Stai, Joe, staiLeggere Ricolfi mentre Conte, come Verdone con Dalla, finge di essere amico di Biden

“La notte delle ninfee”, il nuovo libro del sociologo torinese, definisce la gestione della pandemia come una «massiccia campagna di autocompiacimento». L’effetto di leggerlo mentre in tv i parlamentari applaudono il premier compiaciuto

Claudio Furlan/LaPresse

Non ho mai letto Lolita a Teheran, ma da ieri posso dire di aver letto Ricolfi mentre parlava Conte: un’esperienza almeno altrettanto straniante. C’è una scena, nella Donna della domenica, in cui il commissario chiede ad Anna Carla: ma lei e Massimo non vi stancate mai di essere intelligentissimi? Quel che intendeva era: non vi sembra inelegante farlo pesare?

Se siete come me, se cioè quelle quattro cose che sapete le fate cadere sempre dall’altissimo, vi sorprenderete a provare gratitudine per il non annacarlismo di Luca Ricolfi, che non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno (deve aver avuto un’infanzia felicissima), e spiega in modo comprensibile anche agli scemi. Cioè a me, che della pandemia non so niente, non capisco niente, non m’interessa niente.

Ho iniziato a leggere gli articoli di Ricolfi perché un’amica di quelle novecentesche, che si ostinano a leggere i giornali, twittava pezzettini dei suoi articoli sul Messaggero. Giornale che non leggevo neanche quando vivevo a Roma (dove si trova in tutti i bar e tutti, sorseggiando il cappuccino, ne leggono almeno l’oroscopo: a Roma la mattina nessuno è di fretta). Ma, poiché le testate non contano più nulla, contano solo le firme, ho iniziato a leggere Ricolfi. Mi pareva lucido e nitido, due cose che non sempre vanno insieme. Quindi, mi sono procurata il suo libro (La notte delle ninfee – Come si malgoverna un’epidemia, lo pubblica La nave di Teseo). Tutto il resto è coincidenza, o forse serendipità.

Ricolfi definiva l’appropinquarsi al disastro d’un’estate passata a dirsi quant’eravamo stati bravi bravissimi i migliori al mondo a domare il bisbetico virus come una «massiccia campagna di autocompiacimento», e in tv l’aula applaudiva Conte. Lo applaudiva per aver detto d’aver avuto una lunga telefonata con Biden, e io pensavo a quella notazione di Fran Lebowitz sui presenti alle aste che non applaudono la bellezza del Picasso, ma la cifra alta alla quale viene aggiudicato.

Ricolfi rievocava quel giornalista secondo cui il pericolo non era il virus ma Salvini che spargeva paure, quella ex ministra secondo cui il nostro domare il virus sarebbe stato studiato nei libri di storia, quell’articolo del New York Times che lodava la gestione italiana della pandemia solo per dar contro a Trump; io canticchiavo «e lo sputtanamento, olé, e lo sputtanamento, che cos’è»; e Conte continuava a parlare di Biden. «Siamo rimasti che ci aggiorneremo presto», gigioneggiava, ricordando implacabilmente Verdone che, inseguito da un cane, esce dalla roulotte di Lucio Dalla dicendo a voce alta «stai, Lucio, stai» acciocché Eleonora Giorgi pensi che quello famoso abbia idea di chi lui sia, anzi addirittura gli sia amico.

Ricolfi ricostruiva il tutto e il contrario di tutto che ci è stato detto tra febbraio e la primavera (per fortuna le masse non leggono la saggistica, altrimenti vedere in fila tutte le indicazioni sintetizzabili in quella solita battuta di Ferie d’agosto – «La verità è che nun ce state a capi’ più un cazzo, ma da mo» – farebbe partire una rivolta antiscientista da far sembrare razionali i picchiatelli delle scie chimiche); Ricolfi ricordava quando le mascherine erano inutili, Milano non doveva fermarsi, e per dimostrarci antirazzisti dovevamo baciare un cinese, e intanto Giorgia Meloni (ebbene sì) faceva a Conte (sempre il segnaposto) quel che a Bologna verrebbe definito “un liscio e busso”.

Riassumendo il suo essere tutto e il contrario di tutto, migliore amico e poi più acceso nemico di Salvini, di Renzi, «persino di Di Maio», elencando più brevemente e meno garbatamente di Ricolfi tutte le mancanze governative. «Se fosse successo a un governo di centrodestra, sarebbero arrivati i caschi blu dell’Onu». Eh.

Ricolfi conclude che «il lockdown non è l’unica strada per contenere l’epidemia, ma solo l’arma finale dei governi che non sono stati capaci di governare l’epidemia»; io alzo gli occhi dal libro, e sullo schermo c’è Zingaretti.

Quello il cui contagio, secondo Ricolfi, indusse il governo a smettere di far finta che andasse tutto bene e a passare al terrorismo psicologico (plausibile: siamo nell’epoca in cui si crede che le cose esistano solo se accadono a qualcuno che conosciamo); caritatevolmente, Ricolfi non collega il contagio zingarettiano alla gita milanese durante la quale il segretario del Partito democratico, ligio interprete dell’atto unico «tutto va bene madama la marchesa», ostentò un mojito ai Navigli, probabilmente con patatine smanacciate da altri: già tanto che non abbia preso il colera.

Ieri pomeriggio – con la sua brava mascherina che non è più scoraggiata in quanto colpevole, come a febbraio, di «diffondere un falso senso di sicurezza» – Zingaretti fa sapere che «manca la volontà di fare, insieme, un salto in avanti». Il che, trovandoci sull’orlo del burrone, è anche comprensibile.

Dev’essere quel solito problema: a sinistra hanno visto Thelma e Louise, e l’hanno preso per un inno alla libertà, mica al suicidio. Buttatevi nei burroni, libertà è partecipazione ai buffet di olive snocciolate, e poi un anno in casa (il modello matematico per cui dalle olive di allora discendono i ristoranti chiusi di ora ve lo spiega Ricolfi. Spoiler: c’entra un laghetto con le ninfee).

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