Istinti reconditiLa lunga storia d’amore tra sesso e potere

Lo scandalo dell’eurodeputato dell’estrema destra ungherese Jozsef Szajer, coinvolto in un orgia con 25 uomini, è solo l’ultimo caso dello storico legame tra perversione e politica. Una commistione che in Italia ha reso i leader di oggi fautori di una doppia morale, esibita senza pudore nelle vesti pubbliche di difensori della famiglia tradizionale e insieme peccatori

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Lo scandalo che sta riguardando il deputato europeo dell’estrema destra ungherese Jozsef Szajer coincide con due anniversari significativi che cadono in questi giorni. Nel novembre del 1945 aveva inizio il processo di Norimberga che vide sfilare i gerarchi nazisti davanti al mondo rivelando quanto fosse stato immane il folle disegno di Adolf Hitler i cui comportamenti sessuali sono stati oggetto di approfonditi studi e, ormai è accertano, furono all’origine del suicidio della nipote prediletta Angelika Raubal nel 1931. Peraltro, fu proprio approfittando di un’orgia organizzata durante un raduno della Camicie Brune nel 1934, la Notte dei lunghi coltelli, che egli si liberò di Ernst Rohm, suo antico sodale sin dai tempi del putsch di Monaco, accusato di comportamenti depravati e divenuto un’ombra imbarazzante dopo che le elezioni dell’anno precedente avevano portato il folle autore di Mein Kampf a diventare il Fuhrer del popolo tedesco.

Film famosi sul tema sono stati “La Caduta degli Dei” diretto da Luchino Visconti del 1969 con Helmut Berger, “Il Portiere di notte” di Luciana Cavani del 1974 con protagonista quel Dick Bogarde che avrebbe successivamente interpretato Gustav von Ashenbach nel capolavoro di Thomas Mann, “Morte a Venezia” o ancora “Zeta – L’ orgia del potere di Costa Gravas” del 1969, con Irene Papas, che in forma meno cruda rinvia alla dittatura dei colonnelli greci. La medesima a cui, in forma farsesca, volle ispirarsi il fallito tentativo di colpo di stato avvenuto in Italia tra il sette e l’otto dicembre del 1970 ad opera di Junio Valerio Borghese e di una cricca formata da ufficiali felloni e esponenti dei servizi segreti deviati, con l’appoggio promesso da Ndrangheta e da Cosa Nostra, pronte a fare nel Sud la propria parte, come più volte dichiarò Giovanni Falcone.

Tra pochi giorni saranno cinquant’anni da allora ma chi scrive non si aspetta una rievocazione di quei fatti da parte del servizio pubblico, più concentrato sui cenoni, sciovie, contabilità dei contagi e babele delle politiche sanitarie di vaccinazione, prossimo palcoscenico di ennesime e goldoniane “baruffe chiozzote”.

Presidente della Repubblica era il socialista e cattolico Giuseppe Saragat, conterraneo di Francesco Cossiga, che pochi mesi dopo sarebbe entrato nel semestre bianco. Il 12 dicembre dell’anno precedente il Paese era stato scosso dalla strage di Piazza Fontana di cui oggi conosciamo l’intento di accelerare la strategia della tensione. Ne fecero le spese gli anarchici Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda e ci rimise la pelle nel 1972 il commissario capo della questura di Milano, Luigi Calabresi.

Indro Montanelli non era affatto convinto di quelle accuse frettolose e la stessa sera del 12 dicembre dichiarò a TV 7: «Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie ragioni: prima di tutto, forse, per una specie di istinto, di intuizione, ma poi perché conosco gli anarchici. Gli anarchici non sono alieni dalla violenza, ma la usano in un altro modo: non sparano mai nel mucchio, non sparano mai nascondendo la mano. L’anarchico spara al bersaglio, in genere al bersaglio simbolico del potere, e di fronte. Assume sempre la responsabilità del suo gesto. Quindi, quell’infame attentato, evidentemente, non era di marca anarchica o anche se era di marca anarchica veniva da qualcuno che usurpava la qualifica di anarchico, ma non apparteneva certamente alla vera categoria, che io ho conosciuto ben diversa e che credo sia ancora ben diversa…».

