Finora che avete fatto?Se la scuola era una priorità, bisognava pensarci prima

Azzolina dimentica di essere la ministra dell’Istruzione e si unisce alle proteste degli studenti contro la didattica a distanza. Ma è troppo facile, adesso, dire che i ragazzi vengono prima di tutto

Pixabay

Molte cose ci sarebbero da dire sulla letterina con cui la ministra dell’Istruzione ha risposto sulla Stampa a tre liceali torinesi che le avevano scritto a proposito della chiusura delle scuole, e idealmente ai tanti altri che lo hanno fatto in questo periodo, raccontandole «preoccupazioni e dubbi». Si potrebbe cominciare dalla forma e dal tono, che ricordano da vicino quelli usati da Giuseppe Conte nel rivolgersi all’ormai celebre Tommaso, ricordate? Il «bimbo» di cinque anni che al capo del governo aveva voluto manifestare per lettera – anche lui – i suoi dubbi e preoccupazioni per la sorte di Babbo Natale, in uno stile burocratico-sentimentale che rappresenta la vera cifra stilistica di questa stagione. Ma c’è qualcosa che viene prima dello stile e attiene alla sostanza del messaggio, qualcosa che è bene dire subito perché non riguarda soltanto Lucia Azzolina, e cioè che è troppo facile.

È troppo facile, adesso, gridare che la scuola dev’essere una priorità. «Lo dico anche io senza giri di parole: non dovete essere voi a pagare il prezzo più alto di questa emergenza», esclama la ministra rivolgendosi direttamente agli studenti. E vorrei vedere chi ha il coraggio di dire che invece no, devono essere proprio loro.

Anche Azzolina, come tutti i suoi colleghi ministri, ciascuno a proposito del proprio settore (con l’eccezione di Dario Franceschini, sia detto a suo merito), ripete che il comitato tecnico-scientifico le ha dato ragione, che ci sono le misure di sicurezza e i controlli, dunque le scuole devono stare aperte perché «una loro chiusura prolungata rischia di impattare negativamente e a lungo termine sulla formazione, sulla capacità di apprendimento, sui livelli di istruzione. Sull’emotività dei ragazzi». Come se fosse questo il punto, come se qualcuno avesse sostenuto che invece non andare a scuola può avere un effetto positivo sulla capacità di apprendimento, i livelli di istruzione e l’emotività dei ragazzi.

Il punto è che bisognava pensarci prima, quando si trattava di decidere – allora sì – a cosa dare la priorità, e di conseguenza come organizzarsi in vista della ripresa. Non è solo questione di banchi a rotelle. Fino a poche settimane fa in gran parte d’Italia non si voleva imporre nemmeno l’obbligo della mascherina, tanto era chiara la scala delle priorità: possiamo dire al popolo italiano che probabilmente dovrà rimandare le cure, perdere il lavoro, veder fallire la propria azienda, ma la scocciatura di indossare la mascherina no, quella bisogna proprio che gliela risparmiamo.

Per chiunque abbia la minima contezza di quanto accaduto in Italia dall’estate delle discoteche libere all’autunno dei dpcm biodegradabili è semplicemente intollerabile sentire adesso Lucia Azzolina, quella stessa responsabile dell’Istruzione che non ha voluto imporre nemmeno la seccatura del termoscanner all’ingresso, spiegarci che le scuole vanno tenute aperte a prescindere, con lo stesso tono e la stessa dovizia di pareri tecnici con cui Paola De Micheli fino a poco tempo fa usava ripetere che autobus e metropolitane erano sicurissimi anche quando erano strapieni, perché c’era il ricambio d’aria.

È troppo facile, adesso, assumere la posa dello statista dolente e scrivere: «È a voi studenti che il paese deve dare, ora, la massima priorità. Guardando ai vostri diritti di oggi, ma anche pensando al domani: a scuola, e non è retorica, si costruisce il futuro, un futuro che cammina sulle vostre gambe». Certo che è retorica, adesso. E anche una pessima retorica.

È troppo facile, oggi, applaudire i ragazzi che protestano davanti alle scuole chiuse, come quella studentessa subito incoronata dai giornali come nuova Greta della lotta contro la didattica a distanza, a cui la ministra non ha ovviamente mancato di telefonare e far arrivare la sua approvazione.

Certo che è retorica, adesso, dire che le scuole devono essere una priorità, a meno che non si intenda davvero sostenere che l’apertura delle scuole viene prima della vita di centinaia di persone, e dunque andrebbero tenute aperte comunque, anche se avessimo l’assoluta certezza che così facendo condanneremmo a morte una buona quota dei nostri concittadini. Ma se così non è, se non si ha la coerenza di sostenere esplicitamente una tesi simile, dire che l’apertura delle scuole deve essere una «priorità», adesso, è esattamente questo: vuota retorica.

Esattamente come è vuota retorica dire che vanno assolutamente tenuti aperti i teatri, i cinema, i musei o qualunque altra cosa, per quanto nobile e bella. O si hanno il coraggio e la serietà di dire non solo cosa si deve tenere aperto, ma anche cosa si deve tenere chiuso (possibilmente per tempo e con cognizione di causa), e si è disposti a raccogliere anche le proteste di chi si scontenta e non solo gli applausi di chi si decide di favorire, oppure è meglio tacere.

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