Scambio interrottoLo stop dell’Erasmus nel Regno Unito è la fine del sogno di Erasmo da Rotterdam

Da gennaio gli studenti dell’Unione europea non potranno più trascorrere un periodo di studi nelle università britanniche. Un danno alla formazione ma anche un addio al più importante esperimento di connessione, di pensiero divergente e di confronto interculturale per giovani

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Erasmo non abita più qui. Dal primo gennaio 2021 questa frase risuonerà tra le mura ricoperte di edera dei più antichi college britannici, tra lo svolazzare di anacronistiche quanto care toghe e il lancio in aria di tocchi rigorosamente neri, nei prati dove fu inventato il football, nelle common rooms dai tavoli di quercia dove sono incise le iniziali di decine di migliaia di studenti di tutto il mondo.

Dal 1987 e fino ad un anno fa essi hanno potuto conoscere agevolmente la nazione che più di ogni altra ha aperto le porte della cultura anglo sassone ai giovani provenienti da ogni parte di quell’Europa che torna ora ad essere overseas, al di là di una Manica diventata più stretta.

Sembrano trascorsi secoli dall’inaugurazione del tunnel sottomarino che rispecchiava il sogno di una grande Europa avviata verso il futuro. Almeno così pensavano gli altri undici paesi continentali riuniti nella CEE, a fronte della perenne diffidenza da sempre manifestata dai sudditi di Sua Maestà verso l’Europa a trazione tedesca.

Ci sono cose che non è facile dimenticare. Il tratto francese si congiunse con l’inglese nel dicembre del 1990 ma sono bastati trent’anni per disperdere, come fumo al vento, tutto ciò che sorreggeva quel Tunnel. Fu inaugurato il 6 maggio del 1994 da Elisabetta II e François Mitterrand, gli ultimi grandi sovrani europei. A Downing Street abitava John Major, ma l’idea dell’opera, concepita per secoli come il Ponte sullo Stretto di Messina, era stata progettata durante il governo conservatore di Margaret Thatcher, la regina borghese poco amata da quella coronata, cui è toccato il record di permanenza nel ruolo, dal 1979 al 1990.

I suoi tre NO! alla CEE e meno che mai alla prospettiva dell’euro sono tra i discorsi rimasti celebri. Era il 30 ottobre del 1990: «Il Presidente della Commissione, Mr. Delors, ha detto in una conferenza stampa l’altro giorno che vorrebbe che il Parlamento europeo fosse il corpo democratico della Comunità, ha voluto che la Commissione sia l’esecutivo e vorrebbe che il Consiglio dei ministri fosse il Senato. No! No! No!».

Del futuro di quella che sarebbe stata di lì a poco l’Unione ebbe a dire: «Il risultato di un piano; un classico progetto utopistico, un monumento alla presunzione degli intellettuali, un programma il cui inevitabile destino è il fallimento, e di cui solo le dimensioni finali dei danni restano da vedersi». Dal suo stesso partito fu costretta a traslocare da Downing Street, ma il regno che aveva trasformato in modo strutturale, preparandolo al terzo millennio e alla globalizzazione, le deve molto.

Finite le frequentatissime tratte operate a poco prezzo da Ryan Air, si tornerà come nei tempi andati a sbarcare a Dover, sottoposti a una minuziosa perquisizione di persone e di mezzi? Tornerà di moda il panciuto hovercraft, l’ultima invenzione del XX secolo prima dello Shuttle, che stupì il mondo quando nel 1959 attraversò il Canale in sole due ore?

Probabilmente no, visto che The Tunnel è un lucroso affare per entrambe le sponde: utilizzato com’è da milioni di vetture e altrettanti di tonnellate di merce ad un costo piuttosto salato (in media trecento euro per le sole automobili). Tuttavia, la sensazione sarà molto diversa e avventurarsi nella guida a destra, stare attenti a guardare prima nella medesima direzione attraversando una strada, procurarsi gli adattatori per le prese elettriche, tornerà a dare il segnale di essere approdati in un luogo separato, un blasonato paese extracomunitario.

Tra le tante possibili conseguenze derivanti dalle conseguenze dell’incauto referendum sulla Brexit, che peserà per sempre sulla coscienza di un altro premier sciocco che si sentiva furbo, l’uscita del Regno Unito dal programma educativo e interculturale promosso dall’Europa è probabilmente un elemento di cui avvertiremo cospicue conseguenze.

