Palamara PapersIl grande affresco promesso da “Il sistema” è solo un ritrattino di personaggi mediocri

Il libro-intervista di Sallusti all’ex presidente dell’Anm è una memoria difensiva anticipata. Non aspettatevi chissà che. Eppure, da questa ”foto di gruppo con magistrati“ emerge un tratto antropologico allarmante e cioè il grigiore umano di molti protagonisti di una professione così delicata

Mauro Scrobogna /LaPresse

L’intervista che Alessandro Sallusti ha fatto a Luca Palamara, “Il sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana” è il bestseller del momento. È in testa alla classifica di Amazon dei libri più venduti, senza contare le copie piratate che impazzano sul web e nelle chat. E ha fatto capolino sullo sfondo di una delle più meste inaugurazioni dell’anno giudiziario che si ricordino. In pratica è una tempesta perfetta: crisi sanitaria, politica e istituzionale senza che per nessuna delle tre nessuno intraveda finora una soluzione accettabile.

Il titolo del libro richiama un famoso docu-film (“’O sistema”) sulla Camorra ma anche il “metodo Moggi”, di un rivolo del quale (la società del figlio Alessandro) l’ex PM si interessò in una delle rare inchieste di grido di cui si è occupato, in una finestra tra gli incessanti impegni associativi che ne assorbivano l’attività. Tuttavia, chi volesse cercare nel libro l’equivalente dei “Valachi Papers” – con cui negli anni Sessanta l’omonimo mafioso italo-americano, pentitosi dopo essere stato messo al bando e condannato a morte dalla malavita, rivelò al mondo “Cosa Nostra” – resterebbe deluso. I Palamara Papers non svelano il disegno nascosto di una mafia togata, di una Spectre dei codici e delle manette: sono, assai più semplicemente, una memoria difensiva anticipata, consegnata alle librerie in previsione del prossimo processo a Perugia.

La narrazione dell’ex presidente ruota intorno a un semplice concetto: l’essere stato lui, sostanzialmente, la vittima (sia pure conseziente e anzi entusiasta) di un malvagio sistema che a lui pre-esisteva, che a lui sopravviverà e che di lui si è disfatto allorché, dopo essersi posto alla testa di una coalizione di centro-destra, ha osato sfilare il potere di sotto al naso alla sinistra para-comunista che da sempre governa la magistratura italiana.

Il riferimento è a un accordo – stipulato dalla sua corrente, Unicost (centrista), con la destra di Magistratura indipendente – che aveva portato fin sulla soglia dell’elezione alla poltrona giudiziaria più ambita, alla procura di Roma, un moderato come Marcello Viola e non un esponente della sinistra di AreaDG. Un risultato storico e inedito. Pure troppo.

Ricorda qualcosa? È, più o meno, il remake in chiave sindacal-togata della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, l’homo novus che spazza via il vecchio sistema di potere che gli si rivolta contro e organizza la vendetta. E infatti l’ex Cavaliere, come lui degradato con ignominia dalla magistratura, è l’altro grande protagonista del libro. Opportunamente (e non certo inaspettatamente) Sallusti occupa una discreta fetta del tempo di intervista a Palamara (a tale fine suo ospite estivo a Forte dei Marmi) al processo All-Iberian, che segnò la fine dell’avventura istituzionale di Berlusconi e la caduta del suo ultimo governo innescata dallo scandalo Ruby. La “versione di Luca” (oltre che dello stesso Sallusti) è che il fondatore di Forza Italia sia stato fatto fuori dal sistema togato, lo stesso che ha poi punito anche lui per il suo tentativo di rovesciarne gli assetti tradizionali.

Le strategie difensive sono tutte legittime, e non è certo questo il posto per contestarle, ma appunto devono essere valutate, politicamente e storicamente, per quello che sono: una versione di parte, molto di parte, e con qualche vistoso “buco”, che riduce il presunto “affresco del malaffare” a un piccolo “spicchio” di pochi personaggi.

