Inside BelfastCome sta cambiando l’Irlanda del Nord dopo la Brexit

Evaporata la propaganda, si sgretolano le promesse del sovranismo euroscettico. Le falle nella catena di approvvigionamento hanno svuotato i supermercati. E ammonta già a 330 mila sterline il piano per sostenere i costi burocratici degli scambi di generi alimentari tra le sei contee e la Gran Bretagna

LaPresse

La fretta di una tregua lascia spesso scontento qualcuno. Nella storia, alcuni trattati di pace hanno posto le basi per guerre future. Contesa durante gli anni (incruenti) di trattative, l’Irlanda del Nord è una terra di mezzo tra l’Unione europea abbandonata, ma così vicina, e la «Global Britain» ancora in fieri. Le sei contee si sentono dimenticate da Londra perché, più che altrove, si sono sentite più forte le scosse di assestamento dopo l’uscita definitiva dall’Ue.

Cosa è cambiato nell’immediato? Chi nasce qui ha diritto tanto alla cittadinanza irlandese quanto a quella britannica, a differenza di chi vive nelle altre nazioni che compongono il Regno Unito (Scozia, Galles, Inghilterra). Gli abitanti dell’Ulster potranno scegliere se mantenere il passaporto rosso comunitario (quello della Gran Bretagna post-Brexit è blu ma fabbricato in Francia) e continueranno a godere della libertà di movimento all’interno nell’eurozona. Imboccheranno corridoi preferenziali agli aeroporti, certo, ma perché questo «lasciapassare» incida in modo decisivo non serve lasciare l’isola, basta raggiungere il confine con la Repubblica d’Irlanda. 

Un londinese avrà bisogno di un visto temporaneo per lavorare e studiare in Europa, una sua coetanea di Belfast no. Grazie a Dublino, che sosterrà i finanziamenti, gli atenei nordirlandesi non perderanno l’Erasmus, negato ai giovani inglesi finché non sarà operativo il nuovo programma internazionale intitolato ad Alan Touring. Almeno nel breve periodo, l’istruzione superiore (tre università e otto college) sarà più attraente e amplierà il respiro accademico e probabilmente le immatricolazioni. 

Gli scambi di merci sono stati messi al sicuro dall’accordo dell’ultimo minuto con Bruxelles. Non ci saranno dazi, ma la Brexit causerà comunque frizioni al commercio per i suoi effetti collaterali: controlli doganali, moduli da compilare (ognuno costa 23 sterline) con 29 campi per l’export e 41 per l’import. Belfast non avrà questi ostacoli burocratici verso Dublino, ma verso la madrepatria, perché l’Irlanda del Nord è rimasta di fatto dentro al mercato unico. Un tir può partire da lì e imbarcarsi su un traghetto a Rosslare, nell’Éire, per scaricare un carico di carne in un porto del continente, per esempio francese o spagnolo. Tutto ciò senza problemi, come prima. 

Ma se la stessa spedizione è destinata alla Scozia o al Galles, occorrono prima certificazioni sanitarie e vanno avvisate le autorità locali, che potrebbero decidere di ispezionarla all’arrivo. Specularmente, le «esportazioni» britanniche nell’Ulster sono sottoposte allo stesso regime di quelle verso l’eurozona in termini burocratici. Il compromesso di Boris Johnson ha scongiurato risorgesse la frontiera su 499 chilometri di terraferma, ma ne ha disegnata una mercantile sul mare d’Irlanda. 

Sul lungo periodo, lo stallo staccherà le sei contee dal Regno Unito? Ne è convinto George Osborne, cancelliere dello scacchiere dal 2010 al 2016 nel governo di David Cameron, che sostiene che la regione sia sulla «porta di uscita» e «per ragioni economiche diventerà lentamente parte di un’Irlanda unita». Secondo Osborne il backstop fallito dell’ex premier Theresa May  avrebbe tenuto il resto della Gran Bretagna parzialmente allineata agli standard europei, il protocollo di Johnson ha invece sottratto l’isola maggiore al controllo di Bruxelles, al prezzo però di allontanare l’Ulster. 