Certo, l’accordo raggiunto in extremis tra Boris Johnson e Ursula von der Leyen prefigura un futuro più rassicurante del previsto per gli interessi commerciali, le politiche doganali, la vita di molti europei già da qualche tempo operanti nei diversi settori della vita britannica. Ma, come spesso accade, si sta sottovalutando il vulnus recato alla dimensione culturale-europea prossima ventura. Nessun problema ovviamente per i rampolli di famiglie agiate che dalla Spagna all’Estonia, dall’Italia alla Grecia, ma anche dall’Arabia Saudita alla Cina potranno continuare a studiare nelle prestigiose Università private dai costi proibitivi – mediamente stimati in oltre trentamila sterline annue, oltre ovviamente alle spese di soggiorno.

Gli altri, se lo vorranno, potranno trascorrere nelle isole britanniche non più di tre mesi, come studenti/turisti forniti di regolare passaporto, nelle migliaia di istituti che promuovono corsi di ogni livello per l’apprendimento della lingua franca parlata nel mondo globalizzato ed i cui termini hanno colonizzato il mondo molto più di quanto fecero la Compagnia delle Indie, le flotte corsare di Francis Drake e Walter Raleigh, e quel Grande Gioco di cui Rudyard Kipling ha scritto, per ragazzi e non solo, pagine memorabili.

Tutti ugualmente potranno studiare Shakespeare, Dickens e Chaucer, ma sarà la medesima esperienza farlo senza mangiare fish and chips nella carta di un quotidiano stampato fino a qualche anno fa in Fleet Street? Avranno lo stesso gusto le serate al pub, nelle copie farlocche di quei luoghi disseminate da Atene a Palermo, da Berlino a Cipro? Si trasformeranno in amori le corrispondenze tenute sin da ragazzi con i pen friends?

Ma che Europa sarà quella che ha rinunziato al suo polmone destro con l’incomprensibile, o forse comprensibilissimo, errore di non aver mai aperto alla Russia di Alexandr Puskin, di Lev Tolstoy e di Fédor Dostoevskij ottenendo in cambio Vladimir Putin, o alla Turchia di Nazim Hikmet, Oran Pamuk ed Elif Shafak, lasciando il campo a Recep Tayyp Erdogan? E se anche i “paesi frugali” dovessero preferire le stelle di ghiaccio a quelle di Bruxelles?

Oltre la rassegna dei film italiani ambientati nella swinging London, da “Blow-Up” di Michelangelo Antonioni e “Fumo di Londra” con Alberto Sordi del 1966 a Mario Monicelli con la “Ragazza con la pistola” del 1968, riusciranno gli italiani di domani a cogliere quel respiro british tanto essenziale all’identità europea almeno quanto i sapori francesi, i paesaggi bavaresi e lo spitz berlinese, le atmosfere di Praga, le suggestioni del mar Egeo, i colori dell’Andalusia, l’armonia di Salisburgo e il fado portoghese?

Nel frattempo, ci stiamo rassegnando alle fredde corrispondenze televisive di questi anni recenti, ravvivate ogni tanto dagli aneddoti sulla Royal Family, che fanno rimpiangere la verve degli elegantissimi e forbiti Sandro Paternostro e Antonio Caprarica, vere icone di quanto le atmosfere britanniche possano completare “l’uomo europeo”.

Nel duecentocinquantesimo anniversario della nascita di Ludwig Van Beethoven, sembra compiersi la vendetta del grande musicista, la cui Nona Sinfonia fu ridotta a cura psichiatrica per l’indimenticabile protagonista del film “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick, quell’Alex interpretato da Malcom McDowell nel 1971 che secondo l’autore, lo scrittore Antony Burgess, rappresenta la trivalenza della cattiveria umana:

«Alex è cattivo, e non solo traviato, dunque in una società organizzata in modo corretto azioni crudeli come le sue devono essere punite. Però la sua cattiveria è umana (…) Alex rappresenta l’umanità in tre modi: è aggressivo, ama la bellezza, si serve del linguaggio. Egli possiede un intero vocabolario inventato, suo personale, un gergo di gruppo. Eppure non spende neanche una parola per ciò che riguarda la gestione della comunità, o l’organizzazione dello Stato: per lui quest’ultimo non è che un semplice oggetto, una cosa lontana come la luna, anche se meno passiva. Da un punto di vista teologico, il male non è misurabile. Eppure io credo nel principio che un’azione possa essere più malvagia di un’altra, e che l’atto ultimo del male sia la disumanizzazione, l’assassinio dell’anima, il che ci riporta a parlare della possibilità di scegliere tra azioni buone e cattive. Imponete a un individuo la possibilità di essere solo e soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del bene presunto della stabilità sociale».

