Divorzio feliceLa posizione degli eurodeputati italiani sull’accordo post-Brexit

C’è soddisfazione per l’intesa raggiunta, ma ci sono anche criticità in merito a ciò che rimane fuori. Sul tema ambientale il negoziato è considerato un successo, ma alcune misure mancano di concretezza e servirà esercitare un controllo parlamentare durante l’implementazione

Lapresse

È passato ormai un mese da quando Unione europea e Regno Unito hanno raggiunto un’intesa finale su come regolare i loro rapporti dopo la Brexit, scongiurando il no deal, ovvero l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea senza nessun accordo.

L’ipotesi di una hard Brexit era diventata sempre più probabile nelle ultime settimane a causa di forti contrasti emersi nelle negoziazioni in merito a tre punti in particolare: pesca (argomento molto politicizzato dai Brexiters più per il suo significato simbolico che per la sua effettiva rilevanza economica), concorrenza leale e meccanismo di governance dei futuri rapporti.

Secondo l’accordo raggiunto, le quote di pescato europeo in acque britanniche saranno ridotte del 25%, in misura progressiva nei prossimi cinque anni. Per quanto riguarda la concorrenza leale, si è stabilito un livello minimo di standard comuni su diversi settori (ad esempio l’ambiente o i diritti dei lavoratori). Sulla governance, infine, è previsto un meccanismo d’arbitrato nel caso una delle due parti violi l’accordo, oltre alla possibilità di ricorrere a sanzioni.

Si continuerà inoltre a scambiare merci senza dazi né quote: ciò è particolarmente utile per la Gran Bretagna, ma anche nel complesso per il mantenimento delle relazioni commerciali esistenti e per gli indotti che ne dipendono, anche in Europa. Nel 2019 il 43% delle esportazioni britanniche erano dirette nell’Unione, mentre i singoli Paesi europei sono chiaramente meno esposti, dato che in media esportano solo il 6,5% dei proprio prodotto in Gran Bretagna; tra i grandi Paesi europei l’Italia era il meno interessato (a Londra va circa il 5% delle merci che partono da Roma), a fronte del fatto però che il Regno Unito è il quinto Paese importatore per l’Italia (dati Ispi).

L’accordo è entrato in funzione il 1° gennaio per evitare problemi alla circolazione merci, ma solo in via provvisoria: se infatti Westminster ha già votato per la ratifica, il Parlamento europeo lo farà in via definitiva nelle prossime settimane.

Il voto renderà quindi definitivo l’accordo, mentre un suo rifiuto (per quanto improbabile) aprirebbe una fase caotica di nuove negoziazioni. Tra gli eurodeputati italiani c’è soddisfazione per l’accordo raggiunto, anche se al tempo stesso sono in diversi a sottolineare criticità in merito a ciò che rimane fuori dall’intesa, rendendo necessario proseguire il dialogo tra le parti anche in futuro.

Paolo De Castro, deputato del Partito democratico e membro della commissione per il commercio internazionale del Parlamento europeo, rivendica come l’intesa includa «elementi innovativi da replicare anche in futuro», primo tra tutti il level playing field «fondato sulla clausola di non regressione degli standard produttivi, così come di quelli sociali, del lavoro e ambientali».

«I nostri partner inglesi – spiega De Castro – saranno infatti obbligati a rispettare l’attuale legislazione dell’Unione europea in ambiti fondamentali, quali aiuti di Stato o gli standard ambientali e sociali già citati. In caso di violazioni da parte del Regno Unito che possano generare concorrenza sleale con i nostri produttori, l’Unione ha voluto assicurarsi anche la possibilità di adottare dazi in rappresaglia».

De Castro, però, sottolinea come il Parlamento Europeo dovrà «continuare a monitorare e a mettere in campo tutte le azioni necessarie a scongiurare – in futuro – qualsiasi forma di dumping».

Anche Nicola Danti, di Italia viva, afferma come il level playing field e la clausola di non regressione siano politicamente «i punti più rilevanti», permettendo di «far regredire una relazione escludendo, allo stesso tempo, la possibilità di comportamenti sleali a danno dei nostri cittadini e delle nostre imprese, mantenendo alta l’asticella. Questo vale per gli standard sociali, del lavoro e ambientali, così come più in generale per le disposizioni in materia di regole di origine e di aiuti di Stato».