Essenzialmente, i bersagli nel mirino di Palamara sono coloro da cui lui si ritiene tradito: il suo ex capo a Roma (e amico personale) Giuseppe Pignatone, che lo ha denunciato per corruzione; il procuratore generale presso la Cassazione, Giovanni Salvi, che lo ha deferito al Csm e che ne ha richiesto la radiazione; il suo ex segretario ai tempi della presidenza all’Anm, Giuseppe Cascini; il vecchio e l’attuale vice-presidente del Csm (Giovanni Legnini e David Ermini), che lo hanno abbandonato nella sventura benché Palamara, secondo lui, fosse stato decisivo (come nel caso di Pignatone e Salvi) per le loro nomine ad aggiunto presso la procura romana e a capo dell’organo di autogoverno della magistratura.

A loro l’ex capo di Unità per la Costituzione non risparmia frecciate: memorabile la descrizione del momento in cui l’allora fraterno amico Pignatone lo accompagna all’uscio di casa e, con finta noncuranza ma con lo sguardo fisso «da siciliano vero», gli sussurra la condanna a morte mettendolo a conoscenza dell’inchiesta su di lui e della scoperta di alcuni suoi soggiorni sentimentali pagati da un noto imprenditore romano. Palamara capisce che “è finita”. La descrizione dell’abbraccio finale richiama alla memoria alcuni momenti memorabili del “Padrino”, anche se bisogna ammettere che la presenza scenica di Marlon Brando e di Al Pacino sia stata superiore (ma, insomma, l’idea è resa bene).

A Giuseppe Cascini, uno dei leader di Magistratura democratica (da cui è recentemente fuoriuscito proprio a causa delle sue confessioni), Palamara ricorda invece il suo intervento per farlo nominare aggiunto a spese di un altro collega verso cui viene consumato “un colpo basso”. Va detto, a onor del vero, che nell’ambiente giudiziario era risaputo che nella precedente tornata proprio Cascini (uomo molto scostante di suo) era stato invece sacrificato a favore di altri candidati.

E, se nel libro-intervista di Palamara sono generose e abbondanti le descrizioni degli intrighi contro Berlusconi e poi contro di lui, è invece totalmente assente ogni evocazione di quello che succedeva in precedenza nella procura romana, anche quando lui era già presidente dell’Anm. Basti pensare all’indagine, finita con una caterva di assoluzioni e con poche condanne di qualche truffatore, che costò a Silvio Scaglia, addirittura arrestato, la proprietà della sua impresa Fastweb, una delle poche start-up italiane nel mondo delle telecomunicazioni, efficacemente descritta nel bel libro, “Io non avevo l’avvocato”, di uno dei manager coinvolti, Mario Rossetti.

Allo stesso modo, nel “ritratto di famiglia” di Palamara e Sallusti sorprende l’assoluta mancanza di un personaggio centrale quanto e forse più dell’ex leader di Unicost, vale a dire Cosimo Ferri (il capo di Magistratura indipendente, grande protagonista delle notti all’hotel Champagne), che intervistatore e intervistato “dimenticano” inopinatamente in quelle stanze così cruciali per la recente storia della Magistratura. Una vera stranezza, considerata l’importanza e il calibro del personaggio, già magistrato e oggi politico a tempo pieno (prima in Forza Italia e oggi con Matteo Renzi), leader pressoché “padronale” di un pezzo di Magistratura italiana, come fosse uno dei tanti partitini personali di questa Repubblica.

Se dovessimo dare un giudizio sul racconto contenuto nell’intervista, dovremmo parlare di uno scenario ben mediocre non soltanto rispetto a quelli assai più inquietanti degli uffici giudiziari romani ai tempi della P2 o dell’assalto a Bankitalia, ma anche in paragone a momenti “caldi” e recenti come “Mani pulite” e le riforme ad personam dei governi Berlusconi. Per capire, molto meglio leggere lo splendido “La Toga Rossa” di Francesco Misiani e Carlo Bonini, libro di cui è auspicabile una sollecita ristampa.

