Oralità scontataClubHouse e il grande fallimento della rivoluzione del linguaggio

La nuova piattaforma dove si ascoltano le opinioni di pochi speaker su vari argomenti non è altro che una sorta di talk show impostato su uno schema piuttosto tradizionale, con la differenza che invece di cambiare canale si cambia room. È davvero il social media che ci mancava?

Lapresse

ClubHouse, per chi ancora non lo conoscesse (mancanza perdonabile?) è il nuovo social media, tutto fondato sulla voce. È il fenomeno più nuovo del mondo tech e, come sempre e più spesso avviene, se è del mondo tech, allora è il più universale che si possa concepire.

Spendo qualche riga per descrivere di che si tratta per chi (ahi loro) non lo sapessero ancora: è un social media che può usare solo chi ha un iPhone, almeno per adesso.

È questo è già un segnale, un ammiccamento (ci siamo capiti, no?) perché si tratta di un club, di un luogo chiuso, nel senso dei club inglesi esclusivi (evoca, nel meta-messaggio, Chatham House e cose del genere). Per entrare a farne parte bisogna essere invitati da qualcuno che è già iscritto.

Insomma, non è proprio a porte chiuse (come la Chatham House vera), ma un po’ socchiuse, visto che ognuno che si iscrive, a sua volta, ha degli inviti da distribuire. Alla fine, a dispetto del meta-messaggio, più gente si iscrive e meglio è per il suo successo: legge inesorabile, innegabile, anche se si fa finta di no, di qualunque social media.

Veniamo all’esperienza. Ogni utente può aprire una “room”, cioè dare un titolo e invitare le persone a discuterne. In realtà c’è un passaggio intermedio: il promotore o i promotori sono gli speaker della “room”, cioè possono parlare quanto e quando vogliono, mentre gli altri (il popolo) per parlare deve segnalare la volontà alzando una manina (stile video call) e se gli speakervogliono, concedono la parola.

Gli speaker possono anche “invitare sul palco”, cioè trasformare in speaker una o più persone tra il pubblico.

L’idea a cui si ispira il social (o a cui vuol sembrare di ispirarsi) è quella di una sincera, franca e non codificata conversazione fra pari. In realtà, non appena la “room” supera le 10/15 unità questo è impossibile e tutto si trasforma in una sorta di talk show tra gli speaker con tutti gli altri che ascoltano. Poi c’è la fatidica frase del «vediamo se c’è qualcuno che vuole fare una domanda». Insomma qualcosa di già visto dovunque.

Molti si domandano se ClubHouse abbia un futuro, o se è un altro esempio del “modello Periscope” (qualcuno lo ricorda?), un social con collegamenti video degli utenti che era esploso qualche anno fa e che per qualche settimana è sembrato irresistibile, tanto che c’era una gara frenetica ad aprire collegamenti da ogni dove; ma in un paio di mesi è scomparso con la stessa velocità con cui è arrivato.

Avrà lo stesso futuro ClubHouse? La prima impressione è che si tratta dell’offerta digitale di una spaventosa perdita di tempo. Perché?

Perché sembra un flusso senza un fine e senza un costrutto. Obiezione: forse si vuole proprio questo, un flusso senza un fine e senza un costrutto, almeno senza un costrutto pre-stabilito.

Siamo però pericolosamente vicini a un corto circuito: come si possono fare due chiacchiere “destrutturate” in 80/90 persone o più? Impossibile.

Allora potrebbe essere pensato come contrapposto ai talk-show, cioè un luogo dove apprendere qualcosa, magari dalla viva voce dei protagonisti. Difficile: questo social è dominato dall’opinionismo: tutti, ma proprio tutti, esprimono un’opinione su ogni cosa, ma nessuno (o quasi) prova ad aggiungere conoscenza. Niente da fare: un social tutto dedicato alla voce, è nella realtà poco “conversazionale” e ancor meno permette approfondimenti, come succede nelle club house emulate.

E qui veniamo al cuore del problema e della novità, che allo stesso momento ha prima fatto esplodere l’interesse e la curiosità per ClubHouse, e che ora rischia di determinarne l’implosione repentina, prima ancora che si capisca esattamente come potrebbe essere usato utilmente: l’oralità contrapposta al linguaggio scritto.