Il progetto Erasmus ha rappresentato il più importante esperimento di scambio, di pensiero divergente e di confronto interculturale per giovani che l’Europa abbia mai varato, ed ha allevato una generazione di cui il cinema ha narrato le gesta: “L’appartamento spagnolo” di Cedric Klapish del 2002, “Persepolis” di Marjane Satrapi del 2007, “L’attimo fuggente” di Peter Weir del 1989, “Vicki Cristina Barcelona” di Woody Allen del 2008 e il successivo “To Rome With Love” del 2012. Una galleria di situazioni e di ritratti di giovani sottratti al provincialismo delle proprie nazioni e proiettati nella grande sfida dell’incontro con l’altro e il diverso, alla ricerca di una nuova e più completa identità.

L’Europa percorsa più facilmente da studenti e professori era il sogno di Erasmo da Rotterdam, il teologo olandese del XV secolo, il cui nome latino è un vero e proprio programma di vita: Desiderius Erasmus Roterodamus. Fu il più completo umanista che il vecchio mondo abbia mai prodotto e viaggiò per tutta la vita inaugurando il mito del clericus vagans, cui si ispirano ancora oggi i docenti universitari di ogni parte del mondo. I quali bene conoscono le dinamiche della produzione del sapere: viaggiare il mondo e scriverne delle trasformazioni, con costanza: nullo die sine linea, come insegna Plinio il Vecchio.

Inevitabilmente, rinvio il lettore all’accuratissima biografia di Erasmo scritta da uno dei più grandi intellettuali europei “a tutto tondo”, l’ebreo antifascista e cosmopolita Stefan Zweig, con il titolo “Vita di Erasmo da Rotterdam “e un sottotitolo illuminante “L’uomo dello studio e del silenzio, libero e senza partito, precorritore del pensiero moderno”. Il libro è pubblicato da Bompiani, costa meno di una pizza ma sazia con lo spirito dell’universo.

Zweig era considerato dai nazisti l’intellettuale ebreo più pericoloso e come già Walter Benjamin nel 1940, si suicidò due anni dopo, terrorizzato dalla prospettiva di un mondo da essi dominato. Nel biglietto d’addio, intitolato Declarao, scrisse: «Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io che sono troppo impaziente, li precedo. (…) Penso sia meglio concludere in tempo e in piedi una vita in cui il lavoro intellettuale significava la più pura gioia e la libertà personale il bene più alto sulla Terra». Rammaricati di non aver ricordato abbastanza il primo nell’ottantesimo anniversario della morte, non dimenticheremo di scrivere del secondo nell’anno del centoquarantesimo anniversario della nascita, in quel 2021 attaccapanni a cui stiamo appendendo tutte le nostre speranze.

Erasmo da Rotterdam giunse in Inghilterra nell’anno 1500, venne depredato dai doganieri – quando si dice la profezia che si auto avvera – e fu ospite di Tommaso Moro, in casa del quale scrisse “Elogio della Follia”, parziale ma significativa opera del genio visionario che agli studenti liceali più fortunati viene proposto marginalmente, nonostante il contenuto altamente educativo ed i frequenti ammonimenti circa l’attitudine dei potenti del mondo di odiare coloro che sono ritenuti troppo intelligenti e di circondarsi di persone grossolane. Dovunque egli si trovi adesso, avremmo camionate di materiale da fornirgli e su cui riflettere.

Nel clima di necessaria prudenza degli anni che precedettero e seguirono il Concilio di Trento, “Elogio della Follia” nasconde profonde verità ed aspre critiche dietro lo schermo della satira e dell’allusione, facendo pronunciare alla protagonista, la follia appunto, ciò che a nessun uomo “sano” sarebbe stato consentito di proclamare.

Alla medesima cautela furono ispirati i suoi rapporti con Martin Lutero, che contava sull’illustre umanista cattolico noto in ogni parte d’Europa, le cui strade aveva battuto incessantemente per aumentare i propri seguaci. Erasmo, che pure partecipava dello spirito protestante e delle istanze di rinnovamento di quegli anni, rifiutava la polemica sul piano spirituale, intendendo la propria opera come laica e finalizzata a sprovincializzare il mondo della cultura umanistica.

