Principi non negoziabiliÈ vicino l’accordo Ue-Cina sugli investimenti, ma il Parlamento europeo continua a denunciare la violazione dei diritti umani di Pechino

L’europarlamentare Giuliano Pisapia dichiara a Linkiesta che se l’intesa non includerà gli standard minimi previsti dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro l’Aula non voterà a favore del testo

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Il traguardo è vicino. Sembra solo questione di giorni prima che l’Unione europea firmi con la Cina un accordo di protezione degli investimenti, il Comprehensive Agreement on Investment su cui lavora da ormai sette anni. «I colloqui sono nella fase finale, entrambe le parti lavorano per raggiungere l’obiettivo entro fine anno», ha assicurato Zhang Ming, ambasciatore cinese presso l’Ue, in un’intervista al Financial Times. Anche il segretario del Partito comunista cinese Xi Jinping ha ’più volte ribadito l’importanza di concludere quanto prima l’accordo «È inusuale per un capo di stato cinese dare tanta attenzione a un accordo in fase di negoziazione…ma questo sottolinea la volontà della Cina all’apertura e promuovere la cooperazione Cina-UE», ha ricordato Zhang.

Ma l’ultima parola spetterà al Parlamento europeo, «che scrutinerà con attenzione questo accordo. Al momento ogni cambiamento dello status quo, che vede un deficit commerciale del Vecchio Continente verso la Cina di 163 miliardi di euro, è ben accetto. Tuttavia, la politica commerciale deve rispondere agli scopi della politica estera comune, che i trattati vincolano al rispetto e alla promozione attiva dei diritti umani. Se sarà confermato che l’accordo non include un meccanismo sanzionatorio per le violazioni dei diritti umani e in materia di sostenibilità, ambiente e diritti dei lavoratori, allora incontrerà una fiera opposizione dal Parlamento europeo. Così la mancata ratifica affonderebbe definitivamente l’intesa», dichiara a Linkiesta l’europarlamentare Giuliano Pisapia del gruppo dei Socialisti e Democratici.

L’intenzione degli europarlamentari sembra chiara: non è un caso che, pochi giorni fa, l’Aula abbia votato una risoluzione sulla minoranza musulmana degli Uiguri nello Xinjiang, pesantemente perseguitata dalla Cina. «Il testo votato dal Parlamento europeo punta il dito non solo sul regime cinese ma anche su tutte le multinazionali europee che, tramite una fumosa rete di appalti e subappalti, ne traggono profitto. Questa è una doppia sconfitta per l’Europa. Quando acquistiamo prodotti made in China sosteniamo da un lato chi viola i diritti umani e dall’altro chi incentiva la concorrenza sleale che, forte di un costo della forza lavoro pari a zero, porta le nostre industrie alla chiusura», sostiene Pisapia. Non è la prima volta che l’Europa si concentra su ciò che succede in questa regione: il premio Sakharov 2019 del Parlamento europeo fu infatti consegnato a Ilham Tohti, attivista uiguro costretto all’ergastolo da Pechino.

Questa volta però, su proposta dell’eurodeputato francese dei Socialisti e Democratici Raphaël Glucksmann, Bruxelles ha fatto una scelta ancora più assertiva nei confronti dei cinesi chiedendo sanzioni ai funzionari responsabili degli abusi; il divieto di importazione dei prodotti che sfruttano il lavoro forzato e soprattutto l’integrazione nell’accordo degli standard minimi previsti dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro. «L’assenza di reazioni internazionali ha permesso al regime cinese di andare sempre più avanti nella repressione, credendo di non doverne mai subire le conseguenze» ha commentato Glucksmann a Libération. In tema di lavoro forzato la Cina fa da sempre orecchie da mercante, visto che nello Xinjiang è una triste realtà usata dai funzionari cinesi per rieducare gli Uiguri. Da qui proviene il 20% del fabbisogno globale di cotone e l’84.5% di quello cinese e, secondo le ultime ricerche, più di 500 mila uiguri vengono costretti ogni anno a raccoglierlo. 

L’accordo poi pare un inno alla vaghezza. Il testo dovrebbe impegnare la Cina a garantire un maggiore accesso sul mercato interno alle aziende europee, eliminando i vincoli presenti come la necessità di formare joint venture o i divieti di investimento, in settori come produzione, servizi finanziari, immobiliare, edilizia e servizi ausiliari nell’ambito marittimo e del trasporto aereo. In cambio gli europei garantirebbero maggiore libertà agli investimenti cinesi nel settore energetico e in particolare nelle rinnovabili, operazione che non entusiasma né la Danimarca, il Paese più coinvolto in questo campo, né Polonia e Lituania, più prudenti e in attesa di un segnale da Washington. Ad avvantaggiarsi sarebbero Germania e Francia, grandi sponsor dell’operazione, che otterrebbero la possibilità di investire in settori per loro molto più interessanti. Eppure, l’accordo non garantisce né la parità di apertura economica né regole chiare e vincolanti, che dovrebbero essere la base in questo settore.

Inoltre, Pechino non ha mai firmato la regola sugli appalti pubblici dell’Organizzazione mondiale del Commercio, sfavorendo sistematicamente le aziende europee a vantaggio di quelle locali, né ha mai accettato alcun sistema di risoluzione giudiziaria delle controversie tra investitori, che sarà forse oggetto di un negoziato separato ancora tutto da scrivere. I diritti dei lavoratori sono poi completamente assenti: non solo manca qualunque tipo di condanna del lavoro forzato ma non si fa menzione nemmeno del diritto d’associazione. 

«Nascondi la tua forza, aspetta il tuo momento», diceva Deng Xiaoping. Firmare un accordo ora, dopo alcune aperture fatte in fretta e furia, rischia di essere anche un problema geopolitico per l’Europa. Manca infatti soltanto un mese all’insediamento del nuovo presidente americano Joe Biden. «È questa la vera novità che ha spinto il regime cinese a fare qualche concessione, dopo sette anni di negoziati senza risultati. Biden vuole infatti fronteggiare l’aggressività economica e geopolitica cinese insieme all’Unione stabilendo una strategia comune. In cambio di qualche briciola a livello economico, Pechino punta quindi a dividere il fronte occidentale prima dell’insediamento della nuova amministrazione statunitense», sottolinea Pisapia. Inoltre, la ratifica significherebbe quasi avallare in maniera implicita quanto fatto da Pechino negli ultimi dodici mesi, come la revoca del trattato internazionale su Hong Kong, gli scontri militari al confine con l’India, le minacce militari a Taiwan o quelle economiche all’Australia. E quindi cosa fare? «Occorre la massima cautela e cogliere la mano che ci viene tesa dall’altra sponda dell’Atlantico», conclude Pisapia.