Moderno non è per forza praticoLa lezione che la politica può imparare dall’architettura

Il modo in si costruiscono gli edifici e organizzano le città è il segno tangibile di ogni civiltà e l’espressione più chiara del rapporto di una società con il potere. Secondo la rivista online britannica Unherd, il post-liberalismo può cercare una sua dimensione allontanandosi dal tradizionalismo populista, dalla frenesia degli antiliberali e dallo standard un po’ banale dell’International Style

AP/Lapresse

C’è un legame molto solido tra architettura e politica, e il recente ordine esecutivo di Donald Trump che promuove – o forse impone – l’architettura neoclassica come stile ufficiale degli edifici federali a Washington D.C. e nei nuovi tribunali federali ne è un chiaro esempio.

«L’architettura è intrinsecamente politica. È il segno più grandioso e permanente di una civiltà e l’espressione più chiara e drammatica del rapporto di una società con il potere. Ed è proprio per questo che è così contestata». È la tesi di un lungo articolo pubblicato su Unherd a firma Aris Roussinos, che prova a individuare nell’evoluzione dell’architettura le chiavi di lettura per leggere un possibile sviluppo della politica.

La pars destruens dell’articolo è una forte critica all’International Style, cioè il Movimento Moderno che avrebbe standardizzato lo stile architettonico delle città – a tutte le latitudini – seguendo il gusto, la moda e le idee del momento più che lo stile e la cultura del territorio in cui si va a costruire. Uno stile che «si è rivelato molto creativo e innovativo nel breve periodo, ma distruttivo sul lungo termine», si legge nel testo.

Nell’articolo ci sono diversi esempi, si cita «l’orribile architettura di Dubai o di altri petrostati, i brutti condomini londinesi con i loro rivestimenti in cemento armato, vetro e plastica, con la vanagloriosa autoindulgenza di archistar come Libeskind e Foster: un’espressione di brama di denaro e di opulenza tramandata ai nostri discendenti».

Ma c’è soprattutto un esempio molto recente che aiuta a spiegare come il tentativo di forzare interventi con tecniche e materiali non adatti alle strutture e ai luoghi in cui si opera possa produrre risultati nefasti. «Approfittando della pandemia – si legge su Unherd – il governo greco ha costruito una via alternativa per garantire ai disabili l’accesso alla collina sacra dell’Acropoli ateniese, quella che porta direttamente al Partenone. Ma è stata costruita con il materiale archetipico dello stile moderno: il cemento. Essendo impermeabile, a differenza delle pietre e della terra che ha sostituito e ricoperto, non appena le piogge invernali hanno colpito Atene l’acqua ha inondato il luogo sacro a livelli mai visti prima: la presunta praticità della modernità industriale si è mostrata ancora una volta poco pratica nella realtà, inadatta sia al luogo che al clima».

Nel 1984, lo storico e critico dell’architettura Kenneth Frampton scrisse il saggio “Towards a Critical Regionalism” come manifesto contro i fallimenti dell’International Style: da quel momento il Regionalismo critico è diventato una via per l’architettura per uscire dall’impasse creato dallo stile internazionale modernista.

«Frampton sosteneva che per decenni si è cercata una crescita insensata delle città, con costruzioni gigantesche senza senso, e disprezzo della cultura e della conoscenza locale, quindi dell’unicità e della diversità naturale, sociale e culturale delle regioni», scrive Roussinos. Con conseguenze sempre peggiori a livello ambientale, economico, ma anche sociale, in termini di qualità della vita, in tutto il mondo.

Nel suo articolo Roussinos fa notare che l’International style è diventato ben presto «lo stile dell’impero americano, che ha costruito ambasciate e Hilton hotel identici in ogni capitale del mondo e che il saggio di Frampton si apre con una lunga citazione del filosofo francese Paul Ricoeur sulla necessità di creare una crescita partendo dalla cultura e dalle risorse che hanno reso grandi le civiltà del passato, non disfacedosi di queste».

A questo punto viene introdotta la pars construens della’articolo di Roussinos, con una premessa: il Regionalismo critico tracciato da Kenneth Frampton non ipotizza un abbattimento o una cancellazione dello stile modernista in funzione reazionaria.

In questo caso si correrebbe il rischio di imporre «una forma di totalitarismo come quella delle architetture volutamente, palesemente e grottescamente vernacolari volute da Putin, Erdogan, Xi Jinping», si legge nell’articolo.

Lo stesso Frampton infatti alzava la guardia contro le tendenze demagogiche del populismo in architettura, i tentativi di far rivivere le forme di una tradizione non più attuale, ormai perduta. «Perché comunque non possiamo azzerare la tendenza modernista; siamo moderni, e ogni tentativo di annullare questa spinta risulterà solo un pastiche debole e dannoso», scrive Roussinos.

Allora il compito dell’architettura sta nel creare una sintesi tra civiltà universale e cultura mondiale: quindi valorizzare la tradizione, l’architettura vernacolare, usando come elementi a proprio vantaggio anche il territorio, il clima, la cultura e i materiali locali. Non a caso Kenneth Frampton cita il filosofo polacco Zygmant Bauman quando dice che «tradizione e innovazione sono reciprocamente interdipendenti, e se non si può avere una tradizione vivente senza innovazione, non si può neppure avere innovazione significativa senza tradizione».

L’articolo di Roussinos cita, tra i migliori esempi recenti di Regionalismo critico, il lavoro dell’architetto Peter Barber a Londra, con gli edifici di case popolari costruiti secondo i canoni tradizionali dell’architettura londinese in mattoni rossi, ma con tecniche moderne e con riferimenti a uno stile globale, internazionale.

Ed è qui che si legge in tutta la sua essenza il legame con le decisioni politiche. «Il regionalismo critico – scrive Roussinos – è intrinsecamente post-liberale nella sua visione più ottimista; è aperto al mondo, non è ristretto ed esclusivo ma radicato nelle specificità del luogo e della cultura. Allo stesso modo, una società post-liberale anziché definirsi solo in opposizione al liberalismo, può essere proficuamente reinventarsi come una forma di Regionalismo critico politico: viva e sensibile ai valori di comunità, tradizione e localismo, e allo stesso tempo disposta a prendere quanto di buono c’è nel contemporaneo, che sarà genuinamente superiore a ciò che è venuto prima, per rimodellarlo secondo le nuove esigenze».