Piccola digressione sulla psicodinamica del linguaggio parlato, orale, rispetto a quello scritto, formale. La conversazione orale è dominata dalla memoria (diciamo solo e soltanto quello che abbiamo all’istante in memoria, mentre nel linguaggio scritto abbiamo la possibilità di fermarci, pensare, cercare informazioni e così via); la conversazione è ridondante, sintetica, additiva, mentre la scrittura è complessa, analitica e procede per passi logici successivi, con frasi principali e subordinate; il linguaggio orale è antagonistico, intimo, complice, quello scritto è neutrale, astratto, distante.

Zeynep Tufekci, studiosa americana del linguaggio, sostiene che «il linguaggio orale è effimero, sospeso nel tempo, sostenuto dalle connessioni interpersonali e sopravvive solo nella memoria, piuttosto che servire a costruire opere finali e cumulative, e ha lo scopo di conversare e trasmettere la conoscenza rendendola memorabile, il che può spesso significare stile sarcastico, spiritoso, ritmico e in rima».

Se vogliamo scavare ancora su questa questione, possiamo dire che proprio il linguaggio orale è la caratteristica più distintiva della condizione umana.

Il linguaggio scritto è una sua evoluzione. E possiamo tranquillamente dire che il progresso umano si è realizzato davvero solo quando la cultura, cioè la conoscenza, si è tramandata non solo oralmente, ma attraverso testi scritti. Siamo pienamente dentro al dominio del linguaggio scritto e quando parliamo, spesso parliamo come se dovessimo scrivere, cioè con le caratteristiche del linguaggio scritto: analitici, astratti, distanti.

L’avvento dei social media ha scombinato il progressivo dominio del codice del linguaggio scritto (anche nella sua versione parlata), trasferendo nella scrittura lo stile, il mood e il codice del linguaggio parlato.

Protagonista è Facebook, anche se Twitter era nato più di Facebook per riprendere il linguaggio orale. Twitter è diventato però subito preda del linguaggio giornalistico, accademico e persino aulico. Ha fatto eccezione Trump, i cui tweet erano addirittura trascrizione pura e semplice, un virgolettato dei suoi discorsi orali e per questo avevano un grandissimo successo.

Qualcuno, come lo studioso Andy Carvin, si è sbilanciato a dire che twitter e i social media stanno preservando la nostra storia orale, cioè la storia che è raccontata con il linguaggio comune, non accademico, appunto orale. Così che se qualcuno volesse capire il tono dei nostri discorsi di oggi non dovrebbe guardare ai libri, ai giornali e neppure al linguaggio televisivo (talvolta molto vicino a quello scritto) ma alle trascrizioni o alle registrazioni dei testi pubblicati sui social media.

D’altro canto in Italia basta frequentare un po’ Facebook e ci si rende conto che è il posto dove c’è il massimo uso (scritto) del dialetto, cioè del linguaggio verbale, il più verbale per definizione.

Torniamo a ClubHouse. Sembra (sto per scrivere, sembrava) la risposta giusta alla dominazione del linguaggio scritto che oramai prevale sia su Twitter che su gran parte della comunicazione su Facebook. Come se questi due social media, nati per contrapporsi al linguaggio scritto, avessero già perso la battaglia, e perciò bisognasse tornare proprio alla voce-voce, solo alla voce, nient’altro che la voce, neppure la semplice trascrizione della voce su testo scritto, per riprendere la battaglia.

Nella battaglia a favore dell’oralità c’era anche l’idea, un po’ sottotraccia e un po’ meno, che il linguaggio scritto sia sinonimo di potere, mentre quello orale sia più democratico, popolare. (Questo sillogismo, per altro, è stato pesantemente usato dai populisti per costruirvi sopra una radicale contrapposizione alle élite).

Chi pensava, o anche chi temeva, che ClubHouse potesse essere la rivincita dell’oralità, cioè di un “onesto discorso tra amici”, anzi tra pari, tra intimi su un qualunque tema, alto o basso non importa, penso dovrà ricredersi, perché lo schema imperante è piuttosto tradizionale: due/tre speaker che parlano con una oralità che sembra semplicemente il linguaggio scritto pronunciato ad alta voce; sembra che gli schemi del potere siano i medesimi televisivi: alcuni parlano tra loro e gli altri ascoltano, con la differenza che invece di cambiare canale, qui si cambia stanza.

Lo storytelling di ClubHouse: pochi eletti che discutono in perfetta spontaneità, con un linguaggio naturale, normale, emozionale, lontani dagli altri social media dove vince l’odio o il linguaggio stereotipato, non sembra essersi avverato. Come (quasi) sempre avviene con qualunque storytelling, la realtà vince e cambia la storia.