Burocrazia e covidIl cortocircuito normativo che danneggia il distretto tessile di Prato

Un comparto industriale che registra 7 miliardi di fatturato non si è ancora dotato di una regolamentazione per il fine vita dei materiali: occorre uno strumento per favorire la raccolta differenziata e rendere efficiente la produzione. Senza regolamento il rischio concreto è quello di perdere pezzi importanti di una filiera formata in gran parte da piccole aziende

Cecilia Fabiano/LaPresse

Un decreto ministeriale sull’economia circolare che ancora manca. E un intero settore produttivo, fiore all’occhiello del Made in Italy, che rischia di tracollare. In un cortocircuito tutto italiano: invece di migliorare il processo produttivo, sfruttando le tecnologie nello smaltimento e garantendo economia circolare e sostenibilità ambientale, le imprese vivono nella preoccupazione di finire sotto inchiesta per traffico illecito di rifiuti.

Il tutto accade in un Paese già flagellato da una pesante crisi economica. Il distretto del tessile di Prato è infatti appeso a una norma, in stand-by da tempo, relativa al riuso dei materiali. Quell’economia circolare, appunto, indicata come uno dei punti cardini del governo Conte. E una delle grandi battaglie del ministro dell’Ambiente, Sergio Costa.

Questa farraginosità burocratica risulta così un gentile regalo alle grandi multinazionali del settore che, inevitabilmente, guadagnano da questo stallo burocratico. «E dire che il tessuto riciclato è un grande mercato con una crescente richiesta soprattutto nel Nord Europa», spiega a Linkiesta Fabrizio Tesi, imprenditore pratese e presidente di Astri (Associazione Tessile Riciclato Italiano).

Ma cosa rallenta il tessile di Prato? Nello specifico serve una spiegazione per normare il “fine vita” del materiale, il cosiddetto end of waste (Eow), nel distretto del tessile. Un processo tecnico, certo complicato, ma necessario. Lo strumento servirebbe a favorire la raccolta differenziata ed efficientare la produzione, per esempio sul processo di riuso di materiali non di tessuto, come cerniere e bottoni.

«Sono ormai anni che combattiamo affinché ci sia una norma chiara su cosa sia rifiuto e cosa invece possa essere classificato come “materia prima seconda”. Finché non ci sarà una netta distinzione le problematiche cui gli imprenditori vanno incontro sono infinite», dice Tesi.

E alcune di queste anche drammaticamente paradossali: «A seconda dell’ente che effettua i controlli – spiega ancora Tesi – può capitare che lo stesso materiale riutilizzato venga considerato da alcuni rifiuto e da altri “materia prima seconda”». La differenza? «Per alcuni si è in presenza di un’azienda virtuosa in campo sostenibile, per altri invece ci sono gli estremi di un’inchiesta per traffico illecito di rifiuti», evidenzia l’imprenditore.

Un rompicapo legislativo che porta diversi produttori a tirare i remi in barca e a rinunciare all’idea di attivare un processo di riciclo e riutilizzo.

Eppure su altri versanti c’è stata maggiore velocità. Per esempio è stato emanato il decreto «che disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto dei prodotti assorbenti per la persona», ossia pannolini e assorbenti. Mentre nel mese di marzo 2020 è arrivata la normativa sul rifiuto della gomma vulcanizzata, derivante da pneumatici fuori uso.

E ancora: «Il Ministero ha recentemente attivato le istruttorie tecniche per l’emanazione di altri decreti ministeriali relativi al pastello di piombo, alle plastiche miste, alla carta da macero e al pulper (scarto prodotto dall’industria cartiaria)», ha riferito il ministero alla Camera. «Sono state, altresì, avviate le verifiche di fattibilità per altre tipologie di rifiuti, attenzionate dal mercato, quali il vetro sanitario, la vetroresina, i rifiuti inerti da spazzamento strade, gli oli alimentari esausti, le ceneri da altoforno e i residui da acciaieria», ha aggiunto il dicastero guidato da Costa. E gli imprenditori di Prato costretti ad aspettare. Da quando? Il provvedimento cui si fa riferimento per capire cosa sia rifiuto risale al decreto Ronchi. Era il 1998, 22 anni fa.

