Investimenti a rischioGli effetti della guerra in Etiopia per le aziende italiane

Lo scontro civile tra i ribelli del Tigray e lo Stato guidato dal premier Aby Ahmed Ali ha causato migliaia di morti e sfollati. Una minaccia destabilizzante per le molte imprese del nostro Paese che hanno spostato i propri punti di produzione nel Corno d’Africa, attratte dall’ambizioso piano infrastrutturale di Addis Abeba

Lapresse

Domenica 29 novembre, il Primo Ministro d’Etiopia e Premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed Ali ha annunciato l’ingresso dell’esercito centrale a Makallè, capitale dello Stato settentrionale del Tigray, regione ribelle al confine con l’Eritrea. L’avvenimento rappresenta la fine dell’operazione militare nella regione dopo oltre tre settimane di scontri, iniziati nella notte tra il 3 e il 4 novembre. La guerra è stata invisibile: nessun cronista o diplomatico straniero ha potuto recarsi nella regione e i collegamenti telefonici e internet sono stati interrotti all’inizio delle ostilità.

Il conflitto ha visto protagonisti il governo centrale di Addis Abeba e il governo locale del Tigray, quest’ultimo sostenuto da forze armate legate al Fronte Popolare di Liberazione (TPLF), il maggior partito della regione che da sempre rivendica l’autonomia del territorio. L’accusa mossa dal Presidente Abiy al TPLF è di aver attaccato due basi delle forze federali nelle città tigrine di Makallè e Dansha. L’Etiopia è un Paese federale in cui ogni regione che lo compone è espressione di un’etnia, di un clan o di una tribù, motivo per cui le spinte separatiste sono frequenti nella storia etiope e perché è stato un Paese per molto tempo governato da militari. Questi ultimi legittimavano il loro potere con la capacità di tenere assieme una nazione profondamente divisa.

I tigrini sono una delle principali comunità etniche che costituiscono l’Etiopia. Il Tigray ha alle spalle un lungo sentimento indipendentista nato già nel 1976, anno in cui i membri del Fronte di Liberazione pubblicarono il loro manifesto ideologico di ispirazione marxista: chiedevano la secessione della regione e la successiva formazione di una Repubblica socialista indipendente. Negli ultimi trent’anni gran parte dei posti di comando delle istituzioni pubbliche sono stati ricoperti da tigrini e, nel 1995, l’allora capo del TPLF Meles Zenawi divenne Primo Ministro, restando in carica fino al 2012, anno della sua morte.

Da lì i tigrini hanno perso gran parte della loro influenza politica e l’elezione nel 2018 dell’attuale premier Abiy, presidente dell’Organizzazione Democratica del Popolo Oromo e prima persona di etnia oromo alla guida del paese, ha confermato tale tendenza oltre a essere riconosciuta tra le principali cause del conflitto.

È ancora presto per dire se si è effettivamente giunti alla fine delle ostilità, dal momento che i tigrini hanno ancora ingenti risorse militari: la conquista di Makallè potrebbe sancire la fine del conflitto oppure l’avvio di una nuova fase di scontri. L’Etiopia, che conta 110 milioni di abitanti, è il secondo Paese più popoloso dell’Africa ed è collocata in una regione delicata del Corno d’Africa, zona al centro di numerose criticità: molti analisti temono che le recenti ostilità possano destabilizzare gli stati limitrofi di Somalia, Sudan, Sud Sudan ed Eritrea, oltre a stimolare rivendicazioni di autonomia da parte di altri gruppi etnici del Paese.

Risulta però difficile per la comunità internazionale intervenire: Italia e Unione Europea hanno manifestato la propria disponibilità ad agire ma Abiy sembra voler evitare una mediazione esterna. La stabilità della regione preme il nostro Paese in modo particolare: in Africa sub-sahariana, l’Etiopia è un partner prioritario dell’Italia e dell’Ue, punto di riferimento per l’equilibrio geopolitico dell’area che oggi riveste un ruolo fondamentale per la sicurezza internazionale.

