Senza guardarsi alle spalleI migranti possono aiutarci a rendere il post-pandemia migliore del pre-pandemia

Tutti colpiti da disturbo post-traumatico da stress, tendiamo a ricordarci che prima del Covid il nostro fosse il migliore dei mondi possibili. Ma non è così. E ora se vogliamo creare un futuro davvero diverso dobbiamo puntare su un’alleanza virtuosa tra la voglia di fare dei giovani italiani e quella di chi arriva nel nostro Paese armato di buona volontà

Photo by Ricardo Gomez Angel on Unsplash

Nella “Tempesta” di William Shakespeare, Prospero, il duca esiliato, e che tutto ha perso, grazie ai poteri di Ariel, lo spirito che devotamente gli obbedisce, riorganizza magicamente a suo favore le contingenze del mondo. Può, quindi, tornare in possesso del ducato, della sua terra e dare felicità a sua figlia. Egli riscrive la storia della sua vita interrotta dai terribili colpi che lo scossero violentemente senza che lui potesse presagirne l’avvento.

Anche noi, in questi momenti di progettualità per superare la pandemia, che si è drammaticamente sviluppata come un trauma collettivo, pare che abbiamo bisogno, proprio come si osserva in alcune persone affette da Disturbo post-traumatico da stress, di un nuovo Ariel (sia egli Mario Draghi o Joe Biden), che con poteri magici possa ridarci la felicità perduta, rimuovere le ingiustizie e farci ritornare allo stato precedente all’orribile grande pandemia.

La realtà è che in questi momenti, la comprensibile spinta individuale e collettiva di allontanarsi da esperienze dolorose, traumatiche e stressanti, alimenti la foga di ripartire scotomizzando il fatto che già prima del 2020 – annus horribilis – le nostre condizioni sociali, psichiche ed economiche non erano di grande floridezza ma esprimevano segni e sintomi di un ingravescente disagio riscontrabile non solo nell’economia ma anche a livello civile, di idee, di democrazia, di distanza crescente tra governanti e governati, che sembrava, gradualmente ma inarrestabilmente, portarci all’estremo.

E questo non solo in Italia, ma nel mondo intero e ancora di più nel blocco occidentale. La crisi della globalizzazione, il problema del clima, il folle aumento del debito pubblico, l’invecchiamento progressivo della popolazione. Queste e molte altre problematiche, avevano innescato una reazione di distanziamento della gente dal pensiero liberal, infine difeso dall’aristocratica élite di intellettuali imparruccati che, troppo spesso, non riuscivano a nascondere dietro la consueta litania dei diritti una loro fuga dalla realtà.

Questo distanziamento, questa perdita di coesione ideologica tra governante e governato, avevano comportato come felicemente rilevò Moises Naim, una inconsistenza progressiva del potere esercitabile dalle gerarchie sempre più costrette a infinite mediazioni. Cosa che in altri tempi della storia si osservò nei grandi momenti di transizione, come prima della Rivoluzione francese e di quella bolscevica o nell’Impero romano all’epoca del sacco di Alarico. I capi populisti avevano saputo quindi evocare i demoni della divisione, dei muri, dei sovranismi. Ma la realtà è che Mefistofele albergava già nella mente della gente come energia di insoddisfazione, di irritazione, di indignazione, che poi i leader sovranisti del mondo hanno sapientemente guidato.

Nel luglio del 2020, Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum (quello dell’incontro annuale di Davos, per intenderci), e Thierry Malleret, influente economista nei circoli che contano, pubblicarono “Covid 19: The Great Reset”: un libro che entra nei dettagli del progetto omonimo discusso a Davos, e che fa vedere come la pandemia possa essere un’opportunità per risolvere gli enormi problemi del capitalismo mondiale. Al di la delle idee della proposta del World Economic Forum, la realtà è che se proseguire tra lockdown e statistiche di morti nel prossimo futuro è portare un’intera civiltà in terapia intensiva, tornare indietro al dicembre 2019 può essere l’inizio di uno stato crepuscolare senza ritorno.

