno scontra tra islam e cristianesimo» e ha proposto di «collaborare con i Paesi islamici per fronteggiare il terrorismo».

La formazione degli imam
Tra le proposte avanzate nei giorni scorsi da Michel e ribadita durante la conferenza rientra anche la creazione di un Istituto europeo per la formazione degli imam. L’obiettivo, aveva spiegato il presidente, è «combattere l’estremismo, i messaggi violenti e di istigazione all’odio che fomentano le azioni terroristiche» e far sì che «parole di tolleranza e di apertura possano essere diffuse a livello europeo».

Il tema della formazione in loco degli imam non è una novità in Europa: in Germania e in Italia esistono già dei corsi in educazione civica e sociologia per queste figure religiose, ma l’insegnamento teologico e sharitico è ancora possibile solo fuor dall’Ue.

L’Istituto europeo dovrebbe invece fornire un percorso di formazione completo, ma ciò rischia di far salire ulteriormente la tensione dato che potrebbe essere facilmente percepito come un’eccessiva ingerenza dello Stato nelle questioni religiose. Un simile progetto, tra l’altro, è di difficile realizzazione in Francia a causa della legge del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa e metterebbe in discussione la stessa laïcité tanto spesso citata da Macron.

Ma i problemi non si fermano qui. Come spiega a Linkiesta Matteo Pugliese, esperto di radicalizzazione dell’Ispi, «istituzionalizzare una religione con imam “approvati” dall’Ue è difficilmente praticabile, per ragioni linguistiche ma anche per le molte correnti presenti nell’Islam. Inoltre, rappresenta un tentativo di imporre un’interpretazione religiosa autorizzata e sostenuta dallo Stato e difficilmente le persone vulnerabili e a rischio radicalizzazione seguirebbero questi imam “Ue”».

A ciò va aggiunto che gli imam radicali in Europa non costituiscono più la causa principale di radicalizzazione. «La gran parte dei radicalizzati degli ultimi anni lo ha fatto con predicatori senza affiliazioni e slegati da moschee, oppure via internet o in nuclei familiari e amicali. Nell’islam inoltre non esiste un clero come nel mondo cristiano e questa Istituzione rappresenta un tentativo di crearne uno, snaturando il ruolo dell’imam quale semplice guida spirituale della preghiera. I dotti islamici che insegnano la dottrina – tra l’altro – sono gli ulema».

Integrazione o sanzioni
Tornando a un’analisi più generale della proposta europea, sono diversi i punti critici che la bozza presenta. Prima di tutto non è chiaro quali siano nello specifico i valori che dovrebbero essere insegnati all’interno dei servizi destinati ai migranti e la possibilità inserita nel documento di sanzionare «il rifiuto continuo di integrarsi» è un’arma a doppio taglio. Ciò che il testo sembra suggerire è l’applicazione di un modello di integrazione basato sull’assimilazione, per cui chi arriva in Europa o possiede un background migratorio dovrebbe spogliarsi della sua identità per aderire allo stereotipo di “cittadino-modello europeo”. O aspettarsi pesanti sanzioni.

Ma l’eccessiva attenzione dedicata al tema dell’immigrazione rischia di essere fuorviante anche per altri motivi. L’attentato di Nizza può giustificare la richiesta di un maggiore controllo delle frontiere, ma il caso di Samuel Paty e la sparatoria a Vienna dimostrano che il problema è molto spesso di carattere sociale e legato alla mancata integrazione e all’assenza di prospettive per il futuro, più che alla porosità dei confini. Il rischio è che questioni come la radicalizzazione e il terrorismo si trasformino in una lotta contro un nemico interno – chi non si integra – o esterno – chi attraversa incontrollato le frontiere – identificato unicamente su base religiosa. Così facendo si finisce però con l’ignorare le vere radici del problema e concentrarsi solo sui suoi sintomi manifesti, proponendo azioni maggiormente spendibili in campagna elettorale.