La Chiesa gliene fu grata e gli offrì perfino un cappello cardinalizio che lui rifiutò. Tuttavia, durante la Controriforma, i suoi scritti, letti stavolta con molta più attenzione dagli inquisitori papali, furono posti all’Indice. Un ulteriore titolo di merito che indusse François Mitterrand ad appoggiare la nascita e la denominazione del programma proposto da Franck Biancheri, l’esponente del partito politico Newropeans e fondatore nel 1985 dell’Association des Etats Généraux des Etudiants de l’Europe, oggi AEGEE. Quando penso all’uso che recentemente si è fatto in Italia del termine “stati generali” rabbrividisco.

Dopo il fallimento del referendum sulla Costituzione Europa, non ratificata nel 2007 da Francia e Paesi Bassi, Biancheri sognava un’Europa politica. La sua formazione però ottenne alle elezioni del 2009 soltanto trentaseimila voti. In Italia il partito, ovviamente, non presentò alcuna lista. Ma nonostante la sconfitta quel pensiero è vivo e continua ad operare in forma di think tank con innovative proposte per il ventennio 2020-2040.

Se esiste un padre politico dei contenuti culturali posti alla base di Next Generation Eu non occorre andare lontano per trovarlo, anche se purtroppo Biancheri è scomparso prematuramente nel 2012. Il suo contributo sarebbe stato determinante per convincere Boris Johnson, certo meno granitico di Mitterrand, ed evitare di sacrificare il progetto Erasmus come merce di scambio per altre concessioni meno nobili ma più appetibili per un’Europa ancora troppo poco determinata a difendere i propri valori fondativi. Ma di ciò ho scritto e la mano ancora mi trema per l’indignazione.

Al momento, non c’è nulla da fare. Anche se con la scomparsa di Donald Trump dalla scena internazionale il Regno Unito si troverà privo di quell’appoggio delirante su cui il premier aveva fatto affidamento. Non credo infatti che l’aperturista con juicio, Joe Biden, sarà tanto tenero con l’amico del suo nemico, nonostante i rapporti secolari che legano da secoli entrambi i popoli anglofoni. Intanto, per alcuni anni i giovani universitari europei meno abbienti, cioè la maggior parte, dovranno fare a meno della tappa britannica.

Molti sono figli e non solo in senso simbolico, di quella generazione Erasmus di cui ho scritto. Dovranno limitarsi a respirare “l’aria del continente” sperando che, come nella piece teatrale scritta dal drammaturgo catanese Nino Martoglio nel 1931 e spesso rappresentata, essa non diventi una snobistica narrazione parodistica dell’ipocrisia sempre in agguato.

In tempi remoti San Colombano e San Brendano giunsero in Inghilterra dall’Irlanda su precarie imbarcazioni, mentre l’Europa si percorreva a piedi, come ci ricordano i tanti tracciati della Via Francigena, il Camino di Santiago di Compostela e l’autobiografia di Patrick Leigh Fermor intitolata “Tempo di regali” e pubblicata nel 2009 da Adelphi.

Munito solo di uno zaino da alpinista, un vecchio cappotto militare, scarponi chiodati, l’Oxford Book of English Verse e un passaporto nuovo di zecca che gli attribuisce la professione di studente (anziché, come avrebbe auspicato, quella di vagabondo) nel dicembre di quel fatidico 1933 Patrick Leigh Fermor abbandona Londra e una carriera scolastica sciagurata.

Ha appena diciotto anni, vaghe ambizioni letterarie, ma un progetto nitido e grandioso: attraversare l’Europa a piedi come un pellegrino o un cavaliere errante e raggiungere Costantinopoli – «la Bisanzio verde drago» di Robert Byron «ossessionata dal serpente e tormentata dal gong». Quando vi arriva, il 1° gennaio 1935, è ormai un altro: non solo si è lasciato per sempre alle spalle disastri e misfatti, ma ha sviluppato una rara forma di nomadismo – viaggiare simultaneamente nello spazio e nel tempo – e l’arte, ancora più rara, di trasmetterlo agli altri.

Che contempli lo splendore barocco dello Schloss Bruchsal o le nodose mani dei contadini fra cipolle tagliate, caraffe sbeccate e pane integrale; oppure che dorma in un fienile steso come un crociato sulla tomba o nel capanno da caccia del leggendario barone Pips Schey a Kövecses; che percorra il Reno su una colonna di chiatte che trasportano cemento o attraversi Vienna offrendosi come ritrattista a domicilio; che sperimenti il Katzenjammer, i postumi di una sbornia, a Monaco o elabori la “formula del lanzichenecco” per spiegare l’architettura delle città tedesche prebarocche.

