Andare avanti, guardando indietro Il formidabile liberalsocialismo conservatore di Mario Draghi

Il campo ideologico di questo nuovo governo è nutrito da tre culture politiche: liberale, conservatrice e socialista. Nonostante le differenze possono traghettare l’Italia nel futuro, senza però dimenticarsi del passato

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Viviamo tempi interessanti. Nelle poche ore servite a formare il Governo Draghi, forse nessuno si aspettava che si sarebbe innescato un cambiamento che, attraverso onde telluriche successive, ha finito con il minare, trasformare e cambiare pressoché tutte le forze politiche in campo. In rapida successione abbiamo che la Lega entra nel governo guidato da uno dei leader morali dell’Unione Europea e l’unico partito del centro-destra all’opposizione non si dichiara più né contro l’Euro né contro l’Europa, limitandosi a sostenere l’Europa delle Nazioni.

Il Movimento Cinque stelle ha una scissione e un nuovo leader. Se confrontiamo le tradizionali posizioni di questo partito con il programma Draghi, possiamo dire che una rivoluzione copernicana s’è compiuta. Lo stesso Partito democratico, che poteva pensarsi esente da stravolgimenti, avendo la linea più continuista rispetto al governo uscente, cambia il segretario e apre con Letta una nuova stagione. Gli stessi raggruppamenti del centro-sinistra più favorevoli a Draghi (+Europa, Italia Viva e Azione) si domandano qual è il loro futuro. Sta cambiando tutto. Perché e verso dove? Vediamo.

Il Governo Draghi è straordinariamente politico, nel senso intenso e ampio del termine, perché pur mettendo insieme partiti di diversa estrazione ideologica (senza creare però una coalizione), ha una fisionomia chiarissima (europeista, atlantica, liberal-democratica) e una visione del mondo distintiva.

Mentre il Governo Monti (per dire di un’analogia denotativa, ma non connotativa) era un governo per sottrazione (e lo si è visto non solo per aver sottratto iniziativa alle forze politiche, ma anche per la natura tagliente e togliente dei suoi provvedimenti), il governo Draghi lo è per addizione, cioè aggiunge (o conquista) i partiti al suo programma, anzi alla sua impostazione politica già definita. In questo senso, è un governo lucidamente politico.

Con un linguaggio matematico, diremmo che in un colpo solo Draghi oggettivamente ha ristretto il raggio ideologico e programmatico dei partiti. Guardiamoli com’erano fino a qualche settimana fa e guardiamoli adesso; rispetto all’Europa, la gamma delle posizioni si è ridotta a una sola: adesione con convinzione; la gamma di posizioni rispetto al Recovery Plan si è ridotta anch’essa a una sola: sì al debito buono, cioè a provvedimenti che salvino le aziende e creino sviluppo; la gamma di posizioni rispetto alla politica estera, che prima inseguiva ogni filone possibile (Cina, Russia, Haftar, ecc.), adesso è una sola: quella atlantica.

Questo ricentraggio sull’identità nazionale (di un paese intriso e progenitore della cultura occidentale) obbliga ogni forza politica a costruire, in questo scenario non più dominato dai motti di spirito, una proposta appropriata ai tempi nuovi, persino affascinante per la sua capacità d’interpretarli. Un invito al lavoro politico-intellettuale, insomma.

Il campo ideologico del Governo Draghi (se così si può parlare di un governo all’insegna del pragmatismo, ma sappiamo che il pragmatismo non è l’assenza, ma il risultato di una specifica visione del mondo) è nutrito da tre culture politiche, intese in senso ampio: quella liberale, quella conservatrice e quella socialista. Può sembrare strano mettere insieme queste tre culture, ciascuna fortissima per sé, e con un tasso elevato di auto-referenza, ma la loro evoluzione, ciascuna nel suo campo, le porta a una convergenza meno sorprendente di quel che si può pensare.

Le ideologie, se non sono relitti nominalistici, ma il consolidamento delle idee, sono vive, perciò cambiano sia per evoluzione interna del loro pensiero, sia perché le fanno cambiare i fatti del mondo. È possibile che oggi si debba lavorare proprio su questa convergenza, modellandola secondo i problemi di oggi, le soluzioni di oggi e il pensiero di oggi.

Qui propongo una prospettiva che può trasformare quello che oggi viene detto pensiero liberal-democratico, che necessariamente deve assumere, per essere davvero nuovo, elementi di conservatorismo. Un andare avanti che guardi indietro, perché chi è rimasto indietro non è perché non ha capito, ma perché il mondo che rispecchia ha la sua consistenza e un valore anche per il futuro. Vediamo.

