Un grande del XX secolo Il documentario su Frank Zappa svela le contraddizioni di un genio senza eguali

Il film di Alex Winter mette al centro della scena la parte umana del musicista: impegnato per la libertà di espressione e contro l’ipocrisia religiosa, nemico del politicamente corretto. Un artista conosciuto male e poco dal grande pubblico, che ancora oggi può influenzare positivamente le nuove generazioni

Zappa” di Alex Winter, disponibile per ora solo negli Stati Uniti, è il primo documentario su Frank Zappa prodotto con la benedizione della moglie Gail, che gli ha consentito l’accesso al mitologico caveau, infinitamente ricco di materiale musicale e video, anche personali, proprio sotto la casa di famiglia (acquistata di recente da Lady Gaga).

Variety, Rolling Stone, Il New York Times, il New Yorker hanno elogiato il lavoro di Winter, che racconta lo Zappa compositore, riconosciuto come uno dei Grandi del XX secolo negli ambienti di musica contemporanea. È Zappa l’uomo il protagonista, con le sue contraddizioni: rockstar, e (quasi) uomo di famiglia; le sue battaglie: per la libertà di espressione e contro l’ipocrisia religiosa; la sua autenticità. Nemico del politicamente corretto fine a sé stesso, e moralismi vari, soprattutto in camera da letto.

Autodidatta, scriveva musica senza sosta e suonava divinamente – rock, jazz, sinfonica, doo wop, R&B – capace di imporsi, prescindendo da gusti ed età, su chiunque. Una perenne opera di composizione ed esecuzione musicale la sua. Quella rock, a suo dire, gli permetteva di finanziare la produzione difficilmente “commerciabile” dell’altrettanto prolifica composizione contemporanea. Signori e signore, ci troviamo di fronte ad un vero perfezionista, definito «schiavo del suo stesso orecchio interiore».

Costantemente impegnato nell’ardua missione di tradurre in suono ciò che il suo incredibile genio partoriva, Zappa voleva cambiare il modo di comporre e ascoltare musica. Non amava il business intorno al suo lavoro, ma è diventato imprenditore proprio per essere indipendente. Nel 67-68 c’era un vero pellegrinaggio a Laurel Canyon, dove si era stabilito: gli Stones, Joni Mitchell, John Lennon, Jimi Hendrix, Pink Floyd. Tutti volevano incontrare Frank Zappa.

Ma perché Zappa? Dovrei scrivere di economia, politica americana, innovazione urbana (tutte cose molto tediose), ma grazie a una gentilezza del direttore, che ho scoperto fra l’altro essere presente insieme a me a un suo concerto a Milano nell’88, sono qui a parlarvi di un artista che posso dire di conoscere meglio di quanto conosca tutte quelle altre cose importanti. Perché oltre alla sua musica, ciò che sin da quando avevo 14 anni mi ha ispirato, è la sua visione della società, ostinata e controcorrente.

Zappa è stato un genio conosciuto male e poco dal grande pubblico, un’intelligenza mostruosa che penso sia utile far rivivere ai veterani come me, e conoscere alle nuove generazioni. Era dotato di una capacità di espressione linguistica impressionante, un’acutezza lungimirante di analisi della società e della politica a lui contemporanea. Formò una band multirazziale già nel 1955, nella sua high school molto “bianca”, controculturale anche nella controcultura (non amava gli hippy, che considerava in maggioranza conformisti e non andò a Woodstock), maniacale nella sua professionalità (nell’88 aveva fatto provare la sua band per 4 mesi 5 giorni a settimana e 6 ore al giorno) e potrei continuare.

Zappa ha dedicato la sua vita alla battaglia contro le ortodossie, già da giovanissimo. La fede nella libertà di espressione lo spinse a tagliarsi i capelli, mettersi la cravatta e condurlo in Senato, dove, con grande oratoria si schierò contro il “Parental Advisory”, l’etichettatura dei dischi con testi ritenuti osceni, promosso dalle mogli benpensanti (e bipartisan) di alcuni senatori americani (fra cui Gore), che Zappa definiva vera e propria “censura”, e non riguardava neanche i suoi dischi – memorabile la sua audizione al senato nel 1984 e il suo «Mi vuoi sculacciare?» in diretta al columnist conservatore John Lofton durante un dibattito su CNN.

