Non a casa nostraIl litio geotermico c’è anche in Italia, ma la sindrome Nimby impedisce di sfruttarlo

È un segreto di Pulcinella: tutti i geologi sanno che lo si può trovare tra Lazio e Toscana, costerebbe poco e renderebbe molto. Ma al momento nessuno, a causa dell’immobilismo dei politici e dell’ostilità dei cittadini, ha avviato un processo di estrazione

David Baillot/UC San Diego Jacobs School of Engineering

«Abbiamo letto l’articolo de Linkiesta sull’estrazione di litio da fluido geotermico, ma anche in Italia ci sono siti idonei con contenuti elevati di litio! Il problema è l’accettabilità sociale e la politica». Al messaggio arrivato subito dopo la pubblicazione è seguito un contatto con una fonte che preferisce parlare in condizioni di anonimato e a condizione di tacere i nomi delle aziende coinvolte. Un problema di riservatezza imposto da contratti.

Un rapido giro tra altri geologi permette peraltro di confermare la «soffiata»: termine in questo caso più a proposito che mai, visto che tutta la storia della geotermia inizia con i soffioni boraciferi di Lardarello.

Effettivamente, che in Italia ci sia il litio è, tra gli addetti ai lavori, un segreto di Pulcinella che, però, che sembra non interessare troppo i media. Malgrado il fatto che, al contrario, del litio come del nuovo «oro» per la fabbricazione di batterie per l’auto elettrica di massa e la transizione energetica si parli parecchio.

Si parla molto del «triangolo del litio» sotto a depositi di sale di Argentina, Cile e Bolivia, un po’ meno di quello nelle rocce australiane, e adesso è venuto alla ribalta quello «in salamoia» che sta per venire tirato fuori in Cornovaglia, Renania e California. C’è ovviamente la possibilità del recupero. Ma giusto un anno fa La Stampa spiegò che il litio avremmo potuto ricavarlo anche dalle saline italiane. Ci sarebbe il problema del costo energetico necessario, ma l’idea era che potrebbe essere il sole della Sicilia a fornire via fotovoltaico il quantitativo richiesto.

La fonte che ci ha contattato, però, ci spiega che anche il litio in salamoia starebbe da noi: per lo meno nel Lazio. E ricavarlo non solo costerebbe meno che estrarre il litio dalle saline siciliane, ma avrebbe anche un minor impatto ambientale, visto il tipo di minerali che bisogna utilizzare per fabbricare un pannello.

«Due anni fa», ci spiegano, «investitori stranieri si sono affacciati in Italia al fine di trovare un sito dove fare un progetto pilota per estrarre litio ed altri sotto prodotti da fluido geotermico. Il progetto però si è arenato». Motivo? «Gli stranieri si sono spaventati per la resistenza dei cittadini e dall’immobilismo dei politici».

La stessa fonte ci spiega che questo «blocco» nel litio non è che un riflesso del più generale «blocco» che riguarda il settore geotermico nel nostro Paese. Un Paese come l’Islanda ha fatto dell’energia da geyser un simbolo del proprio ruolo di avanguardia nella transizione energetica, la geotermia è una energia rinnovabile allo stesso titolo del fotovoltaico, dell’eolico o dell’idroelettrico.

Ha anzi un minor impatto sul territorio, rispetto a eolico e fotovoltaico funziona sempre e non solo quando c’è sole o vento, e rispetto al fotovoltaico non ha il citato impatto nella fabbricazione dei pannelli. Ma in Italia gli unici impianti e pozzi geotermici esistenti, di proprietà dell’Enel, si trovano appunto nella zona di Lardarelllo e in quella dell’Amiata.

Producono 950 Megawatt, ma sembra essere impossibile qualsiasi ulteriore espansione. A partire dal 2010, con l’apertura del mercato energetico, diverse società e investitori hanno in effetti presentato più di 50 richieste di Permessi di Ricerca geotermici.

Ma ad oggi, dopo 10 anni, non è stato realizzato nemmeno un pozzo esplorativo. Pare che ci siano anche alcune sfumature tra ad esempio la Toscana, dove i permessi di ricerca li danno ma poi si blocca tutto in fase di passaggio all’attività, e ad esempio il Lazio, dove non risponderebbero proprio. Ma alla fine l’esito è lo stesso.

Il motivo? La motivazione largamente accettata è quella di una sindrome Nimby imperante dappertutto, alimentata da voci incontrollate secondo cui la ricerca geotermica potrebbe provocare terremoti e/o inquinare le falde acquifere, e che paralizza i decisori politici. Sia a livello nazionale che locale. Viene ovviamente il dubbio che ci siano sotto anche altri interessi, che trovano comodo utilizzare la sindrome Nimby come paravento. Ma, ovviamente, bisognerebbe averne riscontri più precisi.

Litio a parte, l’ottantina di progetti geotermici tuttora in alto mare avrebbero potuto fruttare almeno 5 Megawatt a testa: quindi almeno 400 Megawatt, da raffrontare con i citati 950 MW elettrici già prodotti, e con più di 1500MW elettrici che invece sono prodotti in Turchia grazie ai permessi che sono stati dati nel corso degli ultimi dieci anni. Oltre che in Toscana l’energia potrebbe venire prodotta in Lazio, Campania, Sicilia, Lombardia, Sardegna.

Da tener presente che si tratta di progetti a nuova tecnologia in cui non ci sono torri refrigeranti produttrici di vapori, ma con reiniezione totale dei fluidi nelle stesse rocce del serbatoio geotermico, senza alcun tipo di emissioni gassose in atmosfera.

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