Corsia penalizzataLa discriminazione verso gli infermieri di origine straniera con cittadinanza italiana

Il personale non è sufficiente per gestire la pandemia eppure molti professionisti non nati, ma cresciuti nel nostro Paese non riescono ad accedere al sistema sanitario nazionale e spesso vengono relegati al settore privato

Nuove radici

Mentre ci si interroga sull’arrivo di una terza ondata di Covid, in Italia si fa sempre più allarmante la carenza di personale sanitario. Secondo la Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI), alla fine del 2019 mancavano già circa 50mila infermieri, con un rapporto di 11 infermieri per ogni paziente. La media europea, e il rapporto ideale, è invece di 6 a 1. Una situazione resa ancora più critica dal Covid-19, che ha colpito soprattutto il personale sanitario in prima linea.

Gli infermieri non bastano, eppure molti professionisti di origini straniere faticano tuttora ad accedere al sistema sanitario nazionale. Vengono spesso relegati al settore privato, senza poter accedere ai bandi pubblici, e anche quando riescono ad affermarsi devono fare i conti con una costante diffidenza, ostilità, discriminazioni.

NRW ha fatto una doppia intervista a due infermieri con cittadinanza italiana che vivono in una corsia tutta in salita: Rosa Melgarejo, infermiera nel reparto emodialisi del Policlinico di Milano e Presidente del gruppo Infermieri del mondo, e Richard Sucapuca, infermiere di rianimazione neurochirurgica all’ospedale Niguarda di Milano, entrambi di origini peruviane.

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