Soltanto nel 2005 la Corte di Cassazione avrebbe riconosciuto la responsabilità della cellula neo fascista Ordine Nuovo guidata da Franco Freda e Giovanni Ventura. Dal clima di quegli anni Mario Monicelli trasse nel 1973 un film satirico con Ugo Tognazzi, che intitolò Vogliamo i colonnelli. Qualcuno oggi li gradirebbe, magari in gonnella. Fu una brutta storia che nessuno più racconta agli studenti di oggi, lasciati inermi per essere nuovamente preda di disinformazione, revisionismo e che sento cadere a poco a poco nella trappola secondo cui “il fascismo fece anche cose buone” mentre il duello tra Antonio Scurati e Bruno Vespa, tardi epigoni del ben più titolato Renzo De Felice, è appena iniziato a colpi di libri e di relative promozione nei talk show. Ne vedremo delle belle.

D’altronde, non potrebbe essere diversamente in una scuola guidata dalla ministra senza ritratto cresciuta nell’ombra dei due dioscuri partoriti dalla mente di Gianroberto Casaleggio e imposti al popolo ignorante dalle tristi buffonate di Beppe Grillo. 

Nel 1975, poche settimane prima del massacro sul lido di Ostia, Pier Paolo Pasolini concludeva le riprese del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, affidando alla raffigurazione orgiastica una potente metafora del potere, attinta all’opera di Donatien-Alphonse-François de Sade, signore di Saumane, di La Coste e di Mazan, marchese e conte de Sade, autore, tra l’altro, del romanzo “La filosofia nel boudoir – Dialoghi destinati all’educazione delle giovani fanciulle”. Una denuncia forte che certamente contribuì ad accelerare l’esecuzione della condanna a morte e alla mistificazione, poiché ancora oggi quell’evento risulta ufficialmente agli atti come «esito di un incontro omosessuale occasionale». E tale resterà dopo la scomparsa di Giuseppe Pelosi, detto Pino la rana minorenne all’epoca dei fatti; scontò pochi anni di galera ma molti decenni li trascorse nel terrore di essere eliminato. Storie tristi di un paese la cui cronaca fa più la fortuna degli autori televisivi che la verità e la giustizia dovute a tutti.

Quanto ora accaduto va oltre il rispetto della privacy cui ogni persona ha diritto in tema di relazioni personali di ogni genere e natura, perché riguarda l’esponente di primo piano di un partito, il Fidesz, che fonda il proprio consenso sulla difesa dei valori tradizionali e della famiglia nell’Ungheria di Victor Orban che, negli stessi giorni, protesta per la “pretesa” dell’Unione Europea di condizionare i finanziamenti previsti dal Next Generation Eu al rispetto dei principi e dei diritti posti a fondamento dell’Unione. E non è la prima volta, come ha scritto sul Corriere della Sera del 2 dicembre il corrispondente da Bruxelles, Paolo Valentino, conterraneo di chi scrive e con cui ho condiviso la grande considerazione degli insegnamenti donatici da Italo Calvino nelle Lezioni Americane.

Di quanto stia accadendo in quei paesi ho scritto recentemente, tuttavia l’episodio che coinvolge ora il Parlamento europeo evidenzia che il livello di allarme dell’Unione dovrebbe presto andare a DEFCON 1, poiché esistono virus senza vaccino che ci portiamo dentro da secoli e da cui solo con grande impegno e senza sconti per alcuno possiamo difenderci.

Bene ha fatto il presidente David Sassoli, da buon boy scout sempre pronto e reattivo, ad accettare immediatamente le dimissioni di Jozsef Szajer che tuttavia continua ad invocare l’immunità, riconoscendosi colpevole soltanto della violazione delle norme anticovid e non del massiccio impiego di sostanze stupefacenti in quell’allegra occasione. Un quadro desolante, ove si pensi alla spudorata presenza di Victor Orban tra le fila del Partito Popolare Europeo che farebbe bene a decidere presto al riguardo, pena l’ennesima confusione che già qui in casa disorienta l’elettorato cosiddetto moderato, tentato dalle sirene sovraniste e non ancora abbastanza convinto da Carlo Calenda.