Eppure il comparto tessile-moda pratese è un traino per l’industria italiana: con un totale di quasi 7mila stabilimenti dà lavoro a oltre 42mila addetti. Il volume di fatturato ammonta a 7 miliardi e mezzo, di cui un terzo di export.

Dati indeboliti dalla pandemia: nel secondo trimestre del 2020 il calo della produzione è stato del 37%, l’esportazione è diminuita del 43%. La lentezza della macchina ministeriale, però, crea ulteriori problemi. I danni economici non sono quantificabili in termini numerici: «Il danno è, tuttavia, facilmente intuibile, se pensiamo che, mentre il materiale da recuperare aumenta sempre più, stante anche la spinta europea che incentiva la raccolta differenziata, le aziende in grado di recuperarlo sono in diminuzione», spiega Confindustria Toscana.

Le imprese sono «disincentivate dalla poca chiarezza della normativa, diversamente interpretabile, che le espone al continuo rischio di essere accusate di traffico illecito di rifiuti, con tutte le conseguenze che ne derivano», sottolineano ancora gli industriali.

Così senza regolamento il rischio concreto è quello di perdere pezzi importanti di questa filiera, formata in gran parte da piccole aziende tipiche del distretto pratese. Senza tacere che la città toscana, anche per far fronte alla mancanza di materie prime, in tema di economia circolare dei materiali tessili può contare su competenze avanzate, grazie a decenni di esperienza.

Ma il ministro Costa prende ancora tempo: dopo mesi di attesa, bisogna aspettare l’inizio del nuovo anno. Poi si vedrà. «Il Ministero dell’Ambiente ha avviato nel 2020 l’attività istruttoria per la predisposizione del decreto EoW rifiuti tessili», ha spiegato il sottosegretario all’Ambiente, Roberto Morassut, in risposta all’interrogazione depositata alla Camera dalla deputata di Forza Italia, Erica Mazzetti.

«L’argomento – si è difeso Morassut – è estremamente complesso per via dell’eterogeneità di materiali che compongono ciascun capo di abbigliamento. Entro la fine dell’anno saranno concluse le attività di confronto con gli stakeholders del settore a partire dai distretti industriali a vocazione tessile». Solo dopo «potrà proseguire l’iter per l’approvazione del decreto».

Una spiegazione che non convince Mazzetti: «L’emanazione di questo regolamento è attesa dalla primavera del 2019. Il governo è stato sollecitato e il ministro dell’Ambiente, dopo un anno, si è limitato a rinviare una generica istruttoria a inizio 2021. Insomma, un altro rinvio. Intanto gli imprenditori aspettano risposte e vedono questo comportamento come un regalo ai colossi del settore internazionale», dice la parlamentare a Linkiesta.

In un contesto come quello di quest’anno si «colpiscono gli imprenditori», incalza la parlamentare. Certo, non è sufficiente un regolamento: «La politica nazionale e regionale – aggiunge Mazzetti – deve credere in questo settore, compiendo azioni specifiche soprattutto per semplificare le procedure amministrative e incentivando la nascita di impianti di smaltimento. Senza dimenticare i finanziamenti privati a chi investe in progetti innovativi in macchinari e tecnologie di sostenibilità ambientale».

Per ora tra gli imprenditori non può che serpeggiare un diffuso senso di sfiducia. «Più e più volte capita di sentire in televisione politici riempirsi la bocca di economia circolare, ma c’è un abisso tra chiacchiere e fatti realizzati – conclude sconsolato Tesi – eppure abbiamo fatto diversi tavoli tecnici, diversi parlamentari e rappresentanti di governo sono venuti anche da noi in azienda. Siamo profondamente rammaricati».