La storia si ripete?L’ombra della Conferenza di Monaco sull’Unione europea

È vero che Bruxelles non ha una propria costituzione, ma se inizia a cedere su alcuni valori che la ispirano perderà ogni legittimità politica. Le concessioni fatte a Polonia e Ungheria, con il rinvio del meccanismo che subordina i finanziamenti previsti dal NextGenerationEu al rispetto dei principi democratici, minano alla base l’idea dei padri fondatori

Mateusz Morawiecki e Viktor Orban/Lapresse

Il 30 settembre del 1938 si chiudeva la Conferenza di Monaco durante la quale un’Europa impaurita negoziò un debole accordo con la Germania nazista, nel supremo interesse di mantenere la Pace. Mal sopportata da Adolf Hitler, l’iniziativa era stata promossa dal primo ministro britannico Neville Chamberlain e dal collega francese Edouard Daladier. Vi partecipò anche Benito Mussolini ormai consegnatosi nelle mani del Führer, già sporche del sangue del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss, assassinato nel 1934 perché si era opposto all’annessione del proprio Paese al Reich, e di quello di centinaia di migliaia di ebrei internati nei campi di concentramento di cui prime e inascoltate notizie erano già trapelate in Europa e negli Stati Uniti, come emerse successivamente durante il processo di Norimberga.

Scopo dell’incontro, svoltosi nel sontuoso Führerbau progettato dall’architetto Paul Troost in stile neoclassico e inaugurato solo l’anno precedente nella capitale bavarese, era frenare l’espansione a Est della Germania che rivendicava l’acquisizione di una parte della Cecoslovacchia, la regione dei Sudeti, abitata da genti di lingua germanica. Il Paese era stato inventato a Versailles dopo la fine della Grande Guerra e includeva Boemia e Moravia di lingua tedesca, e Slovacchia di lingua slava.

Ebbe vita breve, dal 1945 fino al 1993, nell’orbita dell’Unione Sovietica e oggi è diviso in modo culturalmente omogeneo tra Repubblica Ceca – con capitale Praga – e Slovacchia il cui governo risiede a Bratislava; i due Stati sono entrambi membri dell’Unione europea.

Dovemmo imparare rapidamente parecchie cose che non si insegnavano a scuola in quel 1968 che vide i carri armati russi spianare il sogno di libertà per il quale si era immolato Jan Palach e nei cortei studenteschi si gridò per molti anni Dubcek – Svoboda il primo era Alexsander, il premier che si era opposto all’Unione sovietica; il secondo era Ludvik, il presidente della Repubblica eletto quell’anno. Ma svoboda in lingua ceca vuol dire anche Libertà e pravda in russo era la “verità” dei gerontocrati allineati lungo le mura del Cremlino.

Il giornale di regime che porta ancora quel nome è nelle edicole della Russia imperiale del nuovo zar, diffonde altri proclami ma pretende la stessa dogmatica fedeltà.

In Italia cospicue esitazioni rischiarono di replicare il colpevole silenzio già osservato dal Partito Comunista Italiano al tempo della rivolta di Budapest nel 1956 allora guidato da Palmiro Togliatti che definì quella rivolta di popolo «una reazione fascista clericale».

Al suo fianco fu anche Giorgio Napolitano che così polemizzò con Antonio Giolitti che aveva lasciato il partito: «L’intervento sovietico in Ungheria ha evitato che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni. E ha impedito che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, contribuendo in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo».

In modo magniloquente legava la rivolta ungherese con la crisi di Suez che vedeva le democrazie occidentali al fianco di Israele impegnate nel mantenimento della dimensione internazionale del Canale contrapposte all’Egitto panarabista di Gamal Abd al-Nasir, Nasser, appoggiato dall’Unione sovietica. Sperava che la dimensione internazionale offuscasse la notizia di una rivolta in un Paese considerato solo una provincia di Mosca. Non fu così e il partito vide l’esodo di molti sinceri democratici.

Occorrerà attendere Enrico Berlinguer per quello strappo da Mosca che ne fece l’amatissimo campione della democrazia italiana e nonostante ciò molti nipotini di Togliatti siedono ancora oggi in Parlamento e invocano la patrimoniale.

Nel 2006, da neo Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, diventato migliorista già da alcuni decenni, se la sarebbe cavata in modo democristiano dichiarando: «Ho reso questo omaggio sulla tomba di Imre Nagy a nome dell’Italia, di tutta l’Italia, e nel ricordo di quanti governavano l’Italia nel 1956 e assunsero una posizione risoluta, a sostegno dell’insurrezione ungherese e contro l’intervento militare sovietico».

Non una parola sulle responsabilità sue e dei suoi ex compagni di partito, non una richiesta di perdono rivolta alle vittime (forse 25mila), non un’affermazione che definisse il comunismo male assoluto. La doppia morale non è solo il secolare addebito mosso ai Padri Gesuiti di cui ho scritto.

