RealpolitikPerché Italia e Germania non vogliono l’embargo sulle armi alla Turchia

Francia, Grecia e Cipro avevano chiesto ai leader degli Stati membri di frenare la vendita degli armamenti ad Ankara, Ma Roma e Berlino esportano molto materiale bellico verso l’alleato Nato e per questo sono contrarie ad azioni intransigenti che allontanino un compromesso utile a tutti

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La riunione del Consiglio europeo di dicembre si è conclusa con una nulla di fatto sul fronte Turchia. Grecia, Cipro e Francia avevano chiesto ai leader Ue di adottare una posizione forte contro Ankara, ma hanno dovuto fare i conti con l’opposizione di Germania, Italia, Spagna e Ungheria. Alla fine, il Consiglio si è limitato ad adottare nuove sanzioni contro soggetti e imprese coinvolte nelle esplorazioni energetiche condotte nel Mediterraneo, rimandando la questione a marzo del 2021.

Le conclusioni del summit hanno scontentato Grecia e Cipro, che già a ottobre erano dovute scendere a compromessi con i colleghi europei sulla linea da tenere con la Turchia, accettando che la possibile adozione di sanzioni fosse rimandata a fine anno. Ma con l’avvicinarsi dell’incontro di dicembre, Atene aveva avanzato una nuova proposta: imporre l’embargo sulla vendita di armi alla Turchia. Il suggerimento greco però ha generato non poco malcontento tra i Paesi europei e non è nemmeno stato discusso durante la riunione del Consiglio.

Mettere un freno alla vendita di armamenti ad Ankara – alleato europeo all’interno della Nato – sarebbe particolarmente controproducente proprio per quegli Stati che si sono opposti all’adozione di una linea dura contro la Turchia, in particolare Germania e Italia.

L’export tedesco
La Germania intrattiene rapporti economici molto stretti con la Turchia e ciò è particolarmente evidente nel settore della Difesa. Nel 2018 l’export di armi tedesche verso il Paese anatolico è stato di 248.8 milioni di euro, una cifra pari a un terzo del business legato all’industria bellica dell’intera Germania. Un dato che è cresciuto ulteriormente nel 2019, secondo quanto rivelato dalla Deutsche Presse-Agentur (Dpa). L’agenzia stampa ha avuto accesso a dei documenti classificati che hanno svelato la vera entità del valore dell’export tedesco verso la Turchia e che vanno a completare quelli rilasciati dal Governo e ripresi dalla Commissione europea. Questi ultimi dati infatti si limitano a riportare solo il valore delle licenze autorizzate nel 2019 (pari a 31 milioni) senza però specificare il reale valore dell’export raggiunto dalla Germania nello stesso anno con il Paese anatolico e pari, secondo la Dpa, a 344.6 milioni.

Delle esportazioni belliche tedesche verso la Turchia si era discusso in particolare un anno fa, quando la Turchia invase la Siria del nord-est, l’area a maggioranza curda nota anche come Rojava. A seguito di questa operazione, la Germania aveva annunciato un parziale embargo alla vendita di armi alla Turchia, senza porre però alcuna limitazione al settore marittimo. La Germania, quindi, si è impegnata a non fornire alla controparte turca quei prodotti bellici che potevano essere usati contro i curdi e più in generale nella guerra in Siria, senza modificare l’accordo sulla vendita di sei sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp Marine Systems per la Marina turca.

Proprio la produzione di sommergibili destinati alla Turchia è da mesi argomento di scontro tra Germania e Grecia. Atene, tramite il suo ministro degli Esteri Nikos Dendias, ha più volte chiesto a Berlino di sospendere l’accordo evidenziandone la pericolosità per la sicurezza greca. Secondo Dendias, grazie a questo acquisto la Turchia raggiungerebbe un livello di ammodernamento della propria flotta superiore a quello greco, aumentando la propria potenza nel Mediterraneo in un momento particolarmente delicato nelle relazioni tra Ankara e Atene. Il timore greco è che, in caso di escalation nel mare nostrum, la Turchia possa schierare contro Atene proprio i mezzi realizzati dalla Germania.

Le armi Italiane
Lo stop alla vendita di armamenti verso la Turchia non preoccupa solo la Germania. Anche l’Italia risulterebbe particolarmente danneggiata da una simile iniziativa europea considerato che nel 2018 Ankara è stato il primo Paese della Nato per export italiano nel settore della Difesa e terzo a livello mondiale. Due anni fa, secondo i dati della Commissione europea, il valore della vendita di armamenti verso la Turchia è stato di 162.582 milioni di euro, mentre quello delle licenze autorizzate era pari a 362.297 milioni. Una tendenza riconfermata anche nel 2019, che ha visto il valore della vendita di armamenti raggiungere i 338.186 milioni, mentre quello delle autorizzazioni è arrivato a 63.650 milioni.

Anche il 2020 ha già registrato un trend particolarmente positivo per quanto riguarda l’export bellico italiano. Come riportato dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal) sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero, da novembre del 2019 a luglio del 2020 sono state effettuate consegne di armi e munizioni per un valore di 85 milioni di euro.

Eppure nell’ottobre del 2019 anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva annunciato la sospensione di nuove licenze per l’export verso la Turchia e l’avvio di un’istruttoria dei contratti in essere con Ankara in risposta all’invasione del Rojava. La decisione del ministro però non è stata mai implementata e non se ne fa menzione nemmeno nell’ultima Relazione governativa al Parlamento sull’export di armi del maggio 2020, in cui sono invece contenute le nuove autorizzazioni rilasciate nel 2019. Nonostante le parole di Di Maio, quindi, i rapporti tra Ankara e Roma sono rimasti invariati e nulla lascia presagire un cambio di passo dell’Italia, che ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo, visti i lauti compensi.