Sesso e potere sono legati, e non da ora, in un intimo intreccio su cui già a lungo si soffermò il padre della Psicoanalisi nel saggio Totem e Tabù del 1913 ma che ha conosciuto nel XX secolo e nei recenti decenni una manifestazione parossistica, investendo come un tornado la Chiesa Cattolica, la Casa Bianca di Kennedy, di Clinton, e del grande satiro, Donald Trump, molte residue teste coronate in Europa e perfino la lontana Thailandia il cui sovrano, Rama X, rischia parecchio da parte del suo popolo di sessantasei milioni di abitanti, tradizionalmente gentili e ora profondamente incazzati. Il sovrano, che regna ma non governa come la regina d’Inghilterra, ha ripristinato a proprio uso esclusivo la poligamia per la prima volta dai tempi del Siam e conduce una vita dispendiosa e dissoluta in Europa, mentre il suo paese ha registrato in tre anni un arretramento del PIL dal 4% del 2018 a meno 6,4% del mese scorso e viaggia verso il raddoppio negativo.

Non parliamo poi di liberta e di rispetto dei diritti civili. Oggi finire una prigione di Bangkok equivale a trovarsi in una di quelle oubliette in cui, come dice il nome, nel medio evo ed oltre il detenuto veniva dimenticato, come ha sperimentato sulla propria pelle il diciannovenne piacentino, Gian Luca Bilardelli, trattenutovi per dieci mesi e di cui, senza l’intervento diplomatico, si sarebbero perse le tracce; al momento del rientro in Italia nel luglio scorso, ha dichiarato: «Nella prigione di Samut Prakan vi sono attualmente circa seimila detenuti che dormono in spazi ristretti all’aperto, con una temperatura molto alta e una percentuale di umidità notevole. I carcerati riposano – per quanto possibile – sotto a potenti fari che illuminano l’area».

Ciascuno dei sudditi oggi deve arrangiarsi non solo con un’unica moglie ma soprattutto con un reddito procapite di 400 dollari al mese, al 96° posto nella classifica mondiale. Oggi il monarca soggiorna in reale “auto isolamento” con la quarta moglie e venti concubine, in un hotel a cinque stelle di Garmisch, nelle Alpi bavaresi. Almeno, con le residue energia potrà sciare. La protesta intanto è divampata nel paese già dal 2019 ma per ora è tenuta sopita da un provvidenziale lockdown pressoché totale imposto dal primo ministro, il militare Prayut Chan-o-Cia. 

Sembrano lontani i tempi del film Anna and the King, trionfo del 1999 per la regia di Andy Tennant e la straordinaria interpretazione di Jodie Foster, remake ma non troppo del successo planetario del musical del 1956 The King and I con Yul Brynner che fece conoscere al mondo un paese di fiaba, diventato presto la Disneyland mondiale del turismo sessuale per ogni gusto, esercitato spesso con minori di ambo i sessi, che ne ha sostenuto l’economia sino alla vigilia della pandemia. 

La Thailandia presto dovrà scegliere tra “l’armoniosa amicizia con la Cina” e l’alleanza militare con gli Stati Uniti che dai tempi della guerra del Vietnam e fino a Trump hanno salvato la monarchia, evitandole il destino riservato agli stati “cuscinetto” diventati spesso noci schiacciate. Vedremo presto le mosse di Joe Biden su quella delicatissima scacchiera di cristallo. Purché non finisca come le mitiche tigri asiatiche, miracoli di economia tra gli anni 60 e 90: Hong Kong, Singapore, Corea del Sud, oggi periclitanti e Taiwan, la Fort Alamo degli interessi americani in estremo oriente che sembra ancor resistere. Sarà la fine del massaggio thailandese?

La commistione tra sesso e potere, peraltro, ha cambiato il mondo in più momenti decisivi, sin dai tempi di Cleopatra ma tale narrazione ci porterebbe lontano. Quindi, se ne riparlerà, ma non qui e non ora come in altre occasioni. Ciò che ora preme è il pericolo rappresentato dalla doppia morale che ormai impera nel nostro piccolo e pruriginoso Paese dove leader di ieri e di oggi sembrano recitare il medesimo copione. Un tempo, i “difensori” della famiglia tradizionale tali erano in pubblico ma davano sfogo al testosterone in privato e più o meno riservatamente.