La provocatoria musica di Zappa fece da colonna sonora durante la Rivoluzione di Velluto in Cecoslovacchia, e a Praga nel ’91 l’artista fu accolto dal presidente Václav Havel, che lo nominò rappresentante per il commercio e gli affari culturali. Grazie a Winter, abbiamo scoperto che si era recato più volte a Mosca per cercare di contribuire a migliorare le relazioni est-ovest. L’amministrazione Reagan e poi Bush lo hanno osteggiato in maniera pesante, tanto che era scomparso da qualsiasi trasmissione radio TV.

Come era noto, non usava droghe. Anzi, era contrario perché «i musicisti poi avrebbero suonato male», espressione questa di una rara integrità, l’integrità di chi eccede, azzarda, ma che non ammette approssimazioni di alcun tipo: ciò che fai, qualsiasi cosa sia, lo devi fare bene, e Zappa, che da ragazzino imberbe si innamorò della musica di Edgar Varèse, incarna tutto questo. Il suo anticonformismo, poggiato su solidissime basi di competenza e di spessore artistico, resta leggendario e per questo in linea con alcune battaglie di questo giornale.

Mi torna in mente un episodio di quando ero appena arrivato a Yale nel ’96. Non avendo compreso cosa mi aspettasse e pensando di andare a fare “Animal House”, mi fiondai subito a una festa. Portavo dei cd (non i lenti, come dice Elio), fra cui “Sheik Yerbouti” di Zappa. In ascensore una ragazza mi disse che quel disco non era PC. Io non capii.. (PC? Mac? Boh). Mi spiegarono: «Politically Correct». «Ahhh, ok. Allora lo mettiamo per primo!», lei rimase inorridita. Yale oggi è forse la più progressista fra le scuole della Ivy League, solo che non ci si può più vestire da Zorro ad Halloween (mia madre mi faceva i baffetti col sughero bruciato) perché è cultural appropriation. Penso che oggi mi caccerebbero in un paio di mesi.

Zappa aveva capito già dall’avvento di Nixon dove saremmo andati a parare con la politica sempre più pesantemente pervasa da religione e suoi pretesti. Ma anche con il politically correct di oggi. Pensate che siccome una sera disse alla sua roommate, a proposito della sua futura moglie, «se vuole scopare dille di venire qui», il New York TImes ha aggiunto un «malgrado fosse sessista».

Era un innovatore (sebbene innovazione è oggi una parola talmente sputtanata che penso l’avrebbe derisa), tanto che a metà anni Ottanta parlava già della possibilità di sostituire la distribuzione dei dischi con trasferimenti diretti da digitale a digitale via telefono o via cavo TV, e le royalty pagate ai compositori direttamente integrate nel software. Vorrei anche dire a chi segue la musica elettronica, che uno dei primi sperimentatori e compositori elettronici è stato Zappa, col Synclavier e il computer (inizio anni Ottanta), che gli permetteva di eliminare l’errore umano delle orchestre.

Zappa insomma sarebbe un role model per i nostri giorni, e con molta probabilità un sostenitore dell’alleanza contro gli stronzi. Era un libertario più che un liberal (che negli Stati Uniti significa “di sinistra”), credeva nella competenza. Sostenitore dei diritti civili e nemico della disinformazione o del rincoglionimento da TV (“I am the slime oozing out from your TV set”).

Per scrivere questo articolo ho chiesto una mano a mia nipote che ha 20 anni. Non sapeva nulla di Zappa, ne è rimasta affascinata. A conferma di come semplicemente essere “esposti” a una certa musica delle opere, parole e concetti abbia una forza enorme. Riporto una frase del figlio Dweezil che ho sentito a un suo concerto. La ricordo bene perché era il giorno prima delle elezioni presidenziali del 2016: «Non c’è nulla di male nell’ascoltare Beyoncé. È solo una questione di esposizione. Ai giovani gioverebbe solo avere la possibilità di ascoltare la musica di mio padre».

Ha collaborato Costanza Ettorre