Agenda ecologicaIl cambiamento climatico sarà una delle grandi sfide della presidenza Biden

A cinque anni dall’accordo di Parigi, sabato i leader mondiali si incontrano virtualmente, in attesa dell’insediamento del nuovo presidente. Nel 2021, l’America avrà il duplice impegno di cancellare il negazionismo di Trump e di recuperare il terreno perso rispetto a Europa e Asia

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Tra pochi giorni l’accordo di Parigi sul clima arriverà al suo quinto anniversario. Il 12 dicembre saranno passati cinque anni dalla nascita del trattato – firmato da 196 Paesi in tutto il mondo – sulla riduzione di emissioni di gas serra: è il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sui cambiamenti climatici, adottato alla conferenza di Parigi sul clima (COP21) nel 2015. L’obiettivo è quello di limitare l’aumento della temperatura globale a meno di due gradi rispetto ai livelli preindustriali entro la fine la fine del secolo.

Sabato i leader mondiali si riuniranno virtualmente in un vertice per celebrare il quinto anniversario dell’accordo. E lo faranno in attesa della partecipazione degli Stati Uniti e del nuovo presidente Joe Biden.

L’impegno in campo ambientale è uno dei punti chiave dell’agenda del presidente eletto, che vuole invertire la rotta tracciata dal suo predecessore Donald Trump: durante la sua amministrazione l’imprenditore newyorchese non ha mai nascosto di essere contrario a ogni forma di politica mirata alla sostenibilità ambientale, anzi ha più volte ripetuto che per lui il cambiamento climatico è una bufala.

Nel 2017 Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, con un gesto storico ma non senza precedenti: all’inizio del ventunesimo secolo George W. Bush aveva annunciato il ritiro di Washington dal Protocollo di Kyoto, firmato dal suo predecessore democratico Bill Clinton.

Trump ha anche abrogato o ridimensionato 125 regolamenti ambientali che vanno dalle riduzioni delle protezioni per le specie in via di estinzione alla deregolamentazione sulle valutazioni del rischio ambientale per le infrastrutture, fino alle aperture delle aree naturali protette per favorire la produzione di combustibili fossili.

Joe Biden aspetta il 20 gennaio, il giorno del suo insediamento, per poter dare avvio ai suoi programmi. «Il presidente eletto e il suo team rispettano il principio secondo cui c’è un solo presidente alla volta», ha detto Ned Price, un portavoce del team di transizione all’agenzia Axios.

Ma l’agenda di Biden è particolarmente progressista in materia ambientale. Da un lato c’è il progetto di ripresa economica che prevede una spesa di circa due trilioni di dollari per contrastare la crisi favorendo allo stesso tempo il consumo di energia pulita; sia per l’idea di introdurre tematiche ambientali in ogni singolo provvedimento, indipendentemente dal settore di appartenenza: «I consiglieri di Biden dicono che durante ogni discussione si interrogano su come inserire il discorso ambientale», ha scritto Amy Harder su Axios.

Il team di transizione del presidente eletto è convinto che negli ultimi quattro anni non solo gli Stati Uniti sono stati fermi, ma hanno anche perso terreno rispetto al resto del mondo. Terreno che andrà recuperato fin dall’inizio del mandato.

Negli ultimi cinque anni l’Unione europea ha trovato un posto «in prima linea nei progetti ambiziosi sull’ambiente», come ha detto la presidente della Commissione europea sull’Ambiente. L’Unione ha spinto molto sulle politiche ambientali, e lo stesso Next Generation Eu è orientato alla transizione ecologica. Allo stesso modo anche Cina, Corea del Sud e Giappone hanno annunciato obiettivi ambiziosi per ridurre drasticamente le emissioni nei prossimi trent’anni.

Se vuole raggiungere il target sfidante delle emissioni zero nel 2050 Washington avrebbe bisogno di tagliare almeno il 43 per cento delle emissioni entro il 2030, secondo alcuni studi: si tratterebbe una missione non impossibile, ma sicuramente molto difficile. Vero che quest’anno si stima un taglio alle emissioni dell’11 per cento, ma è un dato viziato dalla pandemia, che ha forzato lo stop alla produzione quasi in ogni settore: non un’opzione percorribile sul lungo periodo.

Il grande rischio per l’amministrazione Biden va anche oltre l’ambizione del suo programma ma, come scrive David Leonhardt sul New York Times, «sarà tutto più complesso se i repubblicani dovessero avere la maggioranza in Senato, dove i ballottaggi per i seggi della Georgia sono ancora aperti».

In tal caso l’opposizione potrebbe azzoppare il programma di Biden. Al quale però non mancano le alternative. Forse non riuscirebbe a mantenere le sue promesse, ma un po’ di margine di manovra ci sarebbe, sottolinea Vox: «Si partirebbe dall’annullamento dei provvedimenti di Trump, e poi potrebbe portare avanti alcune riforme, tra cui: la richiesta di limiti di inquinamento da metano aggressivo per le nuove operazioni di petrolio e gas; l’utilizzo del sistema di approvvigionamento del governo federale, che spende 500 miliardi ogni anno, per incentivare l’uso di veicoli con energia pulita a zero emissioni; garantire che tutte le installazioni, gli edifici e le strutture del governo degli Stati Uniti siano più efficienti energeticamente; ridurre le emissioni di gas serra sui trasporti pubblici, la fonte in più rapida crescita di inquinamento climatico negli Stati Uniti».

Per Biden quella del clima sarà una delle sfide più difficili. Per quel che ha fatto Donald Trump durante la sua amministrazione, per il terreno perso rispetto ad alleati e altri attori sulla scena internazionale, per una crisi climatica che è sempre più forte, sempre più evidente e non può più aspettare.