Le conseguenze del virusEcco come saranno i nuovi e agguerriti sindacati degli anni Venti

La creazione di un’organizzazione tra i dipendenti di Google è il primo segnale di una fase che si annuncia turbolenta. Negli Stati Uniti come in Europa ci si prepara a una stagione di agitazioni e richieste spinta dalla crisi economica. Tutti i settori del lavoro saranno coinvolti, dalla gig economy alle big tech

Lapresse

Il mondo del lavoro è in subbuglio e il 2021 potrebbe essere un anno turbolento. I segnali di un risveglio dell’attivismo dei lavoratori sono diversi e si muovono tra le due sponde dell’Atlantico. Negli Stati Uniti come in Europa si prepara una stagione di agitazioni e richieste spinta soprattutto dalla pandemia e che potrebbe colpire tutti i settori del lavoro.

Il tema è complesso e assume varie sfaccettature che vanno dalle rivendicazioni salariali, fino a richieste etiche e morali. Vanno in questa direzione le ultime novità arrivate a inizio anno dalla Silicon Valley. È il caso della nascita di un’unione sindacale tra alcuni lavoratori di Google.

Il 2 gennaio un gruppo di dipendenti di Alphabet, l’azienda che gestisce il motore di ricerca e tutti i suoi servizi collegati, ha annunciato la nascita della Alphabet Workers Union. Per il momento si tratta di un sindacato di minoranza, cioè un’unione che rappresenta solo una piccola parte di tutti i dipendenti. Oggi sugli oltre 260 mila lavoratori del gigante di Mountain View, la Awu ne raccoglie poco meno di un migliaio, ma il gesto resta significativo. In questa fase, hanno raccontato alcuni dei fondatori al New York Times, l’obiettivo è quello di dare struttura e longevità all’attivismo interno all’azienda e non una battaglia sui contratti.

Per questi dipendenti l’attivismo si concentra meno su questioni legate alle retribuzioni e più su temi morali, come le molestie e la trasparenza dell’azienda. La nascita dell’Awu è l’approdo di un percorso iniziato qualche anno fa col fenomeno dei Google walkout, mini proteste iniziate nel 2018 sul tema della gestione delle molestie sessuali in azienda. Per il momento è impensabile che la nuova sigla si sieda a trattare coi vertici dell’azienda, solitamente un sindacato di minoranza lavora a campagne di pressione pubblica su consumatori e organi legislativi per influenzare poi indirettamente i datori di lavoro.

Lo stato dell’attivismo
La mobilitazione dei lavoratori è un evento insolito per l’industria tecnologica della Silicon Valley. Ma quanto avvenuto dalle parti di Big G è significativo dell’umore che si respira. Negli ultimi anni i lavoratori attivisti sono diventati sempre più numerosi e rumorosi. Col tempo le richieste dei dipendenti si sono incanalate in molti modi: scioperi, petizioni online, lettere aperte, interventi alle assemblee aziendali, e quasi tutte riguardavano la richiesta di posizioni più etiche dell’azienda, come un maggiore coinvolgimento nelle battaglie per l’uguaglianza delle minoranze, maggiore lotta al cambiamento climatico e una revisione di come i prodotti vengono usati dai clienti.

Il fermento nel mondo del lavoro americano è un caso isolato o può essere accompagnato da nuove rivendicazioni anche in Europa e in Italia? La materia è complessa proprio perché i contesti non sono direttamente sovrapponibili. Giovanna Fullin, docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ha spiegato a Linkiesta che su questi temi il contesto nazionale conta moltissimo: «Le forme di attivismo che ci sono negli Stati Uniti si inseriscono in un contesto istituzionale in cui il sindacato ha un ruolo abbastanza diverso da quello italiano, è più vincolato nelle sue azioni ed è molto meno capace di rappresentare i lavoratori perché li può rappresentare solo nel momento in cui un’azienda viene sindacalizzata, non può svolgere azioni prima», il caso appunto dell’Awu e di Google.

«In Italia», continua Fullin, «le organizzazioni sindacali in teoria possono essere contattate dai lavoratori in qualunque momento, quindi le comparazioni con gli Stati Uniti mostrano una serie di attività che vengono promosse lì e che fanno un po’ fatica a prendere piede in Italia perché abbiamo un storia di relazioni industriali molto diversa».

