Fran Lebowitz and the CityStoria della più grande scrittrice non scrivente e della sua città

La miniserie “Una vita a New York” è il secondo documentario che Martin Scorsese gira sull’autrice il cui editore aspetta un libro dagli anni Novanta

Immagine tratta da Wikipedia

«Sono sempre stata molto attenta a non offendere le contesse». C’è un momento, in Una vita a New York, in cui Martin Scorsese tira fuori un ritaglio di giornale. C’è scritto che alcuni genitori hanno protestato perché, nella scuola dei figli, il compito di letteratura consisteva nel commentare quel passaggio dell’Età dell’innocenza in cui si dice che la contessa Olenska ha ormai perso la sua bellezza, e ciò – questo ineluttabile destino di decadenza estetica – avrebbe potuto turbare le studentesse.

Fran Lebowitz risponde: «Per non parlare del turbamento delle contesse». Martin Scorsese ride molto. Ride sempre molto, e si capisce perché, dieci anni dopo Public Speaking, abbia voluto girare un secondo documentario su di lei: a una certa età, mica è semplice trovare gente che sappia farti ridere.

(Fran Lebowitz non lo guarderà, il documentario su di sé: non ha un cellulare, non ha un computer, non ha Netflix. Pensa che l’unica cosa cui possa servire un iPhone sia chiamare Uber, e c’è sempre un iPhone altrui da cui farsi chiamare Uber).

L’editore di Fran Lebowitz aspetta il suo nuovo libro dagli anni Novanta. Se non fosse la donna più spiritosa del mondo, basterebbe questo a renderla invidiabile: l’aver realizzato il sogno d’ogni scrittore, quello di non scrivere. A un certo punto dice che a nessuno di quelli che sanno scrivere piace scrivere, che quelli cui piace tanto scrivere in genere sono negati, e che lei ha conosciuto una sola eccezione a questa regola.

Scorsese ci fa vedere chi è (le scelte del repertorio con cui contrappuntare le interviste sono un capolavoro in sé, questo Martin farà carriera). In un dialogo con Toni Morrison, che era una delle sue migliori amiche, Lebowitz le ricorda che una volta ha detto che a lei piaceva scrivere «perché altrimenti non mi resterebbe che vivere».

In Public Speaking, Lebowitz raccontava un aneddoto di gioventù. La sua agente riceve un’offerta di centinaia di migliaia di dollari per i diritti d’un libro non ancora scritto, e la rifiuta: «Penso di poter ottenere di più». È a quel punto che Fran ha l’illuminazione: «L’anno scorso ho incassato quattromila dollari per le cose che ho scritto, adesso me ne offrono centinaia di migliaia per quelle che non ho scritto, mi par di capire che ho preso questo settore dal verso sbagliato, e che non scrivere sia non solo divertente, ma immensamente redditizio».

Nella versione italiana, il nuovo lavoro di Scorsese e Lebowitz s’intitola Una vita a New York, perché qualcuno deve aver letto che il tema delle conversazioni tra i due era New York. Ma il tema lo si capisce dal titolo originale, Pretend it’s a city, fate conto che sia una città, che è quel che Lebowitz sbuffa ai turisti che vagano naso all’aria, chiedono indicazioni, ostruiscono marciapiedi sui quali lei vorrebbe passare velocemente. Il tema è lei: le sue idiosincrasie, il suo brutto carattere, e il suo avere inventato una forma di social networking a pagamento.

L’attività della scrittrice che non scrive è, come già dal titolo del documentario precedente, parlare in pubblico. Una cosa che, nei paesi avanzati, la gente paga un biglietto per sentirti fare. Nel caso di Lebowitz, pagano per fare domande sceme (non sapendone fare altre) e prendersi rispostacce (essendo lei abbastanza spiritosa da non servirle essere compiacente).

«Come descriverebbe il suo lifestyle?» «Non lo descriverei usando la parola lifestyle».

«Come si può acquisire il senso dell’umorismo?» «Così come si può acquisire l’altezza».