Etiopia e Italia hanno una lunga storia coloniale alle spalle e la restituzione della Stele di Axum (obelisco prelevato come bottino di guerra durante l’occupazione italiana nel Paese) nel 2005 da parte dell’Italia ha aperto una nuova fase nelle loro relazioni diplomatiche. Frequenti le visite bilaterali, di cui le più recenti sono quella del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ad Addis Abeba nel 2018, e di Abiy Ahmed Ali a Roma nel 2019.

Al di là delle ragioni storiche e geopolitiche che giustificano tali rapporti, oggi vi sono anche interessi commerciali concreti. L’Etiopia è tra le economie più dinamiche del panorama africano: il governo di Addis Abeba ha messo in campo una serie di riforme economiche per la promozione dell’industrializzazione e per la liberalizzazione del mercato nazionale, con l’obiettivo di favorire l’afflusso di investimenti stranieri.

L’obiettivo è diventare il primo polo manifatturiero del continente e modernizzare le tecnologie per la trasformazione alimentare, nell’intento di contrastare la dipendenza della produzione agricola del Corno d’Africa dai cambiamenti climatici.

L’Etiopia ha in Italia il primo fornitore e terzo cliente a livello europeo, mentre in un’ottica globale è rispettivamente quinto e nono. La quota di mercato dell’export italiano è pari al 4%, di gran lunga superiore a Germania (2,1%), Francia (1,3%) e Spagna (0,9%). La metà delle esportazioni italiane è basata su macchinari e apparecchiature, quali macchine industriali specializzate, prodotti siderurgici e tessili, e componenti di autoveicoli; le importazioni riguardano invece il settore agricolo e le produzioni conciarie e tessili. L’ammontare dell’interscambio commerciale italo-etiope ha visto negli ultimi anni una crescita costante: dai 277 milioni nel 2017 si è arrivati a quasi 310 milioni nel 2019, stando ai dati della Farnesina.

Ciò è diventato possibile grazie a un costante trend positivo dell’Etiopia nell’ultimo decennio (una crescita del 10% del PIL rispetto al 2004), alla disponibilità di fonti idroelettriche, ai collegamenti aerei diretti, all’apertura agli investitori internazionali, al basso costo del lavoro e alla presenza di una comunità italiana ben integrata, soprattutto nella regione del Tigray.

L’attuale instabilità politica rischia di mettere a repentaglio anni di investimenti e speranze per il futuro dell’economia etiope. Gli Investimenti Diretti Esteri italiani ammontano a 184 milioni di euro (dati 2018). Proprio per stimolare l’imprenditoria italiana in Etiopia Confindustria ha organizzato, nel 2019, insieme a Agenzia ICE e ABI e in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e il Ministero dello Sviluppo economico, una missione imprenditoriale ad Addis Abeba. Quest’ultima si è aperta con il Business Forum Italia-Etiopia alla presenza di 34 imprese e 2 banche, per un totale di oltre 70 partecipanti.

Le infrastrutture rappresentano uno dei punti fondamentali della collaborazione italo-etiope: il Paese africano punta sulla realizzazione di un ambizioso piano infrastrutturale che vede coinvolte società italiane. Solo nel 2019 sono stati spesi 1,5 miliardi di dollari per la costruzione di strade nuove e 2 miliardi per ampliare la rete ferroviaria che collega l’Etiopia con gli stati limitrofi.

Un esempio concreto di questa nuova politica economica è Salini-Impregilo, azienda che ha realizzato progetti nel settore dell’energia idroelettrica per un valore di 9 miliardi di euro, costruendo impianti che sono tra le opere principali del Piano di Sviluppo Energetico del Paese. Molte aziende italiane hanno inoltre aperto nuovi punti di produzione sul territorio. Calzedonia ha inaugurato il suo primo impianto produttivo a Makallè nel 2018: si parla di un investimento di 22 milioni di euro e dell’impiego di 2mila dipendenti italiani e locali. 

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