Parola del signoreIl governo danese vuole controllare i sermoni di ogni religione

Le omelie proclamate nei luoghi di culto dovranno essere tradotte ed esaminate da un apparato statale. Una misura per controllare le cellule estremiste che ha scatenato però la reazione della Conferenza delle Chiese europee i cui vertici hanno scritto una lettera di protesta alla premier Frederiksen

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«La legge è troppo antiliberale». Quasi un ossimoro se pensiamo che questo giudizio è rivolto alla Danimarca, Paese che da sempre si fa vanto delle sue libertà. Eppure, è stata questa la valutazione sulle colonne del Guardian che Robert Innes, vescovo delle Chiese anglicane d’Europa, ha dato al progetto di legge che vorrebbe che tutti i sermoni religiosi siano tradotti in danese e mandati allo Stato. «Sono sicuro che questa legge provenga da una legittima preoccupazione per la sicurezza del Paese e dalla volontà di garantire a ciascun culto di poter officiare tranquillamente i propri riti ma richiedere la traduzione dei sermoni è eccessivo», ha dichiarato Innes.

In vista del voto al Folketing, il Parlamento monocamerale danese, Innes ha rivolto un accorato appello al primo ministro socialdemocratico Mette Frederiksen esprimendo «il suo allarme per un vincolo giudicato estremamente eccessivo». Non è il solo. «Questo progetto di legge rischia di penalizzare soprattutto le minoranze più piccole, che non potranno permettersi né il tempo per tradurre tutti i loro atti in danese né tantomeno i traduttori», ha dichiarato Jorgen Skov Sorensen, segretario generale della Conferenza delle Chiese europee, raggiunto telefonicamente da Linkiesta.

Secondo il governo danese questa legge serve soprattutto a evitare che sorgano “società parallele” aumentando allo stesso tempo la trasparenza dei riti religiosi e la chiarezza dei sermoni pronunciati in Danimarca, vista la presenza di minoranze che non parlano il danese. Già nel 2016 lo Stato aveva cercato di porre dei limiti all’attività religiosa imponendo a tutti i predicatori un corso di formazione sui “valori danesi”, al fine di contrastare eventuali derive radicali. Perché allora come oggi quelli che preoccupano di più sono i 270 mila musulmani presenti nel Paese, molti dei quali praticanti e assidui frequentatori delle due grandi moschee presenti a Copenaghen e delle altre cento diffuse in tutto il Paese.

Non ci sono solo loro però: in Danimarca, infatti, sono presenti anche 40 comunità religiose diverse, che spaziano dagli anglicani agli ortodossi fino ai luterani tedeschi, che officiano i loro riti in lingue diverse dal danese. Secondo Innes «servirebbe che il governo di Frederiksen lavorasse maggiormente sul dialogo e sul rapporto con queste minoranze, invece di limitarle». Il culto prevalente nel Paese è quello luterano, al quale appartiene circa il 75% della popolazione. La Chiesa luterana di Danimarca assomiglia molto alla chiesa anglicana presente nel Regno Unito: il capo è la regina Margrethe II e il Parlamento nazionale ne fissa i principi. La Chiesa ha persino una regola che prevede una sorta di autofinanziamento: i suoi membri devono, infatti, pagare una piccola quota per sostenere l’istituzione.

Nonostante la presenza di un culto di stato la società danese rimane estremamente secolarizzata: appena il 3% della popolazione partecipa alle funzioni domenicali e soltanto il 20% si sente religioso. Un dato ben diverso invece per le minoranze come quella musulmana, che costituisce il 4.4% della popolazione e sono soprattutto migranti, quella cattolica, appena l’1,5%, e i 6 mila ebrei. Per questi, come per la comunità tedesca luterana che officia i suoi riti nella loro lingua, conoscere il danese può essere complicato e dispendioso. «La legge per come la conosciamo adesso non ha molto senso. Lascia parecchi interrogativi: Dovrebbero essere tradotti tutti i sermoni? E tra gli appunti presi prima del discorso e il sermone stesso, quale versione dovrebbe essere inviata? E chi leggerà tutti questi sermoni?», sottolinea Sorensen. 

Per questa ragione la Conferenza delle Chiese europee, insieme alle autorità di diversi culti danesi, ha scritto una lettera alla premier Frederiksen e alla ministra delle Chiese Joy Mogensen in cui vengono riportati i punti più controversi di questa legge. Per loro, «spesso le chiese straniere che officiano i loro culti in una lingua diversa dal Paese in cui si trovano hanno aiutato i migranti a integrarsi con la società in maniera migliore». Gli esempi in giro per l’Europa non mancano, come le chiese luterane tedesche in Ungheria, le ortodosse rumene in Francia, le anglicane in Svezia o persino le chiese danesi in Spagna. Il punto più importante però è un altro.

«Il danno maggiore che causerebbe questa legge sarebbe sull’immagine internazionale della Danimarca come nazione aperta, liberale e libera. Inoltre, Copenaghen si è impegnato a livello internazionale a garantire il diritto per le minoranze di professare la propria religione attraverso accordi come la Convenzione europea dei diritti umani e la Carta europea delle minoranze linguistiche e regionali». Il danno, quindi, sarebbe sia a livello interno che internazionale. «Questa legge è profondamente sospettosa verso le religioni. Molte di queste non hanno mai sognato di andare contro lo Stato e adesso si rischia di instillare il dubbio nei cittadini. Non è giusto», sostiene Sorensen.

Il timore è che adesso molti altri Stati possano seguire l’esempio danese e alcuni hanno già iniziato a farlo, chi per timore della pandemia di Covid-19 chi per paura della minaccia islamista, suscitando le proteste delle organizzazioni religiose. In Francia i cattolici hanno lamentato un eccessivo controllo sull’attività delle loro chiese e temono che il progetto di legge sul separatismo voluto dal presidente Emmanuel Macron mini i rapporti tra le fedi. In Spagna e in Portogallo le normative anti-Covid hanno già posto un rigido controllo sulle religioni mentre persino in Svizzera, come evidenziato da Innes, «il clero è costretto a lavorare a tempo pieno perché così è più facile da controllare per il governo».

Una preoccupazione espressa anche dal presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione Europea (COMECE), il Cardinale Jean-Claude Holllerich, che ha evidenziato «una generale tendenza all’abbandono del diritto fondamentale alla libertà di religione negli Stati membri dell’UE e anche a livello di Corte dell’UE. Alcuni disegni di legge minano i diritti delle comunità religiose più piccole che non hanno i mezzi per conformarsi». Un punto su cui concorda anche Sorensen. «Ormai la società europea si è secolarizzata e tende a porre dei limiti alla religione: il caso francese ne è la prova. Nonostante il Covid, che ha aggiunto altri problemi, le problematiche di fondo sono comuni: i Paesi europei devono sempre garantire il diritto alle minoranze di professare liberamente la propria religione se non per gravi motivi. Questo non va dimenticato».  

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