È, anche, un documentario sulla vita di prima: ora le conferenze non ci sono (mica vi aspetterete che Fran installi Zoom), e una scrittrice che non scrive non ha fonti di reddito; ma, soprattutto, ora New York è quel posto vuoto che Lebowitz brama in tutte le conversazioni filmate nel 2019 e che ora la fa sentire smarrita. È per la vita di prima che la gente d’una certa età litiga con le hostess in aereo, «perché siamo gli unici a ricordarsi di quando in aereo ti davano l’aragosta: per i giovani prendere un aereo è sempre stata un’esperienza meschina».

È per la vita di prima che, quando Bloomberg vieta il fumo nei ristoranti, Lebowitz gli dice «lo sa come si chiama quando gli intellettuali sono a tavola e chiacchierano e bevono e fumano? Si chiama storia dell’arte». È per la vita di prima, quella di quando non esisteva la gastrocrazia, che a Lebowitz tocca specificare che «se puoi mangiarlo, non è arte».

È anche un documentario sulla celebrità, certo. Quando Lebowitz si lamenta dei televisori nei taxi newyorkesi, che lei non riesce a spegnere e continua a pigiare lo schermo pensando che sarà pieno di microbi, la vediamo in un taxi tentare di interrompere le immagini trasmesse, che sono quelle d’uno spot di compagnia telefonica interpretato da Martin Scorsese.

Quando Lebowitz racconta di quel suo amico che mangiava talmente tanto che, quando passeggiavano per Chinatown, i cuochi uscivano dai ristoranti per applaudirlo, quell’amico è Charlie Mingus. Per non parlare di quando andò a vedere Alì che faceva a pugni con Frazier al Madison Square Garden perché era amica dell’allora fidanzata di Sinatra, Sinatra che stava a bordo del ring a fare foto, ma Fran non capisce niente di sport e si ricorda solo i vestiti del pubblico.

Ma, più di tutto, sono sette puntate sul fatto che prima era meglio. Lo sanno tutti.

Persino Anthony Weiner, che «si è rovinato la carriera, e non ha neanche scopato: una volta per trovarti in uno scandalo sessuale dovevi fare sesso».

Persino quelli che spendono quindicimila dollari per andare a fare vacanze nelle quali ti fanno arrampicare, saltare, sudare, «fare cose che una volta facevano i prigionieri di guerra».

Persino quella treenne che anni fa le disse «io sono una donna», e Lebowitz le rise in faccia, no che non sei una donna, hai tre anni, «e adesso naturalmente non potresti dirlo, adesso se qualcuno ti dice “sono una donna”, che sia una bambina o un maschio settantenne o una giraffa, quel qualcuno è una donna».

Persino i ventenni, che vanno da lei a dirle che gli sarebbe tanto piaciuto avere vent’anni negli anni Settanta. «A vent’anni, io non sarei mai andata da una settantenne a dirle “Mi sarebbe tanto piaciuto vivere negli anni Trenta”».

A vent’anni Lebowitz andava a vivere a New York, essendo stata espulsa dal liceo e quindi sicura di divenire un’intellettuale. Ci andava perché era lì che andavano tutti quelli che non potevano essere sé stessi al paesello, e questo la rendeva il posto più interessante del mondo: «Non c’è niente di meglio di un sacco di omosessuali incazzati, per una città».

Era meglio una volta, quando Public Speaking durava un’ora e un quarto. Poi è arrivata Netflix ad allungare i brodi, e adesso tutto ciò che potrebbe essere un film di due ore è una serie di dieci puntate, e ogni documentario d’un’ora è sbrodolato ad abbastanza puntate da farti passare la voglia. Una vita a New York totalizza più di tre ore, e se solo Fran Lebowitz avesse mai visto qualcosa in streaming sarebbe la prima a dire a Scorsese che bisogna opporsi a questa deriva logorroica.

Prometticelo, Martin: il terzo flusso di coscienza lebowitziano, sotto le due ore. Lo aspettiamo per il 2030, quando Fran avrà ottant’anni e ancora solo cose intelligentissime da dire.