La grande bellezzaIl nuovo libro di Francesco Rutelli è una dichiarazione di amore per Roma

L’ex sindaco evita gli intrighi di potere e si sofferma sulla città come mosaico di luoghi e sensazioni. Il testo è un atto di fedeltà alla Capitale, con aneddoti gustosi e piccoli frammenti di un’attività amministrativa ricca di battaglie più e meno conosciute

È scritto da Francesco Rutelli, ma non è il libro di un politico.

Tutte le strade portano a Roma” (editori Laterza, 16 euro) non appartiene alla categoria, oggi molto frequentata, delle testimonianze dei politici militanti, scritte per avere passaggi in Tv. Del libro di un politico in corsa è lecito diffidare. Solo una certificata fine carriera merita la curiosità di andare a cercare pezzi di verità, pagine inedite sfuggite alla cronaca. E Rutelli si considera un ex, uno dei pochi che non sembra averlo fatto per finta o per candidarsi con più chance alla presidenza della Repubblica. 

Il volume di Rutelli davvero non è un manifesto politico, oppure, se lo è, vuol dire allora che il messaggio è molto sottile, comunque sofisticato e di qualità. Sicuramente è un atto di amore per la città, molto utile per meglio leggere, per differenza, la pagina di cronaca, per ora ben poco edificante, dell’imminente sostituzione del peggior Sindaco, oggi si dice Sindaca, mai visto in Campidoglio.

Qualcuno sostiene che Rutelli, all’opposto della svagata grillina capitata lì per caso e per rabbia masochista degli elettori, sia stato il migliore di questa difficile classifica, ma questo aspetto della questione qui non è rilevante, anche se nel libro sono moltissimi i riferimenti dell’autore alle sue esperienze negli anni in cui fu Sindaco.

Ci sono aneddoti (gustosi i rapporti con i grandi visitatori, da Giovanni Paolo a Biden), ricordi di lavoro svolto con assessori diventati classe dirigente degli anni successivi (Rutelli è un grande talent scout trasversale, da Renzi a Spadafora, e sul grande errore di Lusi ha scelto di ritirarsi). Piani di lungo termine impostati con successo, battaglie vinte per questioni che richiedevano una visione, non solo ispirate dall’ansia della visibilità immediata che oggi tutto condiziona. Battaglie aspre, come la nuova Ara Pacis, o poco conosciute come la biblioteca di via Gregoriana, o la nuova Ala dei Musei capitolini, o le modifiche urbanistiche di salvaguardia i cui frutti si sono visti molto in là nel tempo.

Sono frammenti di un’attività amministrativa che fanno parte di questo mestiere straordinario che è fare il Sindaco di una città bella e impossibile, in cui nessuno ti e si prende sul serio, depositaria di una millenaria superiorità. L’unica città veramente mondiale che esiste sulla faccia della terra, racconta il libro, invertendo, fin dal titolo, il senso di marcia di un luogo comune: tutte le strade partono da Roma e non solo portano alla statua di Marco Aurelio, in questo senso vero ombelico del mondo.

Il volume mette ben in evidenza il carattere non scolasticamente eterno di Roma con la sua capacità di estensione storica e il suo fascino, sia nella prospettiva verticale (la strepitosa stratificazione che compone il paesaggio urbano, per cui Montaigne notava che si camminava sul «tetto di case antiche») sia in quella orizzontale a centri concentrici, che lascia tracce di sé ovunque nel mondo, ad esempio realizzando un riferimento al Campidoglio da L’Avana a Washington.

Ma c‘è soprattutto il Rutelli architetto. Amante della storia dell’arte, come non può non essere un romano, e orgoglioso discendente di Mario Rutelli scultore che ha lasciato tracce di sé nella città, dal Gianicolo all’Esedra, alla stessa Montecitorio. Secondo un percorso che Francesco puntigliosamente ripropone, lasciando trasparire, è l’unica debolezza, una certa partigianeria familiare.

Un Rutelli anche urbanista, che gira fin da ragazzo per la città in motorino o in motocicletta, con tale curiosità e capacità di ricerca degli angoli conosciuti e sconosciuti, da oscurare il simile girovagare di Nanni Moretti. Difficile capire chi imita l’altro, ma il comune omaggio alla città trova evidentemente in quel mezzo di trasporto l’approccio più felice alla conoscenza. È in fondo lo stesso metodo di Vacanze romane, per usare un’altra citazione cinematografica adatta all’autore, ora presidente dell’industria del cinema, che quel mondo ha conosciuto e frequentato attraverso la vicinanza con i romani più autentici, come Alberto Sordi o Carlo Verdone, o quelli acquisiti, come Federico Fellini, capofila dei tantissimi non romani che – compreso chi scrive – considerano la città parte essenziale della propria biografia sentimentale. 

Un libro dunque da godere, non una guida turistica e neppure storica, perché è un mosaico non certo esaustivo di luoghi e sensazioni, limitandosi a quelli e quelle che fanno parte dell’esperienza personale.  Verrebbe da dire una guida all’anima profonda della città.

Difficile rispondere a uno degli interrogativi conclusivi dell’autore, e cioè se sia insanabile il contrasto tra «la nostra modesta quotidianità e aspettative così elevate». La realtà contemporanea offre infatti una prospettiva molto più pessimistica, per il vero del tutto capovolta, e cioè quella del contrasto tra una realtà diventata modesta e le aspettative elevate che chi ama Roma pretende. 

In questo periodo di lockdown, svuotata dalle carovane turistiche, non più oltraggiata dalla disattenzione delle scolaresche e dal traffico soffocante, c’è l’occasione di riscoprirne la grande bellezza. Quasi una tabula rasa da cui ripartire. Chissà.

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