Oggi, invece, la doppia morale è esibita senza pudore nella tolleranza becera dei più che non le danno alcuna importanza. Che sia uno dei frutti avvelenati di una riforma di grande civiltà quale fu la legge sul divorzio di cui celebriamo il mezzo secolo? Non credo, penso piuttosto a quella cultura del “toro” dalle molte giovenche che, a Milano ed a Torino, come a Napoli ed a Palermo, misurava il potere simbolico e reale di un ricco imprenditore, dal numero di famiglie, oltre quella sacra ed ufficiale, che manteneva nel silenzio generale. Pur essendo un segreto di Pulcinella, i componenti dei diversi clan fingevano di ignorare l’esistenza degli altri. 

In prossimità della morte, il patriarca provvedeva per il benessere futuro di tutti e non era raro che le “famiglie” si incontrassero durante i funerali dello scomparso, abbracciandosi come un’unica nidiata e elevando preghiere in suffragio del comune progenitore. La liberazione sessuale e la lunga marcia delle donne hanno in parte superato quella forma di potere maschile, tuttavia la medesima è ancora presente nel mondo della politica, dello sport e dello spettacolo, dove in nome del potere conferito dalla notorietà e, talvolta, dal consenso, l’interessato procede di fiore in fiore risiedendovi talvolta contemporaneamente, senza scandalo per alcuno.

Se sei al contempo un grande campione del calcio o del ciclismo, se esibisci rosari e proclami novene alla Madonna di Pompei, guidi le processioni al Santuario del Divino Amore, ti accosti devoto all’ampolla del sangue di San Gennaro, adori il dio Po ed organizzi pellegrinaggi a Medjugorje o denunci a gran voce il patto tra il Potere e l’Altare che ti nega a Natale quella Messa di mezzanotte a cui non sei mai andato, nessuna delle tue fan si ribellerà. Se, invece sei un impiegato del mitico Catasto che ha sposato in chiesa la casalinga di Voghera e mantieni inoltre un discreto quartierino nei carruggi, verrai linciato dalle donne indignate, accusato di improbabili forme di schiavitù sessuale e ti verrà pure negata la Comunione. Ma di queste cose è meglio che scriva Guia Soncini che lo fa su questo giornale splendidamente.

Di doppia morale hanno vissuto di rendita i Padri Gesuiti, non sempre schierati con i più poveri come quelli del ’600 in Paraguay di cui narra il film Mission diretto da Roland Joffè e Palma d’oro a Cannes nel 1986 con l’indimenticabile colonna sonora del compianto Ennio Morricone, tanto indigesti al presidente emerito Francesco Cossiga che alla propria isola natia, un po’ barbara e pagana, preferiva quella d’Irlanda e gli insegnamenti del Cardinal Henry Newman, il primo rettore dell’Università cattolica di Dublino a cui si deve l’ordinamento accademico anglo americano. A febbraio saranno duecento venti anni dalla nascita. 

In generale, invece, i gesuiti furono consiglieri dei principi di mezza Europa cui somministravano sempre penitenze lievi e giustificazioni di spessore, diventando talmente potenti da rischiare la soppressione non di un Ordine come tutti gli altri ma di una Compagnia sul cui modello militare era stato fondato dall’ex capitano di ventura Inigo Lopez de Loyola, fiero figlio del Pais Vasco, dove per poter comunicare con il mondo devi conoscere almeno un’altra lingua oltre all’euskera natia. Una necessaria doppia lingua, dunque, all’origine, della doppia morale della cui pratica i gesuiti sono stati accusati?

Forse. Resta il fatto che gli abili “distinguo” e le molte sottigliezze, apprese dopo un lungo noviziato imposto ancora oggi a menti selezionate e brillanti, hanno procurato ai Padri molti nemici e moltissimi amici. Chi scrive ne ha conosciuti alcuni e il nome di battesimo che porta glielo ricorda ogni giorno, talvolta con qualche pena, specie se torna con la memoria ai supplizi dell’adolescenza. Di uno in particolare ha apprezzato la capacità di barcamenarsi, restandone a lungo maestro e guida, in una delle città più problematiche del mondo, dove il confine tra il bene ed il male, tra il vero e il falso, tra gli angeli e i demoni è talmente labile che solo un gesuita può distinguerlo. Un altro è diventato Papa e mai scelta – ovviamente dello Spirito Santo e solo apparentemente dei poveri mortali cardinali – fu più adatta per un mondo in piena transizione che rischiava di travolgere la pur inespugnabile sede apostolica che aveva resistito per due millenni e dove, persino la svolta del Concilio Vaticano II sembrava avere esaurito la propria spinta di rinnovamento.

