Il fattore ItaliaIl paese con una destra e una sinistra incapaci di esprimere idee sulla più grave emergenza del nostro tempo

I partiti tradizionali sono così inefficienti da generare un’instabilità permanente degli assetti di potere, persino nel pieno di una pandemia, mentre ovunque i colossali finanziamenti del NextGenerationEu consolidano i governi e generano speranze. Una volta costituzionalizzata l’onda del populismo grillino è mancata la voglia di far altro. E tutti aspettano il semestre bianco

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Mai come in questi giorni, mentre aspettiamo una possibile crisi della Befana, emerge una unicità italiana in Europa, un Fattore I (come Italia) che ci rende diversi dai Paesi cugini. Tutti, nel triennio fra il 2013 e il 2016, sono stati terremotati dall’avanzata populista. Tutti hanno trovato strade per ristrutturare i rispettivi sistemi politici e le filiere che storicamente li governavano. Noi no. E adesso che l’Europa finalmente cambia, ora che c’è il respiro – le risorse, il congelamento dei vincoli di bilancio, la missione comune contro il virus – abbiamo una sinistra e una destra palesemente afone, incapaci di imbastire un discorso convincente sul futuro post-pandemico. 

Accantoniamo l’esempio tedesco (sono stabili, ricchi e soprattutto tedeschi). La Francia esce da una tempesta analoga alla nostra. Emmanuel Macron è salito al potere da outsider assoluto solo quattro anni fa, tra difficoltà colossali: la sfida dei sovranisti di Marine Le Pen, la rivolta popolare dei Gilet Gialli, da ultimo le devastazioni collegate alla contestata riforma della sicurezza. E tuttavia il suo governo ha prodotto il più dettagliato Recovery Plan arrivato a Bruxelles: ciascuno dei 23 capitoli definisce un problema, offre la descrizione tecnica della soluzione, indica fondi impiegati, tempi di realizzazione, aree geografiche avvantaggiate dall’azione e mette nero su bianco persino una vasta esemplificazione di cosa potrà fare il comune cittadino dopo la realizzazione delle misure. 

La sinistra spagnola di Pedro Sanchez era in guai forse superiori. Quattro elezioni politiche anticipate in quattro anni. Il separatismo catalano e la guerriglia di Barcellona. Il rapporto impossibile con Podemos. L’attuale esecutivo si è insediato da pochissimi mesi, nel gennaio 2020, dando vita all’esperienza totalmente inedita per il Paese di un governo di coalizione. Nonostante tutto, secondo gli osservatori, la Spagna è il Paese più avanti nel percorso del Recovery Plan: ha presentato in ottobre la prima bozza, ha già inviato il testo definitivo a Bruxelles e lo sta discutendo da settimane con gli uffici. 

Cosa non funziona da noi? Dove risiede il Fattore I che rende la nostra politica così inefficiente da generare un’instabilità permanente degli assetti di potere, persino nel pieno di una pandemia, e addirittura una possibile crisi mentre ovunque i colossali finanziamenti del Next Generation Eu consolidano i governi e generano speranze? 

La sinistra, dopo l’esperienza renziana, si è affidata a una restaurazione della vecchia Ditta che mostra in questi giorni la modestia della sua visione e l’incapacità di uscire da una gestione all’insegna dell’ordinaria amministrazione. Con maggiore ambizione, la gran parte delle 61 critiche del documento di Italia Viva – tutte quelle legate alla vaghezza dei propositi e all’effetto collage degli interventi – sarebbero state evitate. E Giuseppe Conte, in conferenza stampa, non avrebbe avuto bisogno di eludere le domande sui ritardi di pianificazione con la generica rassicurazione che il governo «ha lavorato anche d’estate». 

La destra non sta messa meglio. Rivendica elezioni, o forse in alcune sue parti spera in un esecutivo di salvezza nazionale che la rimetta in gioco. Ma dov’è il suo progetto? Dove sta il NextGenerationEu alternativo che proporrebbe al Paese qualora il suo piano A – al voto subito per poi insediarsi a Palazzo Chigi – andasse in porto? Fino a pochi anni fa era considerato un dovere, per le minoranze parlamentari, stilare fondate contro-proposte nei momenti cruciali della vita della Repubblica. Adesso, la coalizione Lega-FdI-FI sembra paga della pioggia di micro-interventi stappata al governo con la manovra – Salvini se ne è pure vantato: «Abbiamo ottenuto misure per 10 miliardi» – e del tutto indifferente a lavorare su qualcosa di più impegnativo e consistente. 

Tutto fa pensare, insomma, che la genesi del “Fattore Italia”, vada cercata all’interno dei partiti tradizionali e al loro atteggiamento sostanzialmente rinunciatario verso sfide più larghe della conquista del potere o della sua conservazione. Sventata o costituzionalizzata in qualche modo l’onda del populismo grillino, manca il fiato e la voglia di far altro: altrove l’hanno trovata, noi sembriamo troppo stanchi, tutti, per sperare in qualcosa di meglio del rapido arrivo del semestre bianco.

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