«Please, step forward to the rear!» sosteneva Leszek Kolakowski, filosofo polacco esiliato nel 1968 a Oxford, nel suo “How to Be a Conservative-Liberal-Socialist”, perciò non è una novità politica assoluta. La novità assoluta è che l’esperienza liberal-democratica (o liberale, o riformista, o comunque la si voglia chiamare) oggi deve interrogarsi anche criticamente sugli esiti delle sue politiche, sul fine del suo fare, se vuole riproporsi come cultura egemone nella società, e non solo sui media. Altrimenti abbiamo solo un gioco di definizioni, di nomi come segnaposto, di label auto-assegnate e, al massimo, di bandiere scolorite, mentre le bandiere sono vive se sono mosse dal vento congiunto delle idee e della realtà.

L’età d’oro del neo-liberismo, almeno negli Stati Uniti, perché in Italia appena affacciata è stata subito soffocata, fa data dall’elezione di Bill Clinton alla Presidenza degli Stati Uniti (20 gennaio 1993, ndr), ed è durata per tanti anni, prima di lasciare al populismo l’egemonia culturale (intesa alla maniera gramsciana, cioè come concezione del mondo prevalente nelle masse popolari). Si può sintetizzare così: due atti, una rivoluzione e un’idea generale.

I due atti: Clinton firma nel 1999 il ”Financial Modernization Act” con cui viene abolita la separazione tra banche commerciali e banche di investimento. Separazione che, a sua volta, era stata decretata nel 1933 (Glass-Steagall Act) dopo la crisi del 1929 e la successiva Grande Depressione. Clinton permette, anzi alimenta, incoraggia la formazione di grandi holding di banca-finanza-assicurazioni che poi porteranno alla grande crisi del 2007. Il secondo atto è di due anni dopo: l’ingresso della Cina nella Organizzazione mondiale del commercio, il WTO. In quel momento nasce la globalizzazione, il fenomeno economico, culturale, fors’anche morale, che ha distinto il primo ventennio dell’attuale secolo.

La rivoluzione in corso, con cui la globalizzazione si è intrecciata, a momenti rendendosi da essa indistinguibile, è quella tecnologica, il cui driver di fondo è l’automazione. L’idea generale è quella di immaginare il mondo come una superficie liscia, senza confini, senza sedimentazioni storiche, senza culture proprie. Ogni confine è concepito come l’eccedenza di un mondo tardivamente fondato sugli stati; ogni sedimentazione storica è vista come un fardello di cui liberarsi per l’unico fine possibile della storia: il mondo tutto uguale; ogni cultura religiosa o tradizionale è vista come arretratezza, o peggio come oscurantismo, da far scomparire sotto il segno della razionalità. Bisognerebbe assorbire Heidegger; capire come le emozioni in politica creino la razionalità e non viceversa; capire come l’identità sia la radice e non il residuo della politica per cogliere l’errore. Ma non è questo il luogo.

La globalizzazione, inoltre, crea poteri senza sovranità. I big player digitali possono decidere chi ha diritto di parola sui social media; modellare i comportamenti collettivi; promuovere set di idee preferite, mentre sottraggono potere alle sovranità esistenti, cioè agli stati. Questa asimmetria ha cominciato a cambiare direzione (Digital Services Act del 2020 dell’Unione Europea; Governo australiano contro Facebook; Democratici americani a favore della loro frammentazione), con una ripresa di potere degli stati. Questo processo, mentre indebolisce il potere dello stato, depotenzia i partiti e perciò la politica.

Possiamo vederla anche in termini giuridici: un diritto privato sovranazionale (le regole dei big player) primeggia rispetto al diritto pubblico. Così come lo stato realizza in generale l’ordine e consente il libero agire della società civile, i big player tendono a sostituirsi allo Stato proprio in queste funzioni più ambiziose: realizzare un nuovo ordine attraverso un nuovo set di regole per la vita quotidiana, per il business e persino sul piano dei valori. I big player devono avere, per necessità del loro modello, regole universali; si tratta di “cancellare” le differenze, di creare ovunque superfici lisce. La loro enorme potenza tecnico-scientifica è difficilmente contenuta, retta, regolata dalla sovranità nazionale.

