Il corpo e l’OlocaustoIl vero scandalo di “Un cazzo ebreo” è non leggerlo

Il romanzo di Katharina Volckmer, pubblicato da La Nave di Teseo, è già un caso per i temi, le volgarità e i toni. Ma parla di identità, memoria e riparazione con intelligenza e, a conti fatti, grande delicatezza

AP Photo/Matthias Schrader

È ironico, audace, esplosivo. Ma anche arguto, profondo, geniale. Gli aggettivi andrebbero dosati con parsimonia e prudenza, ma di fronte al romanzo esordio di Katharina Volckmer, “Un cazzo ebreo” (La Nave di Teseo), sia la prima che la seconda risultano inadatte. Il suo libro è già stato classificato come il più provocatorio del 2021, il suo flusso di pensieri, che scorrono ininterrotti pagina dopo pagina disturba e coinvolge. È un capolavoro? Si è già detto anche questo.

Perché la storia è minima: una giovane donna di origine tedesca si confida, stesa su un lettino in uno studio medico di Londra, con il dottore ebreo che le è vicino, di cui riesce a vedere solo qualche dettaglio. Tutto qui, ma in mezzo c’è il mondo di riflessioni e idee.

Si parte da una confessione estrema: la volta che ha sognato di essere Hitler. Seguono aneddoti su un suicidio metropolitano, considerazioni sul mondo, sul dolore, sull’amore e il sesso, con tutte le sue perversioni. Poi ritorna su Hitler, sul suo essere tedesca (e sul fatto che il dottore sia ebreo) e via così, inanellando intuizioni e frantumando la barriera dell’indicibile.

Per esempio sull’Olocausto: «Ma persino oggi, dottor Seligman, un ebreo vivo genera in un tedesco una certa eccitazione, è qualcosa a cui non ci hanno preparato da piccoli. Siamo stati abituati soltanto a ebrei morti o disperati che ci guardano da innumerevoli fotografie grigie, o da qualche remoto luogo d’esilio senza mai sorridere, e noi perpetuamente debitori nei loro confronti».

E subito dopo: «E il nostro unico modo di farci perdonare da voi è stato trasformarvi in creature magiche, dotate di una polverina miracolosa che esala da ogni poro, intelligenza superiore, nomi curiosi e biografie infinitamente più interessanti. Nella nostra immaginazione nessun ebreo potrebbe mai essere un tassista e nel mio libro di teologia c’era persino una pagina dedicata agli ebrei famosi. E quando facevamo lezione di musica dovevamo cantare Hava Nagila in ebraico, dottor Seligman, trenta bambini tedeschi e neanche un ebreo in lontananza e noi cantavamo in ebraico per assicurarci di restare de-nazificati e profondamente riguardosi. Ma non siamo mai stati in lutto, semmai ci comportavamo assecondando una nuova versione di noi stessi – istericamente non razzisti in qualsiasi circostanza, e pronti a negare sempre qualsiasi differenza. All’improvviso c’erano soltanto tedeschi. Nessun ebreo, nessun operaio immigrato, nessun Altro».

È il tono, per scelta irriguardoso. Sono i temi, sono le conclusioni logiche che spiazzano per quanto siano vere: «Chi vuole essere ricordato come il destinatario della violenza? Siamo talmente abituati ad avere il controllo delle nostre vittime che per questo, anche dopo tutti gli anni che sono passati, non riesco a non stupirmi che voi siate vivi fuori dai nostri libri di storia e dai monumenti alla memoria, che vi siate liberati dalla nostra versione di voi e che ora io e lei siamo in questa stanza insieme a fare ciò che stiamo facendo, tanto che da qua posso quasi sfiorare i suoi adorabili capelli».

È proprio questo dettaglio, la caduta sul corpo e i suoi difetti (qui la calvizie), che segna tutto il senso del libro. Accostare cioè la fisicità (il “cazzo”) all’ambito sacro della memoria (“ebreo”). Li mette sullo stesso piano perché il libro, con tutti i suoi eccessi e le sue volgarità, in fondo, parla di identità.

In modo graduale il lettore apprende le ragioni della visita della donna con il dottore (spoiler: non è uno psicologo),il quadro si fa più chiaro e anche le oscenità (chiamiamole così) perdono forza, per chiudersi con un plot twist finale, quasi in un canto che emerge dal deliquio.

Il romanzo, scritto in due anni, è stato a lungo rifiutato perché considerato scandaloso. Ma è il contrario: sotto al velame delle sconcezze (chiamiamole così) emerge un racconto serio, toccante e profondo. Il vero scandalo sarebbe non leggerlo.

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