«Le monde a changé, il doit changer encore», diceva Robespierre. In effetti tutto sta cambiando. Si guardi per esempio alla divisione tra Paesi che si consideravano i primi della classe e gli altri. Tra il Nord-Europa e i Paesi mediterranei. Tra Stati Uniti d’America e Europa. Ora tutti capiscono che non ci sono scolari migliori, ma che anche i più potenti hanno copiato i compiti a casa e sono divenuti il Franti della classe. L’epidemia impone un rinnovamento. Ed effettivamente qualsiasi opera di investimento non può non tener in conto che tornare indietro è impossibile, perché come per miracolo o per maledizione l’epidemia è giunta come uno dei cavalieri dell’apocalisse ma dopo gli altri, fermando per un momento la storia e imponendoci di cambiare.

La migrazione era uno dei grandi dibattiti pre-epidemia. Il nucleo nevrotico della grande paura del migrante consisteva nell’attribuire la causa dei problemi reali o percepiti al migrante, come fattore esogeno, come l’intruso che viene ad approfittarsi e vuole cambiarci. La grande epidemia ribalta la questione. Ora non c’è più da difendere una civiltà contro lo straniero, ma c’è da far ripartire un’azione sociale, imprenditoriale vitale e generosa, con la spinta di un pacchetto di miliardi di euro che però, e questo tutti lo capiscono, se sarà senza energia, senza forze o se sarà disperso a pioggia, produrrà un ritorno a quello stato pre-Covid di rassegnata e composta percezione della fine.

Abbiamo sempre visto i migranti come l’Altro, lo straniero il diverso. Ora è giunto il momento di considerarli come il socio, il compagno di viaggio. Se dobbiamo ripartire, se deve riiniziare una svolta energetica come nel boom del Dopoguerra, non certo auspicabile per i risultati, ma straordinaria per l’infinita energia dei giovani dell’epoca, dobbiamo operare insieme. Non c’è popolazione più attiva e imprenditoriale che quella dei migranti. I migranti capaci di attraversare gli oceani e le infinite difficoltà del viaggio e del progetto migratorio, hanno aspetti di quasi leggendaria invulnerabilità.

Basti ricordare il ben studiato “effetto migrante sano” per cui chi si sposta da un Paese all’altro, nei primi anni della sua transumanza, è meno prono alle malattie e più sano degli autoctoni, pur in condizioni di vita mille volte più difficili. È una forza di volontà ed è una forza psichica. Contemporaneamente, non c’è nessuno che possa dire che gli italiani non siano audaci imprenditori dotati d’infinita resilienza e creativo intuito. Bisogna solo lasciare che si accendano le loro risorse ed è profondamente ingiusto considerare gli italiani – soprattutto i giovani – come tendenti all’inerzia, perché l’energia psichica è nella fusis dell’uomo e il nomos può nasconderla o soffocarla, ma mai distruggerla.

Per una ripresa, il migrante diviene un alleato prezioso, che può spingere in avanti un’economia e una società verso un futuro che sarà e deve essere diverso dal tornare al 2019. Ciò non significa che si voglia che il migrante venga da noi per aiutarci, perché questo sarebbe il consueto sfruttamento dei poveri. Ma solo osservare che, dal momento che il migrante si trova costretto a lasciare il suo Paese, è fondamentale considerarlo, nel nostro, non più come un elemento alieno (motivo per cui deve lavorare, ma nascondersi, quasi scusandosi), ma come una forza alleata in una battaglia per riconquistare non il passato ma il futuro, se questo sarà consentito dal fato.

Chi guarda al passato non è l’anziano, che ricorda nei suoi anni migliori quella grande energia che vorrebbe ancora possedere ma il nevrotico (parola ormai desueta ma sempre utile) che per controllare l’ansia si irrigidisce in cultuali ripetizioni fobico-ossessive. Ma noi siamo forti e leggeri. Noi siamo Ariel. Noi tutti

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