Effetto Le CarrèLe tante personalità del premier Conte e l’eterogenesi dei fini 

Dopo le giravolte che lo hanno confermato al vertice, il destino del presidente del Consiglio è appeso a un filo, come nei romanzi il “Giardiniere tenace” e il “Sarto di Panama” dello scrittore britannico. Il finale potrebbe vedere un’improbabile rivincita, il prevedibile oblio, oppure l’ennesima mimetizzazione da camaleonte

Mauro Scrobogna /LaPresse

Circostanze specialissime hanno portato Giuseppe Conte a diventare per due volte Presidente del Consiglio. Approdato alla corte di Luigi Di Maio, in costante ricerca di qualcuno che avesse almeno una laurea da esibire, era destinato a ricoprire ruoli secondari, confuso nella squadra ministeriale e designato a guidare un roboante «ministero della pubblica amministrazione, deburocratizzazione e meritocrazia». Un dicastero ritenuto talmente importante da essere oggi assegnato a Fabiana Dadone di Carrù, una praticante legale fedelissima al Movimento Cinque stelle che probabilmente ha scambiato come patente di esperienza la nota affermazione del Principe De Curtis, in arte Totò: «Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare per tre anni a Cuneo» .

Alle elezioni politiche del 2018 gli italiani votarono sostanzialmente a destra poiché, a parte il successo della coalizione di centro destra guidata da Salvini, nero è anche il cuore del Movimento Cinque Stelle (come ho scritto qualche tempo fa) come è dimostrato plasticamente dalle simpatie populiste verso Vladimir Putin, la Cuba del dopo Castro, l’esaltazione della Cina, l’esitazione a schierarsi per Joe Biden contro Donald Trump, la liaison con i Gillet Gialli e via sovraneggiando.

La porta sbattuta in faccia al Partito Democratico di Bersani nel 2013 – e la scelta di andare all’opposizione con l’apriscatole ancora in mano nonostante il 25% dei voti ottenuto nelle urne – e successivamente a quello di Matteo Renzi nel 2018, ne furono la dimostrazione, oggi troppo spesso dimenticata. Le cose sono andate secondo la ben nota cronologia: 2013 governo Letta, 2015 «Enrico stai sereno» e governo Renzi, 2016 disfatta al referendum costituzionali e dimissioni del medesimo, 2017 Paolo Gentiloni fino alle elezioni del 2018 dopo le quali la mappa si colorò in maniera ancora più inquietante di quella dei nostri giorni. 

L’Italia si tingeva dei colori del vomito e l’apriscatole riposto cinque anni prima sarebbe stato usato con effetti drammatici per la democrazia rappresentativa di cui ci renderemo conto molto presto. Bella senz’anima, la posizione dominante del Movimento Cinque Stelle, esorcizzato il Partito democratico al grido di «Bibbiano!» portò in dono Matteo Salvini e, perché a nessun dei due fosse concesso per intero il vaso della marmellata, sorse il pallido astro di Giuseppe Conte tenuto costantemente sotto controllo da Rocco Casalino ed affiancato, come Pinocchio tra i due carabinieri, dallo smilzo Di Maio e dal muscolare Salvini. Un po’ di ripasso durante le vacanze natalizie fu sempre consigliato dai solerti professori.

La convivenza non troppo innaturale tra Lega e Movimento Cinque Stelle, nonostante screzi, sgambetti, denuncia di “manine” decreti al limite della costituzionalità e molto altro, sarebbe comunque durata se Salvini non avesse tentato il colpaccio delle elezioni anticipate sulla spiaggia del Papeete che gli fu fatale, avendo sottovalutato la natura opportunistica dei nipotini di Beppe Grillo. La doccia fredda dopo l’incauta esposizione sui lidi romagnoli, fu quella di aver compreso troppo tardi che nonostante «Bibbiano!» Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico si sarebbero incontrati, auspice Matteo Renzi che tornava ad essere l’ago della bilancia per evitare le temute elezioni, aborrite anche dal Capo dello Stato. 

Per l’eterogenesi dei fini, nasceva il governo Conte2, ma sulla sua culla incombeva la strega malvagia il cui infausto vaticino nel volgere di sei mesi avrebbe messo in ginocchio l’Italia. Poiché ciò nell’estate del 2019 non era prevedibile, il disegno di Renzi, frattanto fondatore di Italia Viva, era di natura strategica squisitamente militare: sganciare Forza Italia da Salvini, acquisire l’appoggio dei moderati del Partito Democratico nel quale erano stati lasciati appositamente molti agenti all’Avana, mettere alle corde il Movimento favorendone la spaccatura e procedere con un nuovo Premier fino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e al completamento della legislatura. 

Il disegno si sarebbe compiuto probabilmente a gennaio, se lo sconquasso della pandemia non avesse evocato due esiziali considerazioni politiche che stanno favorendo Conte: il convincimento, non sempre esatto, che ciò sarebbe visto con sospetto dall’Unione Europea, fino al punto di stringere i cordoni della borsa, e la paura di andare a nuove elezioni prima del semestre bianco. Valutazione quest’ultima basata solo sui sondaggi e meno sul senso di responsabilità degli italiani che, nel frattempo, hanno conosciuto meglio Matteo Salvini, dirottando parte del consenso su Fratelli d’Italia. 