Dell’antico connubio perverso tra sesso e potere Francesco ha dovuto trangugiare calici di fiele che nessun Dio poteva tenergli lontano; se l’è trovato in casa, la sua corrisponde ad un popolo di un miliardo e trecentoventinovemila persone che vivono in ogni parte del pianeta, come un fungo velenoso, una muffa che lentamente contamina con le proprie spore ogni superficie, spingendosi in profondità sino alle fondamenta e alle radici. Se non una vera e propria doppia morale, una diversificazione del linguaggio diventava urgente anche a costo di attirarsi le critiche dei fondamentalisti che ancora oggi non riescono a comprendere la necessità del suo messaggio e la declinazione multiculturale del medesimo per raggiungere anche l’ultima pecora di quel gregge di cui sovente, invita i sacerdoti e vescovi a non dimenticare l’odore.

Di ciò ho scritto recentemente in occasione della recente Enciclica, Fratelli tutti, pur con quella liberà di cattolico “adulto” di cui spesso ha parlato Romano Prodi, seguendo la tradizione di De Gasperi che seppe dire dei “no” storici a Pio XII, o forse a motivo della traccia permanente di quello scautismo dalle radici anglosassoni che non a caso il suo predecessore Papa Pio XI, posto davanti alla scelta impostagli dall’Uomo della Provvidenza, preferì sacrificare nel 1928, pur di salvare l’ Azione Cattolica.

Bergoglio, dunque, è il campione gesuita della necessità di parlare un linguaggio molteplice ed inclusivo, pur cercando di tenere ben salda la barra dell’ortodossia. Per ottenere questo risultato deve accettare di chiedere perdono per l’accusa storica di doppia morale in materia sessuale mossa all’Istituzione che presiede, poiché solo chi fa pulizia in casa propria ha il diritto di pretendere che ciò avvenga sulla strada dove prospettano anche quelle degli altri. Aver esorcizzato anche il demone del sesso e le sue mille epifanie, facendone un, seppur pericoloso, compagno lungo la strada tormentata del proprio pontificato gli rende onore e probabilmente salverà la Chiesa Cattolica. Lo capiremo meglio nei prossimo decenni. Intanto ci basta il sorriso di sollievo che gli ha illuminato il volto dopo la sconfitta di Donald Trump di cui, con la mimica facciale di uomo del sud del mondo, aveva espresso il giudizio inappellabile durante la visita di stato del 2017. E ciò non ha niente a che vedere con l’elezione, indubbiamente gradita, del secondo presidente cattolico nella storia degli Stati Uniti.

Il lungo e periglioso viaggio tra sesso e potere si ferma qui per ora e il viandante si riposa al suono delle parole che Platone, a pagina 11 del Simposio, fa pronunciare a Socrate in risposta ad Erisimmaco. Sul tema trattato può essere assunto come un buon viatico: «Se vi fosse dunque qualche possibilità perché una città o un esercito fossero costituiti per intero da amatori e da amati, non vi è modo per cui potessero disporre meglio la propria esistenza tenendosi lontani da ogni bruttura e gareggiando tra di loro in desiderio di gloria, e combattendo insieme gli uni con gli altri, essi vincerebbero, anche se in pochi, per così dire, tutta l’umanità. Infatti l’uomo che ama sarebbe disposto ad essere visto da tutti gli altri mentre abbandona la posizione o getta via le armi più che dal proprio amato e sceglierebbe di morire più volte invece di questo. E quanto ad abbandonare l’amato o non portargli aiuto quando corre pericolo non c’è nessun vile a tal punto che amore stesso non lo renda pieno di ardore in valore, tanto da eguagliarlo anche a chi è valorosissimo in natura».

Duemila e quattrocento anni dopo, oltre le interpretazioni, le duplicazione e le sottigliezze della morale corrente e dell’etica applicata alla politica, il mondo fa ancora fatica a comprendere quelle parole fino in fondo.

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