Gender gapLa transizione digitale è un sostantivo femminile

L’equilibrio di genere lavorativo e retributivo non è più soltanto una questione di giustizia sociale, ma un obiettivo imprescindibile: infatti, solo da un rafforzamento della presenza delle donne in ambito STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica) può derivare un vero sviluppo economico del nostro Paese

Foto di mohamed Hassan da Pixabay

Dopo un anno dalla dichiarazione dello stato di emergenza, determinata dalla pandemia di Covid-19 il bilancio sulla condizione soggettiva delle donne in Italia evidenzia dati drammatici: aumento della disoccupazione, incremento dei femminicidi, abbandono scolastico delle ragazze.

Sono, infatti, le mamme, le sorelle, le mogli, le figlie che devono farsi carico di tutti i costi sociali di un Paese malato, maschiocentrico, incapace di rispondere efficacemente alle istanze di giustizia sociale che la società reclama disperatamente. E ciò perché nel nostro Paese il tempo delle donne è un ammortizzatore sociale a “costo zero”, per il quale non sono previsti ristori e supporti di alcun tipo.

In questa prospettiva, la chiusura delle scuole, tanto per fare un esempio, diventa una misura necessaria per rallentare i contagi: a fronte della incapacità delle amministrazioni di adottare misure efficaci si sacrificano le donne e le loro opportunità lavorative, costringendo, il più delle volte, coloro che non possono farne a meno, a un lavoro sommerso e mal pagato.

Secondo le Nazioni Unite, infatti, la chiusura delle scuole e dei centri diurni per le persone non autosufficienti sta trasferendo la mole di lavoro domestico e di cura da una manodopera retribuita – asili, scuole, babysitter – a una che non lo è, e questo continua a ricadere principalmente sulle donne. Le donne spendono infatti in media 4,1 ore al giorno per i lavori domestici e la cura non retribuita di familiari. Di contro, gli uomini ne dedicano solo 1,7 al giorno.

I dati del Report ONU 2020 “The impact of Covid-19 on Women” confermano, infatti, una situazione più pesante per le donne. E, secondo i dati dell’Ispettorato del lavoro, nel 2019 sono aumentate le dimissioni delle lavoratrici che avevano avuto da poco dei bambini (37.611, rispetto alle 35.963 del 2018). Di contro, i neo-papà che hanno lasciato il lavoro per seguire i figli sono stati 13.947 nel 2019, una differenza che mostra la difficoltà per le donne di conciliare famiglia e lavoro.

Del resto è un dato inquietante, che grida vendetta, quello già evidenziato dall’Istat, secondo cui su 101mila posti di lavoro in meno, ben 99mila riguarda le donne!

In questo contesto il tema della parità di genere è diventata una priorità che esige politiche legislative strutturali e sistemiche, volte ad assicurare l’effettività dei diritti fondamentali delle donne, nella consapevolezza che su di esse ricade il costo di un welfare che, come ha dimostrato la crisi economica e sociale determinata dalla pandemia di Covid-19, è insufficiente, se non addirittura inesistente.

Ma c’è anche un’altra prospettiva che, ugualmente, merita di essere evidenziata: l’ascesa di un nuovo paradigma della parità di genere, fondata sulla rilevanza dell’occupazione femminile per lo sviluppo del Paese, specialmente in determinati ambiti produttivi, come quelli STEM (acronimo di science, technology, engineering and mathematics).

In quest’ottica, infatti, l’equilibrio di genere non è più solo una questione di giustizia sociale, ma anche una condizione di successo per l’affermazione di un nuovo ordine economico, delineato dalla strategia europea NextGenerationEu e fondato sulla sostenibilità sociale del capitalismo e sulla centralità, nel processo di sviluppo economico, della persona e dei suoi bisogni fondamentali.

Dunque, il benessere sociale è la lente di ingrandimento per rileggere la questione della disuguaglianza di genere, individuando nell’empowerment femminile la chiave di successo delle azioni messe in campo per superare la crisi economica e sociale in cui versa il Paese.

Per questa ragione l’Onu, in occasione della celebrazione della giornata internazionale delle donne nelle scienze, l’11 febbraio 2021 ha ribadito che la scienza e l’uguaglianza di genere sono fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo a livello internazionale, compresa l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

La rivoluzione tecnologica che il mondo sta attraversando richiede persone istruite, adeguatamente e necessariamente specializzate. Le conoscenze tecnico-scientifiche richieste dall’industria 4.0 caratterizzano i percorsi di studi STEM, come le materie scientifiche e tecnologiche e i corsi di ingegneria e matematica.

Purtroppo, però, la popolazione femminile si sta trovando in parte esclusa da questo cambiamento epocale. A sottolineare questo aspetto sono i dati raccolti da Eni Datalab, che evidenziano come nel mondo meno di 4 laureati su 10 nelle materie STEM sono donne.

Per questo motivo, anche in questo ambito, si parla di un vero e proprio gender gap, che coinvolge l’istruzione, le opportunità occupazionali e le condizioni economiche delle donne.

Infine, non va trascurato che l’ultimo report sul gender pay gap redatto dalla Commissione europea evidenzia che all’interno dell’Unione resta un divario occupazionale dell’11,7 per cento (gli uomini sono al 79 per cento di occupazione, mentre le donne si fermano al 67,3 per cento) e che ancora più alta è la disparità salariale.

Lo scenario in cui si colloca il dibattito sulle politiche di gender balance è, dunque, inevitabilmente delineato dalle sfide della transizione digitale e della sostenibilità ambientale a cui anche il nostro Paese è chiamato a rispondere, in quanto determinanti sia per la competitività del sistema economico nazionale, sia per garantire un livello di coesione sociale in grado di contrastare gli effetti della pandemia, in termini di aumento della povertà e delle disuguaglianze.

Per affrontare queste sfide, la maggior parte dei Paesi dell’Ocse sta guardando con attenzione soprattutto le donne, nella prospettiva di rafforzare ed implementare le competenze femminili in ambito STEM. Infatti, secondo l’ultimo rapporto del World Economic Forum, il divario economico di genere dipende principalmente dalla sotto-rappresentazione diffusa e sistematica delle donne nei ruoli e nelle competenze emergenti, che sono proprio quelle STEM, e che non a caso danno accesso a lavori che hanno un tasso di occupazione più alto. Non solo: tale rapporto evidenzia, altresì, che il settore lavorativo dove le donne sono maggiormente valorizzate è quello delle competenze digitali ed informatiche, in cui, a parità di tipo di lavoro, le stesse guadagnano molto di più degli uomini.

Tali considerazioni ci spingono, perciò, a ritenere che siamo dinanzi a una convergenza straordinaria, che potrebbe davvero segnare una svolta sul fronte del gender balance. Poiché, se è vero che la transizione digitale si gioca sul terreno della diffusione e del rafforzamento delle competenze dei giovani studenti in ambito STEM, è altrettanto vero che proprio in questi ambiti disciplinari le donne sono più valorizzate, e possono perciò acquisire più potere nella società.

Ciò dovrebbe impegnare il governo, anche nella prospettiva segnata dal Recovery Plan, ad assumere iniziative legislative che, incidendo sul terreno della formazione e sulle misure di promozione e tutela dell’occupazione femminile permettano alle donne di essere protagoniste di questo processo, evitando il rischio che gli algoritmi di machine learning, finiscano per riproporre una visione del mondo esclusivamente a misura maschile, da cui, questa volta, potrebbe essere davvero difficile tornare indietro.