Storia di due populismiTrump attacca la democrazia, Bolsonaro ammette di aver fallito

Il presidente americano è stato sconfitto e non se ne vuole andare, al contrario il suo omologo brasiliano è ancora al potere ma dice che il suo Paese è in bancarotta e che lui non può farci nulla perché l’impatto del Covid è stato ingigantito dai media. Siamo ai titoli di coda di due potenti per caso

LaPresse

«O Brasil está quebrado. Não consigo fazer nada». Cioè: «Il Brasile è in bancarotta. Non riesco a fare niente». Così il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, confermando quella curiosa dialettica di parallelismi e opposizioni che c’è tra lui e Trump. Bolsonaro, in effetti, è stato definito «il Trump brasiliano», e si è spesso vantato di questa definizione, provando anche a costruirci sopra una alleanza strategica. Tutti e due hanno costruito la loro fortuna su una fama di comunicatori scorretti da ultimo portata al parossismo nell’epoca dei Social; tutti e due si sono costruiti per ciò una immagine di negazionisti che si è accompagnata a pessimi risultati nella gestione dell’emergenza Covid. Anche se, probabilmente, sia negli Stati Uniti che in Brasile le battute infelici dei presidenti hanno poi fatto meno danno che non l’eterogeneità di risposta dovuta al sistema federale. Alla fine sta succedendo qualcosa di analogo anche in Germania, malgrado Angela Merkel sul piano della comunicazione sia invece una icona di sobrietà istituzionale. 

In realtà, però, tra i due le differenze sono molteplici. Mentre Trump è un sovranista, in particolare, Bolsonaro corrisponde ancora a una ideologia di vecchia destra liberista. Ha infatti cercato di fare aperture economiche nel mentre il collega Usa chiudeva e faceva guerra commerciali: anche contro di lui! Trump è poi un tycoon, che si è impadronito di una delle due forze politiche tradizionali in un quadro di ferreo bipartitismo. Bolsonaro è invece un militare cacciato dalle Forze Armate per intemperanze sindacali, e in un Paese dive ci sono 33 partiti registrati e 30 rappresentati al Congresso lui ne ha girati sette, prima di candidarsi alla Presidenza con un ottavo, concludere la campagna elettorale e venire eletto con un nono, per poi litigarci e provare a lanciare una decina sigla, che però finora  non è nemmeno riuscita a trovare abbastanza consensi per essere registrata. 

Questa storia di convergenze e divergenze parallele, come si sarebbe detto nella nostra Prima Repubblica, culmina ora nell’opposto atteggiamento, nel momento della transizione di Washington. Trump il 3 novembre è stato infatti sconfitto con larghezza: 7.058.637 voti in meno, con un distacco di 74 Grandi Elettori. Eppure a oltre due mesi di distanza, e con tutti i ricorsi finora presentati bocciati per inconsistenza, insiste che lui resterà alla Casa Bianca, al costo di fare telefonate da stalker ai funzionari repubblicani che si oppongono ai suoi piani sempre più improbabili. 

Al contrario, pur avendo perso le ultime amministrative. Bolsonaro è tuttora saldamente in sella al potere. Perlomeno per altri due anni, fino a primo gennaio del 2023. Senza dimettersi, anzi restando abbarbicato alla poltrona nel senso più cadreghinistico del termine, ha ammesso che dal punto di vista della governance è come se non ci fosse più. «Il Brasile è in bancarotta e io non riesco a fare nulla», ha detto con tono addirittura ilare nel parlare con alcuni suoi sostenitori, subito fuori dal Palácio da Alvorada, in un video subito rilanciato da un sito web a lui vicino.  Sembrava ridere, nello spiegare che la crisi provocata dalla pandemia ha colpito l’economia in maniera grave anche perché sarebbe stata la stampa, a suo avviso, ad aggravarla ancora di più.    

Ai cultori di Italo Calvino, potrebbe ricordare la strana coppia proposta dal Cavaliere Inesistente e dal suo scudiero. L’uno, Agilulfo, che esattamente con Trump ormai non c’è più. Ma continua a essere convinto di esserci.  L’altro, Gurdulù, che più o meno come Bolsonaro c’è ancora, ma fa come se non ci fosse. «Volevo modificare la tabella delle imposte sul reddito, ma non ho potuto», ha pure detto. E così salterà il sussidio che l’anno scorso ha beneficiato ben 60 milioni di brasiliani disoccupati, lavoratori informali e poveri, e che aveva contribuito in maniera potente alla ripresa della sua popolarità. 1200 reais a testa nei primi mesi dell’anno, pari a 230 dollari. La metà da ottobre a dicembre.

Bolsonaro ha appunto spiegato che un altro modo per aiutare la popolazione in crisi potrebbe essere quello di tagliare le imposte sul reddito, ma che neanche ciò riesce a fare. «Esiste questo virus potenziato da questi mezzi di comunicazione che abbiamo, per questi mezzi di comunicazione senza carattere che abbiamo».

In effetti la contrazione economica del Brasile nel 2020, attorno al 4,5 per cento, è inferiore a quella di tante altre economie colpite dal Covid. Appunto, perché poi il caos tra le varie competenze federali, statuali e municipali ha lasciato ampie maglie a chi voleva continuare a produrre. Però il Brasile è anche il secondo Paese per numero di morti, 197.777 secondo gli ultimissimi dati; e il terzo per numero di casi, 7.812.007.

È vero che in proporzione alla popolazione è solo 23esimo come vittime e 32esimo come casi. Dopo che era entrato nella prima decina è stato risospinto indietro dall’arrivo della seconda ondata in Europa. Il fatto è che, però, appunto il Brasile sta ancora alla sua prima ondata, sono stati appena individuati due casi della nuova «variante inglese», e il processo di vaccinazione non è ancora iniziato. Sono arrivate varie dosi, ma il governo non ha ancora annunciato nessuna partenza.    

Peraltro le dichiarazione del presidente sono in contrasto anche con quelle del super ministro dell’Economia Paulo Guedes, secondo cui invece l’economia si sta riprendendo alla grande, e si vedrà nella riscossione impositiva. Guedes si dice anche sicuro di una prossima accelerazione del programma economico, a partire dalle privatizzazioni. Insomma, torna alla ribalta quella tendenza del presidente a parlare e agire senza concertarsi con i suoi ministri, che già ha portato allo scontro on l’altro ministro star del suo gabinetto: il giudice Sérgio Moro, che ha infatti dato le dimissioni.