Il risultato della globalizzazione? Oltre alla spettacolare crescita della Cina e degli altri paesi sud-orientali, il mondo nel suo insieme sta meglio (vedremo quale sarà l’impatto del post-Covid, quando ci sarà un post-Covid). L’Africa, che è il continente che ha sempre versato nelle peggiori condizioni, sta meglio.

La vita media attesa è cresciuta ovunque nel mondo; la mortalità infantile è crollata (sempre in Africa); la quantità di popolazione mondiale che si trova in uno stato di estrema povertà è diminuita in una misura incredibile. Possiamo dirlo tranquillamente: la globalizzazione ha rappresentato il periodo storico in cui il mondo nel suo complesso ha fatto i maggiori progressi. Questo miglioramento generalizzato non è però senza contraddizioni, soprattutto nel mondo dove viviamo, in quello occidentale.

Le disuguaglianze sono cresciute dappertutto. Le Nazioni Unite (World Social Report 2020) affermano che nel 70% della popolazione globale sono più forti di prima. E quali sono i driver delle ineguaglianze? Secondo l’ONU sono quattro: l’innovazione tecnologica; il cambiamento climatico; l’urbanizzazione e l’immigrazione internazionale. Soffermiamoci sull’innovazione tecnologica, anche se sull’immigrazione ci sarebbe da riflettere sulla circostanza che essa svuoti delle persone migliori, con più skill e più vitalità, i paesi di provenienza (si vedano gli studi di Paul Collier). Il punto più critico è il lavoro: Apple capitalizza 2,2 miliardi di dollari e ha 147mila dipendenti; Wallmart ha 2,2 milioni di dipendenti e capitalizza solo 368 milioni di dollari. In sostanza, all’aumento del fatturato delle imprese non corrisponde un proporzionale impiego delle persone.

E le persone che vengono impiegate nelle grandi imprese tecnologiche, così come i nuovi lavori che nascono nelle piccole imprese tecnologiche, devono avere skill elevati. La tecnologia apre a un nuovo mondo più creativo, più carico di aspettative, rigoglioso, dove c’è spazio per una nuova generazione di lavoratori fondata sulla conoscenza. Abbiamo però due problemi: i tempi/modi della transizione e il suo governo, se dev’essere pubblico-democratico o privato-tecnocratico. Anche questo è un capitolo da scrivere, mentre la realtà lo sta scrivendo per conto suo. E tra le cose che la realtà sta scrivendo c’è anche la nuova natura del conflitto sociale: una volta centrato sulla distribuzione del reddito, e adesso tra lavoro necessario e lavoro superfluo, dove quest’ultimo “scala” le posizioni da quello ripetitivo a quello che ha già più contenuti professionali, in sostanza arriva fino al ceto medio.

Quando il lavoro diventa irrilevante quali sono le sue conseguenze sociali? Non lo sappiamo ancora. Tema intricato, complicato, in rapido divenire, certo ineludibile. La risposta alla globalizzazione è un processo culturale di rivendicazione del valore delle comunità, e per conseguenza delle identità. Su questa rivendicazione si alimenta il risentimento sociale. Viene in mente Jeremy Waldron, uno dei massimi filosofi liberali del diritto, per cui le persone non possono essere viste e vissute come “self-made atoms”, come vorrebbe una liberal fantasy, ma come membri di una comunità con un profondo bisogno psicologico di appartenenza e di riconoscimento. I populisti hanno strumentalizzato milioni di cuori infelici per rivolgerli contro le élite globalizzanti, ma la risposta di queste non può essere l’incomprensione delle loro ragioni o, peggio, il disprezzo. Bisogna essere contro il populismo, ma anche contro le ragioni del populismo. 

Guardiamo a quel che rivela tutta la vicenda del Covid: da un lato ha riproposto in maniera plateale il ritorno dello Stato, e dall’altro ha riproposto il valore delle comunità locali. Dove altro si può ritrovare il noi, se non al livello di comunità locale e della statualità della nazione? Un governo universale è un fantasma o una fantasia. La risposta europea all’epidemia, dopo un primo momento in cui gli stati nazionali sono andati ciascuno per conto suo, è stata straordinariamente unitaria, sia nella fase degli aiuti economici che in quella dell’acquisto e negoziazione dei vaccini. L’Unione Europea si è mossa con logica statuale, quasi fosse un unico stato.  Oggi le nazioni più esposte alle conseguenze dell’epidemia sono le nazioni senza stato, come i Curdi, le enclave etniche cinesi e altre comunità che, in assenza di un loro stato, si trovano senza strumenti di difesa, neppure rispetto dal Covid.

