L’architettura del futuroPer fondare la nuova umanità bisogna liberarsi del lockdown dello spirito, dice Carlo Ratti

Di fronte alla chiusura determinata dagli spazi digitali occorre rispondere con quelli reali. Luoghi di incontro e confronto e contatto con la realtà. È quello che fa con VITAE, edificio con cui porta la vigna in città, e collaborando al progetto “The New Humanity 2021” di Lavazza

Calendario Lavazza 2021, Martha Cooper

Più che il lockdown nelle proprie case, è da temere il «lockdown dello spirito». Per l’architetto torinese Carlo Ratti la ricerca di una nuova umanità passa attraverso la natura, la socialità e soprattutto la condivisione dello spazio fisico. È questo il senso del suo contributo al progetto artistico “The New Humanity Calendario Lavazza 2021”, raccolto nel magazine che accompagna il Calendaro. Il tutto comprende anche alcune riflessioni su VITAE, il suo piano di un edificio nel cuore di Milano con un vigneto di 200 metri e un centro di ricerca scientifico. È tecnologia, è scienza, è soprattutto la rivitalizzazione dello spazio urbano.

«Ciò che mi ha colpito e subito entusiasmato di The New Humanity 2021 è l’aspetto collaborativo», spiega a Linkiesta. «Che è poi il senso del nuovo modo post-pandemia: lavorare insieme produce comunità, è plurale».

È un’iniziativa che libera dalle cicatrici di un periodo di isolamento e chiusura. «L’architettura allora può fare molto, perché lo spazio fisico è l’antidoto alla polarizzazione dello spazio digitale».

Il riferimento è al mondo di internet, che se pure ha contribuito a mantenere le connessioni durante la quarantena, è in generale il luogo «dove si creano comunità estremiste, animate dai medesimi interessi, che si ripetono le stesse cose. È, per usare un vocabolo tecnico, il luogo dell’assortatività, quello dove i simili stanno solo con i simili». Il meccanismo di riproduzione dell’algoritmo facilità, come si è visto la generazione di idee pericolose e la loro incubazione, appunto, in comunità blindate.

Al contrario, «lo spazio fisico è quello dell’incontro, dell’inevitabilità», cioè «dove siamo costretti a confrontarci con l’individualità da cui non possiamo schermarci». Tutto il contrario. Più faticoso, forse, ma anche più sano.

Qui gli architetti hanno un ruolo. Un esempio è propro VITAE, il progetto con cui ha esplorato «il rapporto tra naturale e artificiale, cercando di far convivere nello stesso spazio la natura, appunto, e la tecnologia».

Nell’edificio che sorgerà in via Serio c’è ogni elemento che favorisce l’incontro: il sentiero verde, la passeggiata aperta al pubblico, lo spazio per una piazza. In più, c’è la vigna, «che richiama altri aspetti e temi: è legata al territorio, alla distanza tra città e campagna, alla tradizione (quindi al passato) e alla sua modernizzazione (quindi al futuro). In più introduce il rapporto con la socialità: unifica, crea appunto un senso di comunità».

E allora i tratti della nuova, prossima, umanità «somigliano a quelli della generazione dei ruggenti anni ’20: anche loro uscivano da una pandemia, la Spagnola. E anche loro avevano una grande voglia di socialità e di urbanità».

Questa è la parola chiave. Perché per Carlo Ratti «si tornerà nelle città. Non ho dubbi». Nonostante gli allontanamenti e la dispersione degli ultimi mesi, la loro forza attrattiva è ancora alta.

«Le città, si si guarda al complesso della storia dell’umanità, sono un’invenzione ancora recente: esistono da 10mila anni, ma hanno già affrontato – e superato – cataclismi di ogni genere, guerre e pandemie. E si sono sempre riprese, a dimostrazione che la voglia di stare insieme prevale ogni volta». Il simbolo di tutto questo è allora «Venezia, che ha subito crisi storiche dovute alla peste. Ma ha sempre vinto», trasformando in bellezza il suo potere di attrazione.

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