Maresciallo TwitoLa personale guerra ai mass media del premier sloveno

Janez Janša condivide molte posizioni con il suo collega Viktor Orbán, di cui si proclama estimatore. Da quando è tornato al potere per la sua terza esperienza di governo si è subito lanciato in uno scontro a tutto campo con i giornali più critici, e non solo quelli nazionali

Lapresse

Lunedì 15 febbraio il governo sloveno guidato da Janez Janša (Partito democratico sloveno, Pds) è uscito indenne da una mozione di sfiducia promossa dalle opposizioni, secondo cui l’esecutivo starebbe abusando dei poteri speciali concessi a causa della pandemia per reprimere le libertà democratiche.

I voti favorevoli alla sfiducia sono stati soltanto 40 su 90, sei in meno della soglia necessaria a defenestrare Janša. È adesso probabile che l’esecutivo rimanga in sella per tutto il resto della legislatura, ovvero fino alle prossime elezioni, previste per giugno 2022.

Karl Erjavec, il leader del Partito democratico dei pensionati, già prescelto come premier nel caso in cui la mozione di sfiducia fosse stata accolta, aveva presentato il voto come una scelta tra autocrazia e democrazia costituzionale.

Più che la solidità della maggioranza il voto in parlamento ha squadernato le fratture delle opposizioni.

Janša era infatti diventato premier lo scorso marzo dopo che il collasso della coalizione di centro-sinistra che supportava Marjan Šarec aveva portato alla formazione di una nuova maggioranza, teoricamente molto precaria, grazie al cambio di fronte del Partito del centro moderno (Pcm) e del Pds. Alcuni parlamentari di quest’ultimo hanno votato contro la mozione di sfiducia, presentata dal loro partito.

Intervistato da Linkiesta, Alem Maksuti, politologo sloveno e commentatore per Balkan Insight, ha spiegato: «Le opposizioni cercheranno ancora di rovesciare il governo, non hanno nulla da perdere. L’opinione pubblica è dalla loro, non ci sono dubbi che, se si candideranno assieme, potranno sbaragliare facilmente l’Sds alle prossime elezioni. Prima del voto, gli unici modi sarebbero contestare l’azione di singoli ministri e fare pressioni su Pcm e Pds per farli ritornare nell’alveo delle forze liberali. Ma dubito che riusciranno a fare qualcosa prima delle elezioni».

L’insediamento di Janša, un veterano della politica slovena arrivato alla terza esperienza di governo dopo quelle degli anni 2004-2008 e 2012-2013, è stato letto come la svolta orbaniana della Slovenia, Paese ritenuto solidamente europeista fino a quel momento. Janša condivide infatti molte posizioni con Viktor Orbán, di cui si proclama estimatore. Ha anche espresso apprezzamento per l’ex presidente americano Donald Trump, distinguendosi come l’unico leader europeo a congratularsi con lui per la vittoria alle scorse presidenziali a scrutinio ancora in corso.

Secondo Maksuti, «Janša non segue particolari valori etici o estetici, rispetta solo le regole che decide lui. Ammira quindi molto i regimi dittatoriali di Ungheria e Polonia: solo in questo tipo di società può comportarsi come si comporta».

Seguendo l’esempio di questi due Paesi, Janša si è subito prodigato in uno scontro a tutto campo con i giornali critici fin dal suo ritorno al potere. Non limitandosi a quelli in patria. L’ultimo bersaglio delle sue intemerate è stata una vittima illustre: Politico, uno dei più noti media paneuropei.

A scatenare le ire del premier era stato un reportage pubblicato il 16 febbraio, a firma di Lily Bayer. L’articolo, intitolato “Dentro la guerra ai media della Slovenia”, fornisce un’accurata disamina della campagna denigratoria e repressiva condotta da Janša contro i media non allineati, disamina supportata da interviste a giornalisti e studiosi del settore. Lamentando la mancanza di pluralismo nella sfera mediatica del Paese, l’attuale esecutivo sloveno ha sostituito i quadri dirigenti del servizio pubblico radiotelevisivo e incentivato l’entrata nel comparto mediatico di operatori filo-governativi, tra cui alcuni imprenditori ungheresi vicini a Orbán.

Esattamente come Trump, Janša disprezza i media tradizionali e predilige forme di comunicazione più diretta con i propri sostenitori. Il suo utilizzo di Twitter è talmente pervasivo e assiduo da avergli fatto meritare il nomignolo “Maresciallo Twito”, un gioco di parole con “Maresciallo Tito”, il comandante partigiano che fondò la Federazione jugoslava.

Il premier non intende lasciare spazio ai dubbi. L’11 maggio 2020 sul sito del governo sloveno è apparsa una riflessione dal titolo “Guerra ai media”, firmata direttamente da Janša. In questo testo orwelliano il leader sovranista si lancia in una filippica vittimistica e labilmente intimidatoria contro i media che lo criticano, un mélange composto di richiami all’Impero romani, elogi a Donald Trump e citazioni di collaboratori di Helmut Kohl.

Paragonando la Slovenia a un regime proto-totalitario, Janša paventa non meglio chiariti “pogrom” mediatici che si potrebbero concludere con l’eliminazione fisica degli oppositori. La frase più iconica del testo: «Un’atmosfera di intolleranza e odio sta venendo diffusa da un circolo ristretto di redattrici donne, che hanno legami sia familiari che finanziari con lo Stato profondo, e da un manipolo di giornalisti e freelance mediocri o peggio, sia uomini che donne in questo caso, che in un giornale normale non avrebbero il permesso di scrivere della fiera contadina del Paese».

La Slovenia è stata finora uno dei paradisi della libertà di stampa, soprattutto tra i paesi dell’ex blocco comunista. L’ultima classifica di “Reporter senza frontiere” le ha assegnato il 32esimo posto (su 180 Stati). Tra i membri post-comunisti dell’Unione la precedono solo Lettonia e Lituania – l’Italia è in 41esima posizione.