C’è oggi una riterritorializzazione di ogni cosa. Sono tornati preminenti gli interessi nazionali, prova ne sia che il modello economico che si va affermando in varie modalità, ma dovunque nella stessa direzione, è quella del “capitalismo politico”, che tradotto significa che non c’è più una contrapposizione di Stato e Mercato, su cui sono state fondate due ideologie contrapposte, ma un reciproco aiuto e riconoscimento. Non c’è spazio per un liberismo puro (superando, ad esempio, l’impostazione europea di non avere campioni continentali); tanto meno c’è spazio per le statalizzazioni, ma c’è spazio per qualcosa di nuovo, i cui contorni teorici e normativi sono ancora da scrivere, anche se la realtà li sta già scrivendo.

Il liberalismo, in qualunque versione, di sinistra o di destra, è sempre un pensiero aperto, non un sistema chiuso di slogan o di concezioni preconfezionate: ha la sua grande ispirazione politica e morale, che consiste nel credo assoluto verso la libertà come valore distintivo dell’umanità; l’irriducibilità della persona a qualunque altra entità collettiva; la possibilità che ognuno in piena autonomia sia, per quanto può, fabbro della propria vita.

Nel progetto del perseguimento della propria felicità, il liberalismo vuole assicurare uguali condizioni di partenza, idea che si rispecchia anche nella nostra Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Dobbiamo domandarci se nel nostro Paese, oggi, non esista e nel caso rimuovere, un blocco che impedisce la mobilità sociale, l’ascesa di nuove classi dirigenti e il libero sviluppo delle aspirazioni personali.

Il liberalismo deve riprendere questa grande ispirazione di messaggio che vale per tutti: deve essere meritocratico, perché ha offerto pari condizioni, e non meritocratico come barriera verso quanti non possono accedere al merito. Le leggi anti-trust, la protezione della concorrenza, l’abuso di posizioni dominanti nascono nel mondo liberale non in quello comunista. Il pensiero liberale da Hobbes in avanti parte dal presupposto che gli uomini siano uguali per diritti e che ognuno possa seguire la sua ispirazione, non il suo contrario.

Le disuguaglianze in Italia stanno crescendo anche adesso, ancor più adesso, in questi mesi del Covid. Nel secondo trimestre del 2020 l’indice di Gini, che misura la diseguaglianza, è arrivato al 41,1%, era al 36,5% nel primo trimestre (dati BankItalia, ndr) e cresce di 6 punti, una enormità, rispetto all’anno prima. Se ci confrontiamo con tutti i paesi europei, scopriamo che solo in cinque paesi la diseguaglianza è più forte che in Italia (Bulgaria, paesi Baltici, Romania e Spagna), mentre in Germania, in Francia e Gran Bretagna le diseguaglianze interne sono inferiori alle nostre.

La disuguaglianza va combattuta non con i redditi di cittadinanza, che trasformano la diseguaglianza in dipendenza, ma con il lavoro e gli investimenti, cioè con la creazione di opportunità per il maggior numero di persone possibile. Quando si impedisce la libera iniziativa con una ipertrofia burocratica dei controlli, come se il Paese fosse inondato da investimenti incontrollati, mentre siamo nella situazione opposta, si cristallizza la naturale mobilità sociale. Se queste politiche di rilancio delle opportunità per tutti, a partire dalla scuola, il nostro più grande motore di mobilità sociale, e che adesso è in crisi profonda per il progressivo scadimento del valore del merito, non sono fatte dai liberali, con strumenti liberali, saranno (lo sono già) il terreno di pascolo più promettente del populismo anti-liberale.

In questa idea di un liberalismo aperto, che accoglie in sé le buone idee del conservatorismo (le istituzioni, la dimensione locale, le tradizioni che fanno identità, la famiglia, le comunità e quel che avendo vita secolare avrà pur una sua ragion d’essere) e mantiene le buone idee del socialismo democratico (la redistribuzione del reddito attraverso eccellenti sistemi di welfare; il valore non assoluto del profitto) c’è la nuova cultura politica del Paese. Designano il meglio che l’Occidente ha saputo costruire sul piano delle idee e il meglio che l’Occidente ha saputo dare al resto del mondo. È qualcosa che oggi ci unisce e che il Governo Draghi ha raccolto intorno a sé in maniera cristallina.

È la trasformazione di ciascuno dei partiti attuali o di qualcun altro a venire?

È una scomposizione e ricomposizione degli schieramenti politici? Viviamo tempi interessanti.