Insomma, ad avviso di chi scrive, non è stabilito dalla Parche che la destra sovranista ed antieuropea giustamente, invisa ad Ursula Von der Lyen, debba governare l’Italia. Gli italiani lo hanno compreso, anche con l’occhio ai duecentonovemiliardi di euro del Next Generation EU. L’anno che ora va a chiudersi con il carico impressionante di oltre sessantacinquemila morti e l’incubo della più grande recessione dal tempo del dopoguerra, ripropone il tema della tenuta del Conte2. I tanti errori nell’intervallo tra fase uno e fase due della pandemia, le scelte dissennate di ristori non proporzionati e di fantasiose provvidenze a pioggia, le scelte di governance e il delirio di immaginifiche strutture parallele di cui ho scritto ne hanno ormai logorato l’immagine. 

Quella del 16 dicembre sarà probabilmente l’ultima fiducia che questo esecutivo incasserà dal Parlamento, pena la scomparsa d’Italia Viva dallo scenario politico e l’accattonaggio per la salvezza di qualche notabile nel Partito Democratico o in Forza Italia nel Parlamento in miniatura del 2023.

Il destino di Conte sarà quello del “Giardiniere tenace” o piuttosto del “Sarto di Panama”, due dei best seller di Jonn Le Carrè, scomparso nei giorni scorsi? Nel primo caso un diplomatico inglese assegnato all’Alto Commissariato in Kenia indaga sulla scomparsa della propria moglie, attivista umanitaria, orchestrata da una compagnia farmaceutica che conduceva esperimenti su esseri umani. Il fatto si ispira al caso reale della responsabilità della Pfizer nel cosiddetto Contenzioso di Kano ancora oggi aperto tra Uganda e Stati Uniti. Il film, Oscar 2006 alla protagonista femminile Rachel Weisz, è uno spaccato delle ipocrisie e degli affari colossali che girano nel mondo della cooperazione internazionale e degli aiuti umanitari. Oggi la Pfizer, già benemerita per il Viagra, è acclamata quale “salvatore del mondo” e prima o poi avrà un Premio Nobel.

Il vedovo protagonista del Giardiniere tenace, interpretato da Ralph Fiennes, sarà abilissimo ad eludere ogni trappola e, nonostante le reti di protezione di cui la multinazionale gode all’interno dell’establishment britannico, darà vita al colpo di scena finale che, ovviamente, non rivelo. Ho dei dubbi, però, visto che l’eventuale accostamento con il premier suggerisce un altro Giardiniere, lo Chance di “Oltre il Giardino”, una favola sulla banalità del potere scritta dal polacco Jerzy Kosinchi e il cui protagonista fu interpretato nel 1979 dall’ eccezionale Peter Sellers.

Vedo piuttosto analogie con il “Sarto di Panama”, altro intrigo internazionale ambientato dall’autore de “La Talpa” nel 1999, anno che segnò la fine del controllo del Canale da parte degli Stati Uniti; la trasposizione cinematografica più godibile è del 2001, con Pierce Brosnan, Geoffrey Rush, l’indimenticabile logopedista di Giorgio VI ne “Il Discorso del Re” e il dodicenne Daniel Radcliffe, futuro Harry Potter.

Un timido sarto di origini inglesi accreditatosi nella capitale con referenze taroccate, rivela al “contatto” dell’MI6 che lo tiene in pugno per antichi scheletri nell’armadio, alcuni segreti di stato che millanta di aver carpito ai potenti clienti panamensi durante le prove degli abiti. Il contatto, pur avendo capito che si tratta di balle, passerà ugualmente a White Hall i segreti farlocchi e si salverà, incassando il premio promesso e scomparendo in Svizzera; il sarto, invece, uomo estremamente pavido e mediocre verrà presto scoperto, resterà con in mano il classico pugno di mosche e avrà salva la vita solo grazie alla protezione americana. Mai ritenersi più furbi di quanti hanno invece il pelo sullo stomaco.

Tre finali possibili dunque per l’avvocato del Popolo: l’improbabile rivincita, il prevedibile oblio, la colonna infame di cui gli italiani sono maestri. Basterà la Provvidenza a salvarlo o, continuando a credersi una volpe, finirà comunque in pellicceria? Lui, che ha studiato dai preti, magari continuerà ancora per qualche mese a farvi affidamento. L’espressione “eterogenesi dei fini” fu coniata dal filosofo Wilhelm Wundt nel 1889 che la definì «un campo di fenomeni che comportano conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali». È molto usata oggi anche per analizzare la politica ma pochi sanno che l’espressione è ben più antica e risale a Niccolò Machiavelli e a Giambattista Vico che ammoniscono i reggitori del potere in ogni tempo a ben guardarsi dal rischio di produrne di sconsiderate, per non rimanerne vittime. E la lezione vale per tutti.

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