Non a caso, il 23 gennaio una delegazione politica dei lealisti (il movimento che avversa quello separatista, per definizione) ha ottenuto un incontro di un’ora e mezza con i vertici del Northern Ireland Office (NIO), il dipartimento britannico cui fa capo la sicurezza civile della provincia. Hanno riferito la rabbia della base per la situazione, minacciando cause legali. «C’è molta paura che la nostra identità venga diluita – ha dichiarato al Belfast Telegraph uno degli esponenti –. Siamo preoccupati si possano svuotare i supermercati e i camion restino bloccati in coda ai porti». Il NIO ha declinato commenti sulla vicenda. 

Mentre la politica locale litiga, non è chiaro se Downing Street si sia ricordata di includere l’Irlanda del Nord nelle quote di produzione protette dal trattato con l’Ue per la produzione dell’acciaio. Significherebbe una sovrattassa del 25% che però non colpirebbe il materiale raffinato nel resto del Regno Unito. Timori analoghi riguardano il pescato. È del 20%, invece, l’imposta che si è appena abbattuta sulle automobili importate dalla madrepatria. Un atto d’accusa duro arriva dal Dup (Democratic Unionist Party), il partito unionista che tenne in piedi con i suoi pochi voti il governo May dopo le disastrose elezioni del 2017. «Il governo era stato avvisato, ma non si è cautelato a sufficienza – ha contestato il capogruppo sir Jeffrey Donaldson –. Scopriamo ora che le imprese nordirlandesi hanno fatto il lavoro preparatorio, ma non le loro controparti britanniche».

Il Dup è la principale forza politica nordirlandese e la quinta del Regno. È primo per numero di seggi nell’assemblea regionale, alle elezioni del 2019 ha ricevuto il 30% dei voti, che valgono otto deputati a Westminster (nel 2017 furono dieci). Con le dovute distinzioni, somiglia allo Scottish National Party (Snp), ma a sua differenza è da sempre fedele alla Corona. Per questo è un alleato prezioso dell’esecutivo conservatore che però se ne sta alienando la fiducia. A proposito, la leader dello Snp Nicola Sturgeon ha annunciato di voler chiedere un secondo referendum per l’indipendenza – dopo quello del 2014, una Brexit fa – qualora il partito vincesse alle urne in primavera. 

Alle prese con la pandemia, Johnson ha sacrificato il dossier Belfast. A inizio gennaio, gli scaffali dei negozi hanno accusato il colpo. Di fronte ai vuoti nelle catene di approvvigionamento, i dirigenti delle catene di supermercati, compresi i colossi Tesco e Sainsbury’s, hanno scritto ai ministri invocando soluzioni urgenti. Nel frattempo, ammonta già a 330 mila sterline il piano per sostenere i costi burocratici degli scambi di generi alimentari tra le sei contee e la Gran Bretagna. In venti giorni. Sarà più alta la spesa mensile e sarà fissa. 

Finora, la maggior parte dei beni – per esempio i pacchi degli acquisti online – sono coperti da esenzioni che vanno da tre a sei mesi: a questo intervallo di tempo è appesa una spada di Damocle. Scaduto il regime transitorio, sarà un altro contraccolpo sull’economia. Gli inglesi lo hanno già subìto: hanno iniziato a dover pagare anche 100 sterline di dazi d’importazione per l’e-commerce su siti europei. È il teorema del panino al prosciutto. Nella tragicommedia, sono quasi un’epifania alla Dubliners le parole del doganiere olandese che sequestra un sandwich a un camionista britannico: «Welcome to Brexit». 

Evaporata la propaganda, si sgretolano le promesse del sovranismo euroscettico. «Take back control» è uno slogan tradito se i consulenti del Department for International Trade governativo, di fronte alle doglianze degli imprenditori, non possono far altro che consigliare alle aziende di aprire filiali in Europa per riattraccare nel mercato unico e pagare meno tasse.