I lavori meno qualificati e la pandemia
Questo però non significa che i cambiamenti non siano in atto. Finora abbiamo osservato questo ritrovato attivismo dall’alto, dalla prospettiva dei lavoratori ben stipendiati della Silicon Valley, ma se proviamo a ribaltare la prospettiva partendo dai lavori meno qualificati notiamo nuove mutazioni, spinte soprattutto dalla pandemia. I mesi del lockdown hanno acceso i riflettori su una serie di categorie lavorative fino ad oggi poco presenti nel dibattito pubblico.

«Alcune occupazioni che non avevano visibilità ne hanno ottenuta un po’. Anche i rider, che durante il primo lockdown erano le uniche figure che popolavano le strade, hanno acquisito visibilità, ma non sempre questa visibilità si è tradotta in una capacità contrattuale maggiore», continua la docente. È però vero che soprattutto nei grandi centri urbani i lavoratori della logistica e della piccola e grande distribuzione hanno ottenuto un’esposizione che sembrava insperata.

«Siamo di fronte a una situazione di grande cambiamento», continua Fullin, «dalla quale possono emergere cose che non ci attendiamo». Uno degli aspetti che forse potrebbe diventare più importante nei prossimi anni è quello legato a un rinnovato rapporto tra queste categorie e gli altri cittadini. Non solo: «Le trasformazioni in termini di immagine e riconoscimento sociale di alcune professioni ci sono, e queste possono portare a dei cambiamenti di scenario o ad acquisire rilevanza politica».

Thomas Kochan, docente di lavoro e management al Mit di Boston, ha spiegato a Quartz come in America l’attivismo del lavoro, soprattutto per quelli a bassa qualificazione sia destinato a crescere, e che attraverso queste nuove visibilità i cittadini abbiano iniziato a vedere come molte delle promesse delle grandi imprese siano state disconosciute. Ma soprattutto che sia possibile creare le condizioni per avere forme di pressione che portino a un migliore riconoscimento salariale per tutte quelle categorie che sono state etichettate come essenziali durante le varie ondate della pandemia.

Tra vecchie e nuove battaglie
Secondo Robert Shiller, premio Nobel per l’Economia nel 2013, lo scenario attuale ricorda quello della Grande depressione, cioè quello di un’opinione pubblica sempre più sensibile al fatto che la crisi del sistema produttivo sia da imputare al sistema stesso e alle sue caratteristiche anziché ai lavoratori.

Se infatti la crisi della pandemia ha messo in moto nuovi fenomeni, dall’altro ha acuito storture di lunga data. Come scrive la fondazione Giuseppe Di Vittorio in un dossier pubblicato a dicembre, la crisi ha messo in evidenza problemi strutturali del sistema Italia, come l’accesso alle tecnologie digitali, la disparità nell’esercizio dei diritti di cittadinanza e le carenze della pubblica amministrazione. Ma anche i limiti dello stesso mercato del lavoro, alimentato negli ultimi anni soprattutto da occupazione in settori a basso valore aggiunto e rapporti di lavoro frammentati.

A questo si aggiunge anche una certa inerzia nel cambiare modelli di comportamento. Perché se è vero che molti lavori hanno avuto nuova visibilità è altrettanto vero che è prematuro parlare di svolta immediata: «Nei servizi al cliente», continua la professoressa dell’Università Bicocca, «i lavoratori si trovano spesso stretti in una relazione triangolare. Da una parte hanno un rapporto di impiego che li lega al datore di lavoro ma, dall’altra, interagiscono con i clienti e sono tenuti a soddisfare le loro richieste. In alcuni casi, ad esempio in occasione di mobilitazioni dei lavoratori nei supermercati contro il lavoro nei giorni di festa, questi ultimi hanno cercato di spiegare ai clienti le ragioni della loro protesta cercandone la solidarietà ma spesso senza riuscirci».