Nel Partito democratico, però, il capodelegazione Brando Benifei (Commissione mercato interno), pur definendo l’accordo «una buona notizia», evidenzia come «permanga qualche preoccupante incertezza circa la sua applicazione in settori delicati quali la regolamentazione finanziaria, il riconoscimento delle qualifiche, i meccanismi di risoluzione delle controversie». Si tratta in effetti di questioni non regolate dall’intesa: Unione europea e Regno Unito, ad esempio, normeranno unilateralmente l’accesso ai propri mercati finanziari, cosa che creerà un sistema più frammentato di quello pre-Brexit.

Anche sul fronte ambientale l’accordo lascia fuori alcuni temi, e su questi si concentra Eleonora Evi, ex Movimento Cinque Stelle attualmente nel gruppo dei Verdi e membro della commissione Ambiente: «La Commissione europea ritiene di aver ottenuto dal negoziato un grande successo sotto il profilo dello sviluppo sostenibile, ed effettivamente sono positivi il riferimento vincolante all’Accordo di Parigi e la clausola di non regressione negli standard ambientali e climatici. Tuttavia, queste misure mancano di concretezza, e perciò non si può che guardare con preoccupazione al futuro divario regolatorio tra Regno Unito e Unione europea su temi cruciali come genome editing, trasporto animale, pesticidi, e impatto delle politiche commerciali su biodiversità e foreste». Anche per questo, per la deputata dei Verdi servirà esercitare un controllo parlamentare durante l’implementazione dell’accordo.

Proprio sul level playing field, come visto uno dei punti più celebrati dell’intesa, si concentrano le critiche di Marco Campomenosi, capodelegazione della Lega e membro della commissione Trasporti e Turismo: «In questi mesi abbiamo assistito all’ipocrisia di chi chiedeva il rispetto di standard sociali e ambientali da parte del Regno Unito, quando contemporaneamente la Commissione ha concluso un accordo con la Cina, Paese che incarcera oppositori, sfrutta lavoro forzato e inquina senza regole».

Secondo Campomenosi, infatti, nelle negoziazioni ha prevalso da parte europea «la volontà di penalizzare la Gran Bretagna», al punto che «se si è giunti così tardi a ottenere un accordo, la colpa è dei negoziatori della Commissione».

Al di là dell’accordo, rimangono tutta una serie di ambiti su cui l’Unione e la Gran Bretagna potranno avere interesse a creare partnership strategiche. L’accordo prevede che prosegua una forte cooperazione in materia, ad esempio, di sicurezza e trasporti, ma è chiaro che potrebbe crearsi la necessità (o la volontà politica) di cooperazioni più strutturali. Gianna Gancia (Lega, Commissione per lo Sviluppo), dichiara ad esempio: «Oggi più che mai è fondamentale rilanciare le relazioni con il nostro alleato storico oltremanica. Penso ad esempio a una più stretta e necessaria partnership a livello strategico e militare: se l’Unione vorrà dotarsi di un apparato di difesa autonomo, che sia finalmente efficiente e in possesso degli strumenti necessari per agire a 360 gradi, non si può pensare di prescindere dalla condivisione di dati, informazioni ed expertise con la Gran Bretagna».

Non manca chi avrebbe voluto un maggior coinvolgimento dell’eurocamera nel meccanismo di governance. È il caso di Fabio Massimo Castaldo, membro delle commissioni Affari Esteri e Affari Costituzionali per il Movimento 5 Stelle, e vicepresidente del Parlamento: «Pur capendo l’urgenza di un’applicazione provvisoria dell’accordo – afferma Castaldo – rimango perplesso per la mancanza di coinvolgimento del Parlamento Europeo soprattutto nei meccanismi di governance che garantiranno l’implementazione degli accordi raggiunti».

Castaldo fa poi notare come alcuni di questi siano «ancora da chiarire, come ad esempio il meccanismo di nomina dei membri che faranno parte del collegio arbitrale che dovrà decidere sulle controversie tra Unione e Regno Unito». Vista la natura molto complessa dell’accordo, il deputato arriva poi ad affermare che «sarebbe il caso di chiedere un parere sulla sua regolarità alla Corte di Giustizia Europea».

Al di là delle criticità, comunque, l’accordo con il Regno Unito è il primo stipulato con un ex Stato membro, e potrebbe costituire un precedente importantissimo per quanto riguarda la previsione di standard comuni e un meccanismo di governance condiviso. I rapporti tra l’Unione europea e la Gran Bretagna hanno rischiato di deteriorarsi sensibilmente in questi anni di negoziati, come dimostra l’esser stati a un passo dal no deal, ma l’accordo siglato negli ultimi giorni disponibili restituisce fiducia ai rapporti sulle due sponde della Manica e può fungere da base di partenza per ogni dialogo successivo tra le due parti.

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