Eppure, proprio questa attuale mediocrità – il grigiore umano, la modestia dei personaggi – è il tratto antropologicamente più interessante e allarmante del racconto di Palamara, ben simboleggiato dallo scenario di un albergone dal nome provincialmente pretenzioso, incistato in un quartiere semi-degradato del centro di Roma, l’Hotel Champagne, luogo mitico di robuste convenzioni con uffici giudiziari quanto di discreti convegni notturni per la scelta dei capi degli uffici giudiziari.

Ciò che dovrebbe atterrire i molti capaci e incolpevoli magistrati italiani è il vuoto d’ideale e di dibattito cui sembra ridotta la dialettica politica dentro le loro associazioni. Palamara descrive la maggioranza dei suoi colleghi come persone «che hanno sofferto per avere la toga» e vogliono stare «comodi». Forse conosce bene i suoi polli. E, se è così, questa è un’idea assolutamente aberrante di un lavoro di enorme delicatezza (purtroppo ciò che si vede nella platea dei partecipanti ad alcuni corsi di aggiornamento tenuti presso la Scuola Superiore autorizza un certo pessimismo).

In molti, nella Magistratura, sottolineano l’apatia etica che oggi è diffusa nei ranghi, una sorta di indifferenza sentimentale verso il proprio lavoro e i suoi valori assoluti, il ripiegamento verso ossessioni di carriera e mera apparenza, la partecipazione alla politica associativa nella previsione di futuri vantaggi. In un oceano di mediocrità è fatale quella reciproca indulgenza che sfocia spesso in un istinto di auto-protezione verso gli errori del collega che un domani potrebbero essere i tuoi.

«Sono possibili cambiamenti?», chiedo a un “intraneo” esperto della materia, che mi rimanda con qualche scetticismo all’elezione più recente del membro togato alla Corte costituzionale che ha visto prevalere Maria Rosaria Sangiorgio (giudice di Cassazione civile, per quattro anni al Csm in quota Unicost insieme all’allora leader della corrente, Luca Palamara) su Giorgio Fidelbo (giovanissimo presidente titolare di una delle sezioni penali più prestigiose della Suprema Corte).

Uno dei punti che nella lettura del libro – lo confesso – mi ha scosso concerne “l’inquadramento” dei giovani vincitori del concorso, oltre alle raccomandazioni dei “figli d’arte” che invero abbondano nei ranghi e che comincia già nei costosi corsi di preparazione all’esame. Credo sia urgente il ritorno al passato e all’ammissione diretta: il meccanismo attuale favorisce nepotismi e avvantaggia coloro che sono in grado di dedicare tempo alla preparazione, anche per molti anni dopo la laurea, a discapito di chi, più brillante, abbia però necessità o voglia di lavorare subito. Un lusso che la magistratura non può permettersi, cosi come non può più concedersi l’illusione di vivere ripiegata su se stessa.

A pensarci bene le “chat “ di Palamara riflettono gli stessi meccanismi claustrofobici e ossessivi dei gruppi “social”. Si crea l’effetto “bolla” per cui ciò che è dentro quegli scambi sempre più nevrotici, nei dialoghi di un piccolo micro-cosmo diventa il mondo, l’unico vero mondo. Se è ormai necessario il cambiamento, allora la magistratura migliore rifletta se non sia il momento di spalancare le porte dei suoi riti più gelosi alla società civile, e in particolare all’avvocatura, negli organismi disciplinari, nelle commissioni di concorso e di progressione della carriera da riportare a una valutazione di merito effettivo e non più di mera mancanza di demerito.

Non bisogna più avere paura di misurarsi con la realtà. Il pericolo è che alla rassegnazione e all’indifferenza di tanti si possa reagire con confuse iniziative di stampo populista di cui si vedono già le avvisaglie e che, negando in radice la necessità della politica associativa, alimentino un pericolosissimo e disordinato qualunquismo, con l’illusione di un nuovo separatismo e, peggio, di un più accentuato ripiegamento corporativo.
Per quanti rischi possa portare la contaminazione con l’avvocatura (che pure ha dato ottimi frutti al Csm) sarà pur sempre preferibile un po’ d’aria nuova al rischio di morire asfissiati tra i veleni. La storia insegna che i barbari alle porte possono servire.

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