La pandemia porterà in eredità anche altre battaglie. La prima riguarda quello che si è creato intorno all’utilizzo massiccio dello smart working. «È un tema nuovo», continua Fullin, «cui si lega il diritto alla disconnessione e al problema dei lavoratori che devono limitare il tempo di lavoro cercando di fare in modo che degli spazi di tempo libero non vengano invasi dalla vita professionale». Il tema resta molto caldo soprattutto se osservato in ambito europeo. Proprio a gennaio il Parlamento europeo sarà chiamato ad esprimersi su una proposta della Commissione per creare un quadro normativo che incaselli questa nuova tendenza.

Percorso simile anche per quanto riguarda un secondo tema enorme esploso con la pandemia e al quale abbiamo già accennato, quello dei lavoratori della gig economy. Una mano potrebbe arrivare da Margrethe Vestager. Una nota della Commissione ha spiegato che la commissaria alla concorrenza lavora a una serie di proposte per normale le condizioni lavorative dei cosiddetti platform workers, i lavoratori delle grandi piattaforme. Non si sa molto del piano, ma qualche dettaglio in più dovrebbe arrivare a fine febbraio.

Verso il futuro
Anche se Stati Uniti ed Europa viaggiano a velocità diverse, in entrambe le realtà il ruolo dei sindacati sembra essere ridimensionato. Le nuove forme di attivismo americano sono fiorite in ambienti poco sindacalizzati e si presentano in forme estremamente fluide. In Europa e soprattutto in Italia, la situazione è più complessa. La fiducia nei confronti dei corpi intermedi negli ultimi anni ha visto tremendi scossoni. Tanto per fare un esempio, nell’ultima indagine Acri-Ipsos sugli italiani e il risparmio, sono emersi segnali positivi per queste realtà, ma non per i sindacati. Solo per il 6 per cento degli interpellati negli ultimi anni le organizzazioni del lavoro hanno acquisito maggiore importanza. Mentre per il 43 per cento sono un po’ meno importanti e addirittura per un italiano su cinque sono molto meno importanti.

Eppure nonostante questo sembra che le rivendicazioni non possano fare a meno di questi corpi: «Gli organismi di rappresentanza collettiva sono essenziali perché i lavoratori, individualmente, sono in una condizione strutturale di debolezza rispetto ai datori di lavoro e solo tramite l’azione collettiva possono ottenere il riconoscimento dei propri diritti e tutele e il rispetto delle norme».

Persino la tecnologia rimane un aspetto controverso. Per i lavoratori della gig economy si è rivelata uno strumento utile per creare connessioni e acquisire consapevolezza. E allo stesso tempo può rivelarsi utile laddove lo smart working è stato usato in modo massiccio. Ma anche qui le insidie non mancano: «Sono venute meno le relazioni faccia a faccia tra i lavoratori, relazioni che permettono una circolazione delle informazioni più pervasiva e preziosa per i rappresentanti sindacali e comunque molto importante nell’organizzazione di qualunque azione collettiva».

C’è però una grande incognita che pende sul lavoro, soprattutto in Italia. E riguarda i contraccolpi economici dell’epidemia. «Quello che mi preoccupa», conclude Fullin, «è che questa situazione di cambiamento sta portando e porterà in futuro a un forte sofferenza nel mercato del lavoro. E quando è in sofferenza le attività rivendicative fanno fatica a prendere piede».

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

Linkiesta ForecastÈ arrivato Linkiesta Forecast + New York Times

Il nuovo super magazine Linkiesta Forecast, in collaborazione con il New York Times, è pronto.

Duecentoquaranta pagine sugli Scenari 2021, le tendenze, l’agenda globale della nuova èra post Covid.

Con interventi di Premi Nobel, di dissidenti, di campioni dello sport, di imprenditori, di artisti, di stilisti, di ambientalisti e delle firme de Linkiesta e del New York Times.

Un progetto straordinario de Linkiesta che si aggiunge al Paper, a K, ad Europea, a Gastronomika, ma reso ancora più eccezionale dalla partecipazione del New York Times, in esclusiva per l’Italia.

Prenotatelo adesso, sarà spedito con posta tracciata a partire dal 7 gennaio (al costo di 5 euro per l’invio), e si troverà anche nelle edicole di Milano e Roma e nelle migliori librerie indipendenti di tutta Italia (seguirà elenco).

10 a copia