Tenetemi se no mi dimettoIl Pd è in subbuglio, il momento dei riformisti è adesso

Vere o posticce, le dimissioni di Zingaretti nascono dai ripetuti testacoda della sua linea politica e danno un grande spazio alle personalità che vorranno riprendere il filo originario del partito a vocazione maggioritaria e riproporlo come federatore delle famiglie liberalsocialiste e liberaldemocratiche

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Forse è un bluff, forse è una cosa seria, forse non lo sa nemmeno Nicola Zingaretti, ma che meraviglie ci regala la politica italiana quando comincia a fare il suo mestiere e abbandona le chiacchiere da talk show sulla 7.

In poche settimane, grazie al favoloso innesco della crisi del Conte due, siamo passati dall’alleanza di governo tra il Pd sottomesso agli analfabetismi democratici dei Cinquestelle e il leader fortissimo di tutti i progressisti, all’immagine di Conte dietro un tavolino da tarocchi a Chigi, come lo chiama Casalino, ai Cinquestelle scissi, alla destra spaccata, alla sinistra di LeU di lotta e di governo, a Zingaretti, appunto, costretto a dimettersi e non importa se sembrano dimissioni al modo di quei personaggi che nelle commedie all’italiana si assicurano che qualcuno li tenga e poi gridano «tenetemi se no l’ammazzo». 

Tutto questo senza che Mario Draghi abbia pronunciato una sola parola.  

Il Partito democratico è l’unico partito costituzionale del nostro paese, un’agenzia interinale di ottimi professionisti da fornire alla bisogna e per questo sempre al governo dal 2011, con l’eccezione gialloverde guidata però dal suo leader fortissimo Giuseppe Conte, ieri desolato per la paventata uscita di scena di Zingaretti assieme a tutta l’intendenza grillina. 

Le dimissioni naturalmente non si annunciano, si danno oppure rientrano nel genere varietà. Vedremo, quindi, se si tratta di una sceneggiata per consolidare la segreteria visto che, un minuto dopo l’annuncio delle dimissioni «nelle prossime settimane», i social del Pd, gestiti dagli zingarettiani, hanno pianificato i “ripensaci segretario” e il vicesegretario Andrea Orlando è uscito dalla stanza accanto a quella di Zingaretti per denunciare al Nazareno i vili attacchi al segretario implorandolo quindi di cambiare idea. Non c’è da fare molto affidamento, ma le dimissioni potrebbero perfino essere genuine.

Vere o posticce, le dimissioni di Zingaretti nascono dai ripetuti testacoda della sua linea politica che, ricordiamolo, prima era per il sì al governo con i Cinquestelle ma siccome Renzi diceva no allora no; poi no ai Cinquestelle ma siccome Renzi aveva detto sì per fermare Salvini allora sì; infine avanti con Conte o elezioni poi siccome Renzi ha detto no a Conte e no alle elezioni è diventato avanti con Draghi. 

Insomma, con tutta la buona volontà, una classe dirigente sottomessa al populismo, che ha contribuito a mutilare il Parlamento, che ha approvato leggi mozzorecchie e altre salvinate e che politicamente è stata lasciata in balìa dagli eventi (e di Renzi) magnificando la leadership del capo politico di un partito concorrente è insensato che stia ancora a guidare il Partito democratico. 

Eppure la felpata e paurosa opposizione interna non ha truppe né leader alternativi, se non Stefano Bonaccini, Giorgio Gori o magari qualcuno come Lia Quartapelle, altro che la vergogna provata da Zingaretti per la discussione interna sui posti di potere (a meno di considerare le timide e doverose rimostranze di Chiara Gribaudo, Giuditta Pini e Marianna Madia sull’assenza delle donne nei posti di governo come una vergognosa sete di potere delle donne Pd escluse dal governo, nel qual caso vabbé).

Ora però il Partito democratico ha la grande opportunità di capire che cosa vuole fare da grande: se il valvassore di quel che rimane dei Cinquestelle, ovvero trasformarsi in una specie di Grande LeU a guida Conte e Casalino, laburista, declinista e nostalgica dei bei tempi di Conte a Chigi, oppure riprendere il filo originario del partito a vocazione maggioritaria e proporsi come federatore delle famiglie liberalsocialiste e liberaldemocratiche, anche con Renzi, Calenda, Bonino, gli ambientalisti e gli innovatori, gli elettori liberali e socialisti di Forza Italia e quelli del partito del pil e dei ceti produttivi, che sono la perfetta rappresentazione sociale e politica del governo Draghi e dei suoi ministri tecnici.

Il momento dei riformisti del Pd è adesso, sempre che i riformisti ci siano. Ma se fossero disponibili dovrebbero farsi sentire subito, recuperare il rapporto con i fuoriusciti, indicare una visione strategica della società e, soprattutto, evitare di farsi abbindolare da eventuali manovre maldestre per rilegittimare una leadership che in questa legislatura non ne ha azzeccata una nemmeno per sbaglio. Forza Pd. 

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