L’oro bluCos’è il water grabbing e perché sarà la causa delle guerre del futuro

Sempre più Stati si appropriano di bacini acquiferi di piccole comunità locali o nazioni confinanti. Questo fenomeno ha dato vita a numerosi conflitti in Medio Oriente, America Latina, Africa e Asia. L’unico trattato in grado di regolamentare questo problema è stato ratificato da soli 39 Paesi, ma non da Stati Uniti e Cina

Lacqua è un diritto per pochi. Una risorsa fragile diventata ai giorni nostri una commodity e molto spesso causa di guerre. Benché la terra sia ricoperta di 1.390 milioni di Km cubici di acqua, solo il 2,5% è acqua dolce, la gran parte sotto forma di ghiaccio nelle calotte polari. Il restante 97,5% è acqua salata. Dunque gli esseri umani hanno a disposizione solo 93.000 Km cubici, pari a circa lo 0,5% del totale. Anche questo spiega il fenomeno del water grabbing.

Con water grabbing, o accaparramento dellacqua, ci si riferisce a situazioni in cui attori potenti sono in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni, la cui sussistenza si basa proprio su quelle stesse risorse. Se nel mondo occidentale il consumo è cresciuto a dismisura (un cittadino americano consuma 1.280 metri cubi lanno, uno europeo circa 700) nei paesi in via di sviluppo la situazione è diversa. Un africano consuma in media appena 185 metri cubi lanno. Nella regione africana del Sahel le famiglie consumano anche meno di 10 litri di acqua al giorno. Per essere ancora più chiari: ci sono 1 miliardo di persone che non hanno accesso allacqua potabile nel mondo.

Contemporaneamente con laumento dei consumi idrici e della popolazione, la disponibilità pro-capite a livello globale è passata da 9.000 metri cubi dacqua potabile a disposizione negli anni Novanta a 7.800 nella prima decade del 2000 e si prevede che nel 2025 scenderà ancora a poco più di 5.000 metri cubi. Così ha preso vita una corsa allaccaparramento delle risorse idriche.

Gli effetti del water grabbing, come spiega anche il libro “Water grabbing. Nuove guerre per laccaparramento dellacqua” (Emi) di Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli, sono devastanti. Migrazioni forzate, privatizzazione delle fonti idriche, controllo forzato per progetti di agrobusiness di larga scala, inquinamento dellacqua per scopi industriali che beneficiano pochi e danneggiano gli ecosistemi, controllo delle fonti idriche da parte di forze militari per limitare lo sviluppo.

A regolare il fenomeno l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato il Trattato sulle acque transfrontaliere per mitigare i rischi di conflitto legati all’acqua. A dimostrazione dello scarso impegno delle superpotenze, oggi questo documento è stato ratificato da solo 39 stati, e tra i grandi assenti compaiono America e Cina.

Le zone più interessate sono il Medioriente, lAmerica Latina, Africa, Asia e Australia. Secondo alcuni esperti, lacqua sarà presto più importante del petrolio. E attorno a questo nuovo oro che si combattono e si combatteranno sempre più guerre. Una delle water wars più evidenti è quella in Siria, dove la siccità avrebbe secondo alcuni studi contribuito allinnesco della guerra civile. Cè poi quella tra Etiopia e Kenya, avvenuta perché le comunità che vivevano nella valle dellOmo sono state costrette a migrare a sud dellEtiopia, verso il Kenya, alla ricerca di unaltra fonte dacqua. Anche per il bacino dellEufrate e del Tigri, che è suddiviso tra Turchia, Siria e Iraq, ci sono scontri. In questo caso c’è una condivisione dei fiumi unita anche alle tensioni geopolitiche già in atto tra questi paesi. Senza contare il Sudan, e la faglia geopolitica dellIndo, che crea continue tensioni fra Pakistan e India.

Ma controllare lacqua non significa solo combattere per possederla o difenderla. Oggi si stima che nel mondo ci siano oltre 900mila dighe, di cui 40mila di grandi dimensioni. Questi giganti non servono solo per produrre energia pulita, ma diventano dei meccanismi di controllo dellacqua che spesso possono danneggiare regioni e stati a valle della diga. Zone di particolare tensione oggi sono il Mekong, il Brahmaputra e lIrrawaddy, dove una serie di sbarramenti voluti dalla Cina hanno messo in allarme altri stati come India e Vietnam. Il fiume che attraversa lEtiopia e arriva fino in Kenya invece è stato interrotto da cinque sbarramenti, mentre il lago Turkana, che bagna sia Etiopia sia Kenya, è ai minimi storici sia a causa dellintervento umano, con la costruzione delle dighe, sia per aumento delle temperature nel Corno dAfrica.

Un altro meccanismo è l’uso intensivo in settori strategici dell’economia. In Brasile e in Ghana, grandi corporation cercano di garantirsi accesso a fonti e sistemi di gestione idrica, imponendo tariffari in linea con le proprie necessità di profitto e non con i bisogni della gente comune, in particolare le fasce più esposte. In più, il controllo delle risorse idriche può essere anche un manifestazione del potere di un Paese proiettato negli scenari futuri, a partire dal 2021. Gli obiettivi della Cina, per esempio, sono i più evidenti: nel Mar Cinese Meridionale, le tensioni stanno aumentando a causa delle controverse affermazioni di Pechino in merito ad alcune barriere coralline e aree di pesca vicine alle Filippine, al Vietnam e all’Indonesia. La Cina vuole ricavare isole artificiali da queste zone, e posizionare su di esse attrezzature militari.

Negli Stati Uniti il 2021 sarà invece un anno deciso per la spartizione dell’acqua tra Florida e Georgia. I due stati dovrebbero trovarsi davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti per una causa intentata dalla Florida per l’uso dell’acqua da parte della Georgia nel bacino del fiume Apalachicola-Chattahoochee-Flint. Mentre in una remota città della California, i coltivatori di pistacchi stanno affrontando la Marina degli Stati Uniti per i diritti sulle falde acquifere sotterranee. Il risultato potrebbe plasmare future lotte legali.

È anche il caso della febbre bianca, ovvero la corsa per accaparrarsi territorio e, nel nostro caso, nuove rotte acquatiche nell’Artico. La “gara polare” è stata innescata dal surriscaldamento globale, che ha sciolto i ghiacci dell’Artico dando vita a un nuovo mare, nuove rotte e inediti scenari. Russia e Cina su tutti, poi Stati Uniti e infine Europa sono le grandi potenze che si muovono attratte dalle risorse petrolifere, l’apertura di nuove vie commerciali, flussi di pesca sconosciuti e tanto spazio climaticamente vivibile da occupare.

In vista del 2021, alcuni passi avanti sono invece stati fatti dall’Europa. Il 15 dicembre il Parlamento europeo ha approvato l’accordo con i Paesi Ue sulla nuova Direttiva sull’acqua potabile. I Paesi Ue dovranno adottare delle misure per migliorare l’accesso all’acqua specie per i gruppi vulnerabili a cui sarà garantita così l’erogazione. A questo fine saranno aumentate le soglie di sicurezza degli agenti contaminanti, imponendo limiti più severi per alcuni inquinanti e verranno incrementati i monitoraggi.