Diversamente nel 1956 si era schierato Pietro Nenni, scrivendo su L’Avanti: «Si può schiacciare una rivolta, ma se questa, come è avvenuto in Ungheria, è un fatto di popolo, le esigenze ed i problemi da essa poste rimangono immutati. Il movimento operaio non aveva mai vissuto una tragedia paragonabile a quella ungherese, a quella che in forme diverse cova in tutti i paesi dell’Europa orientale, anche con i silenzi, i quali non sono meno angosciosi delle esplosioni della collera popolare. Quanto di meglio noi possiamo fare per i lavoratori ungheresi è aiutarli a risolvere i problemi da essi posti a base del rinnovamento della vita pubblica nel loro e negli altri paesi dell’Europa orientale, aiutarli a spezzare gli schemi della dittatura in forme autentiche di democrazia e di libertà. Daremo tutta l’opera nostra in aiuto del popolo ungherese perché possa attuare il socialismo nella democrazia, nella libertà, nell’indipendenza».

A differenza di Napolitano era di statura media, ma alta ne fu la tempra morale riconosciutagli anche dagli avversari politici. È scomparso quarant’anni fa. Forse lo abbiamo ricordato troppo poco.

I Paesi dell’Est sono sempre stati considerati la polveriera d’Europa e anche oggi, in forme diverse, sono, in larga parte, una mina vagante per l’Unione, come ho ricordato recentemente e, come i pentastellati nostrani, non si è ancora capito da che parte stiano. Chi scrive ha provato a farlo.

Ma torniamo a quei giorni di Monaco del 1938 su cui eminenti storici quali Bauer, Shirer, Hobsbawn, Trevor-Roper, Fest e gli italiani De Felice, Di Nolfo, Montanelli e Mieli hanno scritto opere fondamentali. L’atmosfera di quei giorni e il travaglio interiore di molti soggetti minori di entrambe le parti presenti a quella conferenza sono stati riportati con grande intensità da Robert Harris nel romanzo Munich pubblicato in Italia da Mondadori nel 2018.

Tra la sprezzante ironia di Hitler e del suo italico sodale, i delegati delle odiate demoplutocrazie furono trattati con molta sufficienza e i rappresentanti della Cecoslovacchia venivano trattenuti in albergo nell’umiliante condizione di ospiti non graditi, mentre si decideva il destino del loro Paese.

L’accordo si concluse con la concessione del territorio dei Sudeti alla Germania in cambio della generica promessa farlocca di fermare un nuovo conflitto mondiale. Chamberlain tornò in patria acclamato come un eroe e contro di lui si levò, solitaria e profetica, la voce di Winston Churchill che pronunciò le parole rimaste indimenticabili: «Dovevate scegliere tra a guerra ed il disonore. Avete scelto il disonore ed avrete la guerra». E a differenza della Francia, da Primo Lord dell’Ammiragliato, cominciò a preparare esercito, marina e soprattutto la Royal Air Force, convinto della propria infausta previsione e intuendo che quella pausa di un anno sarebbe servita a Italia e Germania per armarsi ulteriormente.

Pochi mesi dopo, morto Chamberlain nel 1940, Churchill ne prese il posto a capo di un governo di unità nazionale, su designazione del Partito liberale che aveva vinto le elezioni nel 1935 e di cui entrambi erano esponenti per conto dei Conservatori. Per la prima ed unica volta un parlamento britannico restò insediato per dieci anni consecutivi, senza elezioni intermedie. Mentre nella Francia occupata sorgeva l’incubo di Vichy, l’Inghilterra vinse la battaglia dei cieli nel 1940, reagì alla disfatta di Dunkerque, e dalle sue sponde partì la più grande spedizione alleata che presto avrebbe raggiunto il cuore di tenebra della Germania.

Le oscure premonizioni dei giorni di Monaco aleggiano ora sull’Unione Europea di Ursula von der Leyen che traccheggia nei confronti di Polonia e di Ungheria, rinviando di un anno la decisione di applicare il principio, non negoziabile, in base al quale i finanziamenti previsti da Next Generation Eu devono essere subordinati al rispetto dei principi democratici posti a fondamento già nel trattato di Roma del 1957 istitutivo dell’allora Comunità Europea, solennemente ribaditi a Lisbona nel 2007 e ratificati nel 2009 dai ventisette paesi membri. È vero che l’Unione non ha una propria costituzione, ma su alcuni valori che la ispirano si è più volte espressa.

Davanti a tale pericoloso atteggiamento dove, ancora una volta l’Unione a trazione tedesca si rivela più interessata a mantenere i propri mercati nell’Est che a difendere i propri valori, va considerato quanto riportato da HuffingtonPost del 10 dicembre a firma di Angela Mauro: «Di fatto, l’accordo raggiunto da Angela Merkel con Ungheria e Polonia ribalta abbastanza quello siglato con il Parlamento europeo, che ha chiesto e ottenuto un regolamento che legasse i fondi Ue al rispetto dei valori fondamentali dell’Unione».

