Dispacci dall’altroieri“I Am Greta” e la nostalgia di quando si parlava di ambientalismo

Il documentario realizzato dal regista Nathan Grossman riassume l’incredibile parabola dell’attivista svedese e ricorda quanto siano importanti le battaglie sul clima, oggi passate in secondo piano

locandina del documentario I Am Greta, particolare

Ha galvanizzato migliaia di giovani in tutto il mondo, ha fatto nascere movimenti per il clima, ha organizatto manifestazioni e scioperi di livello globale. È andata all’Onu, ha incontrato politici e regnanti, conosciuto star e e celebrità. Anzi, lo è diventata lei stessa, attirando applausi e insulti di pari intensità. Per il secondo aspetto, si ricorderà che l presidente americano Donald Trump le aveva suggerito, in un tweet, di «darsi una calmata». Lei se lo è ricordato lo scorso novembre, quando ne ha approfittato per rispedirgli lo stesso suggerimento, vista la rabbia per la sconfitta elettorale.

Ora il viaggio per il mondo (traversata oceanica compresa) della giovane attivista svedese è stato raccolto, insieme a immagini di archivio, in un documentario. “I Am Greta”, realizzato dal regista svedese Nathan Grossman, presentato al Festival di Venezia 2020 e da pochi giorni disponibile su Amazon Prime (che pure su consumi e trasporti fa business) è insieme una storia, una celebrazione e un punto della situazione. È anche un documento che, nonostante racconti fatti recentissimi, sembra appartenere a un’altra epoca. Il Covid-19 e la pandemia hanno oscurato il tema ambiente, che pure resta importante. Le manifestazioni del Fridays For Future sono, per ovvie ragioni, ferme da un anno. E la sensibilizzazione è uscita dai radar, nonostante il clima rimanga in testa alle priorità, come dimostrano i criteri di investimento del NextGenerationUe.

In questo senso, “I Am Greta” è un promemoria e il riassunto di una parabola, cominciata con gli scioperi da scuola fatti da sola, con un semplice cartello davanti al Parlamento. Era il 2018: la notizia, all’epoca solo una curiosità, raggiunge lo stesso Grossman. Ne discute con il suo capo, fa qualche ricerca (Greta aveva pubblicato un articolo sul tema ambiente) e poi decide di indagare. Fa le prime riprese, senza un progetto specifico (pensava a un corto) che poi confluiscono nel documentario. In questo senso, sono immagini inedite, ritraggono le origini del suo attivismo. Nel frattempo la questione guadagna visibilità, i gesti di Greta Thunberg cominciano a ricevere attenzioni e Grossman decide di seguirla. Nel documentario sono numerosi gli inserti privati, le immagini di vita quotidiana nella famiglia. C’è Greta che scrive il discorso e discute con il padre, che vuole tagliare i passaggi più duri (la spunta lei). O c’è Greta che balla, in mezzo ai suoi pupazzi. Si raccolgono le sue confessioni («i miei coetanei sono stati a lungo crudeli con me») e le sue convinzioni, spezzoni di filmini in cui Greta è ancora bambina. In questo senso, il documentario è, come spiega lo stesso regista, una ricerca nel mondo dell’Asperger.

Poi le cose cominciano a esplodere. Ci sono inviti internazionali, marce per il clima e gli inviti dei politici. Il primo che compare nel documentario è un condiscendente Emmanuel Macron: il presidente francese le chiede «cosa dovremmo fare». Lei, fiduciosa, detta l’agenda.

Poi ci sono i discorsi. Gli incoraggiamenti di Papa Francesco («Vai avanti»). Le critiche di Vladimir Putin, i distinguo dei vari network, le continue e infinite interviste, fino al trionfo del viaggio in barca del 2019 fino a New York, per partecipare al Climate Action Summit, che occupa poco meno di metà del film.

Se riguardata tutta insieme, la vicenda di Greta Thunberg fa impressione. Non a caso, giusto all’inizio, le prime frasi si concentrano sull’eccezionalità di quello che sta accadendo. «Ho la sensazione che tutte le esperienze che ho fatto finora siano oniriche, simili a un sogno». A conti fatti, è più o meno quello che pensa chi lo guarda. Il film è il passato prossimo, ma sembra un dispaccio di un tempo lontano, quando il mondo era diverso. E forse lo eravamo un po’ tutti.

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