Oltre gli ayatollahPerché bisogna vedere “Tehran”, la serie che mette in scena il conflitto tra Israele e Iran

Una missione segreta che salta, un confronto a distanza, il ritrovamento di radici e legami. Dietro al pretesto del thriller si racconta l’esplorazione di un nemico vicino e un mondo lontano con cui si sente di avere qualche affinità

immagine tratta da Youtube

Tamar Rabinyan, israeliana ma di origini iraniane, lavora come hacker per il Mossad. Le viene affidata una missione pericolosa: tornare in Iran e far saltare i controlli elettrici di una centrale nucleare, che sarà bombardata in una azione parallela da un aereo israeliano.

Però le cose non vanno come previsto: la copertura salta, interviene la polizia e la donna viene scoperta. Per salvarsi, si trova costretta a nascondersi e chiedere ospitalità ad alcuni, ignari parenti.

È, in soldoni, la trama di “Tehran”, serie televisiva israeliana di spionaggio, produzione del canale pubblico Kan 11 che, durante l’estate, ha tenuto incollato allo schermo tutto il Paese. Da fine settembre, grazie a Apple Tv+ che ha acquistato i diritti, è sbarcata anche nel resto del mondo, con le sue otto puntate.

Segue la scia di altre produzioni di origine israeliana, come “Prisoners of War”, da cui è stato poi tratto “Homeland” e il pluripremiato “Fauda” (su Netflix): con quest’ultimo condivide – oltre a uno sceneggiatore – il tema della missione in territori nemici e, in parte, anche lo scontro tra culture.

Il confronto però si ferma qui: la missione di Tamar, interpretata da Niv Sultan, che ha imparato il farsi in quattro mesi, è il filo conduttore della storia, ma funziona soprattutto come pretesto per immergersi nel mondo del vicino minaccioso. Costretta alla fuga, Tamar cercherà rifugio dalla zia e dalla famiglia di parenti che, ai tempi in cui era bambina, avevano scelto di non lasciare il Paese. Conoscerà un hacker fascinoso di cui si innamora – non è uno spoiler – e comincerà a frequentare frange di dissidenti e anarchici (almeno, così vengono definiti) che si oppongono al regime e alla sua mentalità conservatrice.

Un assaggio dell’Iran e delle sue contraddizioni, si può dire, anche se le riprese sono state girate ad Atene (per ovvi motivi), con cui condivide, più che l’atmosfera generale, il traffico ubiquo.

Certo, anche nei momenti in cui la narrazione sembra rilassarsi – le puntate centrali, mentre il ritmo è più vivace all’inizio e, soprattutto alla fine – il lavoro degli agenti e dei contro-agenti non si ferma mai, i giochi e i doppigiochi si sprecano, e dalla base operativa del Mossad continuano ad arrivare istruzioni e supporto.

E certo, in un mondo reale Tamar – lo assicurano professionisti al New York Times – non sarebbe mai presa come modello. Anzi, “Tehran” potrebbe essere impiegato, per le spie, come un manuale degli errori: una missione come quella rappresentata, oggi come oggi, sarebbe tutta condotta in smart working, cioè da remoto. Nessun bisogno di inviare agenti sul campo. E poi la regola più importante – cioè mai reclutare israeliani che vivono in Paesi stranieri – viene infranta quasi subito.

Non è un caso: “Tehran” è un thriller solo nella forma. Quello che mette in scena è un viaggio, di recupero e di esplorazione. Ci sono i parenti ritrovati che raccontano la forza delle radici («le nostre sono qui», le dirà la zia), l’amore per Sick_Boy porterà a costruire nuovi legami fino alla crisi di identità. E poi, come è ovvio, il senso del dovere per la patria adottiva, Israele.

Quale forza prevarrà? Nel suo piccolo, è un affresco non tanto delle complicati reti di relazioni mediorientali, quanto del sentimento che le accompagna. Ostilità e risentimento, ma anche curiosità e il sospetto che, in fondo, ci siano tratti comuni e situazioni condivise che potrebbero, in mondo diverso e con un regime diverso a Teheran, risolvere molti problemi.

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