Nato, non primule La silenziosa velocità di Draghi e lo stupore dei Bimbi di Conte

Dalla delega sui Servizi segreti ceduta al capo della Polizia Franco Gabrielli all’intervento sulla Protezione civile, fino alla sostituzione di Domenico Arcuri con un generale che ha guidato missioni dell’Alleanza Atlantica, il presidente del Consiglio ha smentito chi nei corridoi romani avvertiva una certa stanchezza della politica nei confronti dell’ex banchiere centrale

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Il tenue borbottio su una presunta lentezza di Mario Draghi già si era levato nei talk politici, megafoni intristiti della chiacchiera politica – «ma non è cambiato niente, signora mia» – e stava gonfiando le litanie dei Bimbi di Conte, come vengono chiamati i fan sui social, un borbottio che in qualche caso si stava incrociando con gli alti lài contro Francoforte – «mica siamo alla Banca centrale europea, signora mia» – insulsa imitazione dell’estremismo contro le multinazionali di 40 anni fa. Il solito qualunquismo, mescolato alla mai smaltita rabbia per la fine del governo Conte fondato sul populismo poco gentile incoraggiato dalla sinistra di Bettola e ItalianiEuropei e sperando, senza dirlo (vedi gli ideologi del Partito democratico), che Draghi si rivelasse «scarso», come dicono i cronisti romani e dunque unfit

E invece SuperMario li ha fregati proprio laddove i suoi critici lo attendevano: la velocità. Questo non lo avevano previsto. Un banchiere, figuriamoci, avrà il passo pesante di chi soppesa le parole, lima, silente e piegato sui dossier, dov’è, che fa. E invece. Invece questo presidente del Consiglio in meno di un mese ha fatto più cose lui di quante Conte ne avrebbe fatte (o non fatte) in 6 mesi.

Probabile che l’elenco sia incompleto, ma va annotato che Draghi in tre settimane ha smantellato la precedente squadra di prima fila sul fronte della lotta al Covid: prima di tutto c’era stato l’affidamento della delega sui Servizi segreti al capo della Polizia Franco Gabrielli, quella delega che – si ricorderà – Giuseppe Conte non voleva mollare; subito dopo, la sostituzione di Angelo Borrelli con Fabrizio Curcio alla testa della Protezione civile, con il suo esercito di 300mila volontari inopinatamente lasciati ai margini della battaglia anti-Covid dall’avvocato del popolo e attuale segretario del Movimento Cinque Stelle; poi – ieri – la clamorosa defenestrazione di Mimmo Arcuri con il generale Francesco Paolo Figliuolo come commissario all’emergenza.

Il segno di una rapida correzione di strategia. In guerra i comandanti che non funzionano si mandano via, e velocemente, e nel silenzio: le due armi di Draghi. Perché il già tanto criticato silenzio si scopre adesso essere l’involucro più idoneo dell’iniziativa del presidente del Consiglio: ed è una rumorosa smentita a tonnellate di saggi sulla comunicazione politica.

Siamo in effetti dinanzi a una novità assoluta per la politica italiana, sostituire i fatti alle dichiarazioni, le scelte alle chiacchiere: la cosa sconta il limite di mostrare il volto freddo del decisore a scapito del bisogno di vicinanza che la tragedia induce. E però va compreso che il momento è di quelli che consigliano decisioni più che comunicazioni.

E poi la velocità, dicevamo. Tre mosse in tre settimane. La squadra rifatta. Un piano approntato. Oggi le nuove misure. Ma è chiaro che l’accompagnamento alla porta di Arcuri è il segnale più forte del cambiamento che Draghi vuole apportare alla guerra contro il virus, perché il capo di Invitalia è stato l’uomo che ha le maggiori responsabilità di tutto ciò che non è andato e purtroppo per lui i simboli della sua azione resteranno per l’eternità gli iniziali pasticci sulle mascherine, i banchi a rotelle, i gazebo con le primule, senza poi poter mettere la mano sul fuoco che tutto sia stato fatto a regola d’arte: le impressionanti due pagine di Repubblica di ieri (“Il sacco del Covid”) raccontano delle molte inchieste aperte da altrettante Procure su mille aspetti dell’azione di contrasto al Covid, e in alcune di esse (mascherine) l’incrocio con l’attività di Arcuri potrebbe emergere dalle indagini, ovviamente ancora tutte da verificare. 

È possibile che il moltiplicarsi delle iniziative giudiziarie – il presidente del Consiglio non ha certo dovuto leggere Repubblica per averne contezza – abbia rappresentato la goccia che fa traboccare il vaso, unitamente alle pressioni politiche di Matteo Salvini e prima ancora di Matteo Renzi affinché il supermanager calabrese venisse rimosso. Di certo, questo passo va inquadrato in una strategia complessiva che il commander in chief ha in testa: rinnovare radicalmente la squadra, accelerare le vaccinazioni grazie a un piano serio, utilizzare tutti ciò che è possibile, dalle Forze armate ai volontari, smuovere l’Europa sulla questione dell’approvigionamento dei vaccini.

In venti giorni Draghi ha suonato tutti questi tasti, accelerando al massimo, anche in presenza purtroppo di una nuova pesante fase di recrudescenza del virus. Corre, Draghi, ed è senz’altro vero che non potrebbe fare altrimenti. Ma mentre i partiti chiacchierano del più e del meno il cambio di passo nell’azione di governo, nel segno della discontinuità, non è più un impegno, è un fatto.

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