Tutto ci appare il dettaglio di un fantasmagorico affresco, tutto sembra ricomporsi in un gigantesco puzzle dove risorge, come un’emanazione di incredibile e accattivante splendore, il passato dell’Europa. E insieme scopriremo qui il modello ancora fragrante di quel modo di viaggiare (e di vivere) che sarà un giorno identificato con la fisionomia di un giovane amico di Leight Fermor, tale Bruce Chatwin. Oggi più che mai non mi pento di averne proposto la lettura ai miei studenti di Psicologia della Formazione nel corso del 2012 (molti di essi ancora me ne ringraziano).

D’altronde non poteva essere diversamente per chi come l’autore di queste righe, squattrinato al pari di Fermor, nel 1975 approdò in quella terra fatale che tanto ne avrebbe influenzato il pensiero e il destino. Furono mesi di scoperte lungo le strade che percorrono l’intero Regno Unito fino all’estremo nord del paese. Nello zaino da boy scout le mappe stradali, le guide “alternative” del Paese, l’immancabile “Sulla Strada” di Jack Keoruac, e il fido “Lo Zen e l’ arte di manutenzione della motocicletta”, pubblicato soltanto in inglese l’anno precedente.

Trent’anni dopo, Giorgio Manganelli avrebbe raccolto i propri reportage sui paesi del nord ne “L’isola pianeta”, per Adelphi. Furono lunghe attese nelle piazzole dove, complici i capelli corti e un abbigliamento accettabile, era tra gli autostoppisti con maggior fortuna; pause notturne in sacco a pelo ai bordi di autostrade deserte e stupori inenarrabili quando un cartello indicava che alle sue spalle si estendeva la Foresta di Sherwood, che a pochi chilometri avrebbe avvistato il lago di Loch Ness o che quello su cui si trovava era il limite estremo del regno, punta Out Stack, nelle isole Shetland.

Ho varcato la Manica decine di altre volte con vettori più comodi e mezzi economici più adeguati, ma l’emozione è stata sempre identica, quasi un “tornare a casa” dove ancora una volta mi sarei sentito a posto. Come ha scritto il giornalista romano Stefano Malatesta nella raccolta di racconti, pubblicata del 2000 da Neri Pozza, “Un cane che andava per mare”:

«I più famosi eccentrici sono inglesi. C’è un famoso libro di Edith Sitwell, Eccentrici inglesi che è un campionario inverosimile. Ma c’è una differenza con i siciliani: gli inglesi sono eccentrici comportamentali, sono istintivi, mentre quelli siciliani sono più intelligenti, molto più cerebrali, sono eccentrici di testa, la corda pazza sta nella testa. È stato particolarmente interessante raccontare i siciliani perché hanno una caratteristica comune che deriva dall’insularità. Un terzo della letteratura italiana è fatto di siciliani, che hanno la particolarità di aver scritto quasi esclusivamente sulla Sicilia, essendone ossessionati. Quando scendo giù immediatamente mi ritrovo a parlare con i siciliani sempre della Sicilia. Nel Veneto non è che ti metti a parlare del Veneto. In Sicilia sì. È questa ossessione che rende i siciliani eccentrici». E la Sicilia ha con l’Inghilterra un fitto e storico bilancio di debiti e di crediti reciproci.

Stefano se n’è andato in silenzio alla vigilia di ferragosto nella sua Roma assolata e deserta, molti giornali lo hanno ricordato. Aveva vinto il Premio Albatros Palestrina, l’Este-Ferrara, il Comisso, il Settembrini regione veneta, il Premio Barzini per il miglior inviato speciale dell’anno e il Chatwin: «contribuendo in maniera rilevante alla dimensione internazionale dell’editoria». Documentò il golpe di Augusto Pinochet in Cile per Panorama e il conflitto tra Iran e Iraq per La Repubblica; di luoghi e personaggi non tanto normali si intendeva e li sapeva raccontare. E questo gli eccentrici siciliani non lo dimenticano. Sarebbe stato bello chiedergli dell’Erasmus mutilato di questi giorni. Eccentricità o stupidità? Chissà cosa avrebbe scritto, fuori dagli schemi, seduto all’ombra degli alberi piantati nel Borgo Bonsignore di Ribera che tanto amava.

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