«Il Consiglio europeo – dice Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe, gruppo politico che più ha insistito sull’inserimento della condizionalità legata allo stato di diritto nei nuovi fondi europei – non può violare lo stato di diritto dei Trattati per salvare il regolamento europeo sullo stato di diritto. In qualità di custode dei Trattati, Ursula Von der Leyen non può accettare di ignorarli. Quando un regolamento viene adottato, devi adoperarti per attuarlo, non dire in anticipo che lo sospendi».

Mentre questo articolo viene scritto, è annunciato l’accordo con i due paesi sovranisti, ottenuto con la mediazione di Angela Merkel che, in buona sostanza, rinvia di un anno e mezzo ogni eventuale esclusione dei medesimi dai finanziamenti, per mancato rispetto dei principi democratici.

Per farla breve: secondo il compromesso raggiunto, Ungheria e Polonia potranno prendere i soldi dell’Unione europea e violare lo stato di diritto per un anno almeno. Senza Brexit e una Manica meno stretta di oggi, sarebbe potuto accadere ? Forse, come avvenne per il cadavere del Cid Campeador portato in dai suoi, legato a un cavallo nella decisiva battaglia combattuta a Valencia contro i mori del 1094, la salma di Winston Churchill sarebbe stata esumata e fatta sedere al tavolo del Consiglio Europeo, al grido di «Ricordatevi di Monaco».

Restiamo basiti davanti alla schizofrenia di un’Europa che, mentre giustamente ingiunge all’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi di fare giustizia per Giulio Regeni e di liberare Patrick Zaki da una detenzione senza processo, consentirà alla Polonia di Mateusz Morawiecki e all’Ungheria di Victor Orban di schiacciare i propri oppositori, di subordinare i magistrati al potere politico e di imbavagliare la stampa libera.

Tanto varrebbe a questo punto aprire le porte dell’Unione a Recep Tayyp Erdogan e invitare Vladimir Putin al Parlamento di Strasburgo. Povera Europa, priva di spina dorsale, che tanto lontana dallo spirito di Ventotene e instupidita dalla pandemia, perde di vista il sogno da cui è nata e pur di tenere insieme la trama logorata di un allargamento improvvido, si rifugia nelle pandette della Corte Europea di Giustizia.

Ovviamente, il risultato raggiunto manda in visibilio il presidente del Consiglio italiano che, aduso ad ogni compromesso per salvaguardare il proprio potere, comincia già ad attribuirsi il merito del risultato raggiunto che gli consentirà di edificare la propria piramide. Non lo vorremmo scrivere, ma con ben fondate ragioni temiamo ora che la maggiore vittima della pandemia possa coincidere negli anni a venire con la fine dell’Unione, in un progressivo suo sfilacciamento che allontanerà definitivamente il sogno di un’Europa politica, erede impossibile delle grandi tradizioni liberali dell’occidente. D’altronde, il cigno nero può avere molti padri e qualche fratello.

A quel punto, sarà meglio dimenticare che insieme a Winston Churchill siano esistiti anche Jean Monnet, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Altiero Spinelli, Paul-Henry Spaak e quel Robert Schuman cui dobbiamo quella Dichiarazione di mezzo secolo fa che fu il primo passo verso la Comunità Europea: «Stiamo conducendo un grande esperimento, la realizzazione dello stesso sogno ricorrente che per dieci secoli si è riproposto ai popoli d’Europa: creare tra loro un’organizzazione per porre fine alla guerra e garantire una pace perenne».

Era il 9 maggio del 1950 e l’anno successivo si misero in comune nella Ceca le risorse del carbone e dell’acciaio, sottraendole al domino di singoli Paesi che ne avevano tratto le armi per due guerre mondiali.

Settant’anni dopo, il più grande esperimento democratico della storia mondiale sembra essere sul piano inclinato su cui scivolano i valori non negoziabili; il politologo olandese Cas Mudde, purtroppo poco tradotto in Italia, ne ha scritto sulla rivista Internazionale nel gennaio scorso: «L’Unione non può essere all’altezza della sua missione e delle sue finalità se autorizza al suo interno dei regimi democratici illiberali. Anche se è stata esplicitamente fondata per prevenire una nuova guerra tra Paesi europei integrandoli economicamente (e politicamente), i Paesi che più preoccupavano i suoi fondatori erano quelli governati da partiti e politici di estrema destra. Per questo l’Ungheria di Orbán è antitetica all’ideale europeo. Se l’Unione non si batterà per i suoi princìpi (fondatori), non solo vedrà crescere al suo interno sempre più democrazie illiberali – in particolare, ma non per forza esclusivamente, in Europa centrale e orientale – ma diventerà semplicemente lo scheletro di se stessa».

Noi che non scriviamo affacciati sui placidi canali olandesi ma dall’estrema propaggine tormentata di un continente infelice sempre più lontano dal cuore delle persone buone non possiamo che condividere quelle preoccupazioni e adoperaci con l’unica arma a nostra disposizione, quella penna che può diventare letale quanto e più di una spada, perché non si avverino.

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