Civiltà meschinaLa diffusione della pornografia non consensuale è lo specchio della società che abbiamo creato

Il report dell’associazione PermessoNegato registra una crescita della circolazione di contenuti di revenge porn tramite piattaforme digitali. Un fenomeno figlio di una cultura sociale sempre più povera, ma anche dell’assenza di etica in certi modelli di business

Unsplash, immagine di Dainis Graveris on SexualAlpha

Leggevo di recente un report sulla diffusione tramite Telegram del fenomeno detto revenge porn e più in generale della pornografia non consensuale, che mi ha lasciato senza fiato. Il report è realizzato da PermessoNegato, un’associazione no-profit di promozione sociale leader in Europa per il supporto alle vittime di pornografia non consensuale e di violenza on line, fondata e presieduta da un caro amico, e nella sua più recente edizione ci trasmette la fotografia di un novembre italiano popolato da ben 89 gruppi e canali attivi nella condivisione di contenuti pornografici non consensuali destinati al pubblico domestico.

Il numero degli utenti di questi gruppi è impressionante. Stiamo parlando di diversi milioni di persone, per l’esattezza si possono contare 6.013.688 account. Uno dei gruppi più numerosi da solo ne conta quasi un milione. E siamo di fronte, tra l’altro, a un fenomeno che nel corso di quest’anno ha vissuto una rapida crescita: a febbraio scorso i gruppi erano solo (solo?) 17 e gli utenti poco più di un milione e centomila.

La faccenda per me più raccapricciante si configura nella richiesta particolareggiata di contenuti che riguardano minori e in special modo di video che riprendono violenze e abusi sessuali perpetrati sulle bambine. Video che sovente vengono veicolati in risposta diretta a queste richieste, direttamente nel canale o gruppo.

Un dettaglio che più di tutti mi spinge ad agire in questa pubblica denuncia è quello rilevato nell’immediata concomitanza di fatti di cronaca. È documentato infatti dalle rilevazioni di questo report, che il numero degli accessi e delle sottoscrizioni a questi canali e gruppi, sale verticalmente in occasione di fatti di cronaca perché spesso vengono veicolati più o meno ingenuamente o più o meno incoscientemente, dalla stessa stampa.

Il tema è che, rendendo pubbliche e facilmente rintracciabili molte informazioni, si finisce con l’aiutare in una modalità quasi al limite del favoreggiamento, questi consumatori di orrore. Cosicché anche in Italia il fenomeno della pornografia non consensuale, che è molto vasto e comprende anche quello delle “vendette di relazione”, ha raggiunto negli ultimi mesi proporzioni allarmanti e si è configurato come un vero e proprio rischio generalizzato poiché nessuna classe sociale o demografica ne è esclusa.

Anzi, al contrario può riguardare tutti: dagli adolescenti ai rappresentanti delle istituzioni. Con effetti certamente deflagranti nelle vite dei soggetti coinvolti e con ripercussioni non solamente sul piano psicologico e reputazionale, ma sempre più spesso con ricadute dirette sul piano professionale e lavorativo.

L’aspetto che più mi inquieta è l’esistenza di numerosi siti e canali social espressamente dedicati alla divulgazione di questo tipo di contenuti, che la incoraggiano come se fossero contenuti delle classiche challenge innocue e banali alle quali i social media ci hanno abituati per le catene di solidarietà o per le call to action a sfondo sociale.

Ma fare a gare a chi divulga contenuti pornografici dei propri partner, amici o familiari o ancora peggio di minori, non solo è un reato, ma, nella mercificazione della sessualità, genera un pericoloso fraintendimento su quali siano le emozioni e i sentimenti più profondi nei rapporti di coppia, un degrado totale e irreversibile delle relazioni umane oltre che un doloroso imbarbarimento del sistema di valori che le regola.

Piattaforme e ambienti dove adulti e minori sono indotti a diffondere materiale pornografico, attraverso blandizie, pressione oppure con l’offerta di compensi materiali, sono figli di una cultura sociale impoverita che si consegna inane alla mercé delle regole di ingaggio di certi business che badano ai profitti e non hanno orecchie per niente altro che non sia il fruscio dei soldi. Contesti in cui l’etica di impresa è talmente assente da non sapere e non volere neanche rispondere a quanti tra enti e istituzioni si adoperano per segnalare l’orrore di queste dinamiche.

Ci siamo prestati forse con eccessiva leggerezza ad accogliere queste tecnologie come le nuove frontiere dell’innovazione credendole foriere di un futuro fatto di progresso e democrazia, e siamo saltati a bordo dei loro veicoli in corsa senza accorgerci che quando si corre in assenza di regole certe e condivise, di orientamento a uno scopo comune, ogni individuo riduce la propria capacità di influenza e si trasforma in semplice numero tra quei tanti numeri che invece per loro decretano il successo della loro impresa.

La storia dovrebbe averci già insegnato che quando i numeri crescono tanto e i business si fanno sempre più potenti, per contro si assottigliano le possibilità di intervenire per correggerne la rotta, perché i rapporti di forza mutano e talvolta sovrastano anche quelle degli Stati.

Da qui la mia ferma convinzione che stia a noi, come individui e come collettività, operare quotidianamente delle scelte consapevoli al fine di accordare o meno la nostra fiducia, il nostro tempo e il nostro denaro alle aziende, alle imprese e alle attività che la meritano perché operano e agiscono per il Bene dell’insieme. È l’atto politico per eccellenza, questo. Determinare il successo o l’insuccesso di un business, di un servizio o di un prodotto è nelle nostre facoltà di scelta. Usiamolo per costruire il futuro che vorremmo.

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