Nuovo corso PdZingaretti invoca lo spirito riformista di Biden, ma dimentica che governa con Conte e Di Maio

Il segretario democratico prova a seguire la corrente americana, resta da capire come conciliare la nuova dimensione con l’alleanza strategica con i populisti

Roberto Monaldo / LaPresse

Con la lettera di ieri a Repubblica, il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti ha collocato il suo partito nel solco aperto dalla vittoria di Joe Biden e dalla precedente affermazione di Keir Starmer nel Labour party, e la cosa parrebbe abbastanza scontata mentre invece ha un suo preciso significato che sarebbe sbagliato sottovalutare.

Zingaretti ha impiegato qualche giorno prima di effettuare questa operazione di aggancio al «nuovo corso progressista», come lo ha definito il direttore di Repubblica Maurizio Molinari, forse anche per verificarne la fattibilità in un partito che negli ultimi tempi era parso molto suggestionato dalle idee massimaliste di Jeremy Corbyn e Bernie Sanders, effettivamente molto popolari negli anni dell’egemonia sovranista di destra che ora pare alle nostre spalle anche se certamente non morta.

Idee popolari, si badi, anche in un Partito democratico che ha reagito al periodo renziano con una sterzata a sinistra in grado di rimettere in gioco una certa critica al capitalismo basata sulla constatazione dello crescita delle disuguaglianze sociali e della crisi della globalizzazione.

Siamo a una svolta, dunque? Presto per dirlo. C’è chi smorza gli entusiasmi, come per esempio Emanuele Felice, responsabile economico del Partito democratico, esponente molto distante dal clintonismo: «Non si tratta di tornare all’impostazione neo-liberale degli anni ‘90 – ci dice subito – che ha acuito le disuguaglianze portando alla crisi della democrazia. Cosa che Zingaretti nella lettera dice in modo chiarissimo».

E dunque? «A me pare che si stia affermando nel campo riformista e progressista occidentale una nuova sintesi che supera il neo-liberismo per tornare a un’impostazione simile a quella successiva alla seconda guerra mondiale: un neo-keynesismo volto oggi all’ambiente, all’innovazione e alla riduzione delle disuguaglianze».

Declinato così anche Macron, specie l’ultimo Macron, potrebbe essere definito un keynesiano puro ma chissà se Felice sarebbe d’accordo.

Ora non è che la lettera del leader del Partito democratico entri molto nel merito, limitandosi piuttosto al solito elenco dei campi da coltivare ma senza dire come: e tuttavia è da notare che finora il partito aveva espresso la sua gioia più per la sconfitta di Trump che per la vittoria di Biden.

Ed è verosimile che i “sandersiani” del Nazareno (non parliamo dei bersaniani e di tutta un’area intellettuale che in questi anni è diventata abbastanza forte, da Fabrizio Barca al giro dell’Espresso o del Mulino a studiosi come Roventini o Viesti) in caso di sconfitta del candidato dem erano pronti a denunciate un’impostazione troppo “di centro” e poco “radicale”: ma adesso che l’America ha scelto una sorta di “quarta via” è chiaro che tutti debbano rifare i conti.

Impossibile aspettarsi che Zingaretti dica, come Matteo Renzi, che con Biden si è vinto al centro: i vari Emanuele Felice, Giuseppe Provenzano, lo stesso Andrea Orlando, Gianni Cuperlo inorridirebbero, e dunque la posizione del segretario è quella dell’esaltazione della sintesi fra centro e sinistra, laddove la parola sintesi è come un grande mantello che copre tutto.

Anche se gli ultimi atti del nuovo presidente americano – come la nomina di Tony Blinken a segretario di Stato – indicano la sua forte volontà a proseguire su una strada clintoniana-obamiana e poco incline ai compromessi con la sinistra.

Anche Piero Fassino conferma a Linkiesta che «con l’elezione di Biden si creano le condizioni per la ricostruzione di un campo progressista capace di immaginare e costruire soluzioni innovative, eque e riformiste ai grandi temi che scuotono il mondo, da Covid-19 al climate change, dai diritti umani alla regolazione della globalizzazione economica, dalla soluzione ai conflitti locali alla realizzazione di una nuova governance multilaterale. Temi che tutti sollecitano le forze della sinistra europea a essere parte attiva di questo progetto. La lettera di Zingaretti dimostra che il Partito democratico vuole esserne pienamente parte».

Il che pone non solo il problema di essere conseguenti recidendo dunque i residui fili massimalisti e scacciando le suggestioni del “Vivement le socialisme” di Thomas Piketty; ma anche quello assai complicato di provare a dettare una nuova agenda riformista proprio mentre si governa con Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, non esattamente due riformisti ma campione del paternalismo immobilista il primo e alfiere del populismo il secondo.

Legittimo dunque attendersi un certo riposizionamento ideologico del partito di Zingaretti, tentando un aggiornamento dell’impostazione liberaldemocratica e sociale nel segno della lezione americana e provando a chiudere definitivamente con il sovranismo di questi anni.

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