Il dittatore è nudoPerché Biden ha definito Putin un killer, umiliandolo in mondovisione

Il presidente degli Stati Uniti ha deciso di essere poco diplomatico nei confronti del leader russo per mandare un messaggio chiaro agli alleati europei che stanno flirtando con Mosca. Il Cremlino cercherà una rappresaglia che probabilmente farà incrementare tensioni e pressioni interne. Ovvero ciò che vuole Washington

LaPresse

Lei pensa che Vladimir Putin sia un killer? «Mmm, I do». Joe Biden esita un secondo prima di pronunciare la frase che sconvolgerà il mondo, ma la pausa non sembra dovuta tanto a un dubbio su quello che sta per affermare quanto sull’opportunità di dirlo.

Dare dell’assassino al presidente di un Paese non è banale, è una dichiarazione di guerra, ma soprattutto verrà vissuta dall’inquilino del Cremlino come un’umiliazione, un’offesa, una mancanza di stima. E potrebbe essere stato anche uno degli obiettivi del presidente americano, che già sette anni fa, all’epoca dell’annessione della Crimea il cui anniversario Mosca sta celebrando proprio in questi giorni, era stato il più intransigente dei componenti dell’amministrazione di Barack Obama.

Biden ha anche annunciato nuove sanzioni contro la Russia e ha promesso che Putin «pagherà il prezzo» delle interferenze nella campagna elettorale americana del 2020, appena rivelate nel rapporto dell’intelligence Usa, che ha accusato il Cremlino di aver cercato di screditare Biden e favorire Donald Trump.

Ma la frase del killer riguarda ovviamente un’altra vicenda, quella dell’avvelenamento di Alexey Navalny a opera di agenti dell’FSB, il servizio segreto russo, quello che lo stesso leader dell’opposizione russa ha sempre denunciato come un delitto ordinato da Putin in persona.

Navalny ora è in carcere, in una prigione che lui stesso ha definito un «simpatico campo di concentramento», condannato per un caso già dichiarato non valido dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, con i governi di tutto il mondo libero che ne stanno chiedendo il rilascio immediato e incondizionato. Praticamente tutti i leader del suo movimento sono agli arresti domiciliari con accuse pretestuose, oppure costretti a rifugiarsi in Europa.

Decine di migliaia di attivisti e manifestanti in tutta la Russia sono stati arrestati, indagati, condannati, in un evidente intento di intimidire e impedire la prosecuzione delle proteste. Per chi nonostante tutto vorrebbe ancora fare politica, per esempio alle elezioni della Duma a settembre, gli oppositori più in vista rischiano condanne che gli impediranno di candidarsi, e per tutti gli altri è in arrivo il blocco già annunciato di Twitter e potenzialmente di tutti gli altri social occidentali, soprattutto YouTube.

Inoltre la Duma ha approvato la legge che obbliga chiunque faccia attività educativa e divulgativa di ogni genere, dal punto croce ai corsi per gli scrutinatori elettorali, di ricevere una licenza dal governo, un colpo a qualunque tentativo di organizzazione della società civile.

Sono pronti anche i provvedimenti che permetteranno di bloccare le campagne elettorali in rete, che andranno ad aggiungersi alle norme già esistenti che puniscono con il carcere perfino i retweet di annunci di manifestazioni non autorizzate (cioè tutte quelle non ufficiali). E la settimana scorsa a Mosca sono stati arrestati tutti i partecipanti al foro dei deputati municipali indipendenti, quasi 200 persone: un ultimo avvertimento a chi crede ancora di poter fare politica dal basso.

Un breve riassunto delle ultime puntate che ricorda come, dopo il ritorno di Navalny in patria, il 17 gennaio scorso, quando è stato arrestato al controllo di frontiera all’aeroporto di Mosca, la Russia ha compiuto passi da gigante sulla strada verso una dittatura a tempo pieno, e le promesse/minacce di “rompere con l’Ue”, abbandonare il Consiglio d’Europa (dove era stata riportata da chi preferiva avere i russi dentro per tenere aperta la porta al dialogo), censurare Internet e affrontare nuove sanzioni occidentali indicano chiaramente la sua determinazione a raggiungere una destinazione che si colloca tra l’Iran e la Corea del Nord.

Tutto questo per conservare il diritto di incarcerare, condannare e silenziare un uomo che è stato avvelenato in territorio russo senza che la giustizia russa abbia mai aperto un’indagine. Joe Biden ha detto soltanto una cosa che tutti sapevano già.

La domanda è semmai perché ha scelto di essere così poco diplomatico? Non si tratta soltanto di una presa di posizione nell’ambito della missione di rendere l’America great again come faro del mondo libero. È un segnale agli alleati, a quell’Europa pezzi importanti della quale stanno flirtando con Mosca. Ma innanzitutto è un segnale di solidarietà all’opposizione russa, di una forza come non si era vista da decenni.

Questo non significa ovviamente che la Russia cederà, anzi, è evidente che Putin si arrabbierà, e cercherà una rappresaglia che probabilmente non farà che incrementare tensioni e pressioni interne. E forse questo è l’obiettivo finale della frase di Biden. Sempre che non avesse semplicemente voluto togliersi l’enorme soddisfazione di dire al cattivo che è cattivo.

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