Nuova paginaCosì resistono (e rinascono) le librerie indipendenti di Milano

Riscoperte durante la pandemia e sostenute con affetto e passione, hanno trovato un sostegno nella legge che limita gli sconti. E adesso sono un punto di riferimento per la crescita culturale della città

Immagine da Google Maps

Nel tracciare il profilo di una “città da 15 minuti”, secondo il progetto dell’architetto franco-colombiano Carlos Moreno, i servizi devono essere distribuiti in modo uniforme nelle varie aree urbane. Non possono mancare negozi alimentari, distributori, fermate dei mezzi. E, forse è meno ovvio, non può non esserci una libreria di quartiere.

In una città come Milano, dove si contano più di 30 librerie indipendenti (quelle associate sono 33), è un dato essenziale. I libri, nonostante l’Italia sia tra i peggiori per indici di lettura, mantengono la loro importanza. E chi li vende offre un mezzo di istruzione, una possibilità di svago e, come si è notato nei mesi terribili del primo lockdown, anche un modo per costruire una piccola comunità.

La libreria di quartiere (dati dell’Associazione Italiana Editori) è uscita dai mesi delle chiusure meno ammaccata rispetto ai grandi venditori. Alcuni store, nella stessa Milano, hanno dovuto chiudere. La Feltrinelli di piazza Piemonte è stata riadattata, si è allargata al digitale e ha incluso servizi diversi (vendita di fiori e piante e parco giochi e videogiochi) proprio come risposta alla pandemia.

I piccoli librai hanno avuto più fortuna. Anche grazie alla sospensione nei mesi del lockdown del servizio di consegna di libri da parte di Amazon, concentrato su beni di prima necessità, in molti hanno riscoperto la realtà di prossimità.

«È così. Mi è capitato più volte di sentire clienti che dicevano “Preferisco venire qui di persona anziché ordinare online”», dice a Linkiesta Luca Allodi, titolare della Libreria del Tempo Ritrovato, in Corso Garibaldi. Il 2020 è stato un anno difficile, che ha imposto riorganizzazioni e ripensamenti, con nuove idee e «soluzioni alternative, quali le consegne a domicilio» e i cosiddetti “libri d’asporto”. Anche le case editrici «ci hanno dato una mano, con spedizioni dirette».

Insomma, sono stati contenuti i danni. E per il futuro «la speranza è che ci sia una maggiore consapevolezza dei clienti nella scelta delle librerie. Noi garantiamo la bibliodiversità. Il nostro catalogo è al 100% indipendente, e questo è il nostro impianto. Anche se, certo, ordiniamo al cliente che lo chiede anche libri di editori maggiori».

Un buon aiuto però è arrivato «dalla legge sullo sconto». Approvata a metà febbraio 2020, appena prima dello scoppio della pandemia, il provvedimento mira a promuovere le librerie di qualità (istituisce anche un albo in cui raccoglierle) ma soprattutto, con l’articolo 8, fissa i limiti possibili di sconto al 5% del prezzo di copertina. «Un aiuto quasi insperato», perché ha limitato il raggio d’azione di Amazon, livellando le differenze e rilanciando l’offerta delle librerie fisiche.

È d’accordo anche Guido Duiella, titolare della Libreria Popolare di via Tadino. La legge è stata ottima, «ma gli editori avrebbero dovuto inserirla già da prima, e non insistere su campagne di sconti e offerte quasi continue. Sono corsi ai ripari quando hanno visto che in questo modo favorivano Amazon», anche a proprio danno.

Resta il dato positivo che i cittadini hanno riscoperto «le poche librerie in senso stretto, quelle che negli ultimi anni sono state decimate», ma sui numeri il ragionamento non è rose e fiori. «La vendita di libri cartacei è diminuita dello 0,8% non è poco. Il fatturato ha tenuto perché sono aumentati i prezzi». Di buono c’è che «le librerie sono tornate a essere un punto di incontro, un luogo di relazione».

È giusto: «Il nostro lavoro è un insieme di più cose, consulenza, consiglio, confronto, dialogo. Il bravo libraio è un punto di riferimento per il lettore forte. Ma a mio avviso deve dedicarsi forse con più attenzione al lettore debole, a quello che entra in libreria quasi per caso. Consigliare bene i libri è un valore deontologico: da un lato sai che se lo fai nel modo giusto il cliente tornerà. Dall’altro, sai che gli hai dato un volume che non gli farà perdere tempo».

Se è vero che con la pandemia, con le iniziative social, con le consegne casa per casa organizzate durante la chiusura, «c’è stata una maggiore sensibilizzazione», il rischio è che «la libreria diventi un club per pochi. In Italia si legge poco e si leggerà sempre meno. Una volta esisteva in via De Amicis, qui a Milano, un negozio che vendeva solo librerie. All’Ikea c’era il reparto dedicato. Adesso non lo trova più. Il libro ha perso la sua funzione di prestigio, anche simbolico. La cultura non è più considerata un mezzo di ascesa sociale o di miglioramento umano». Colpa di tante cose, «anche dell’editoria stessa, che ha abbassato la qualità». E lo dice un libraio che non ha paura di vendere anche magazine di qualità.

Luca Emeri, titolare della Librera di Quartiere, rimane prudente. «Ogni realtà fa parte a sé, così come ogni negozio e ogni libreria». Nel suo caso è stato la pandemia ha penalizzato «tutte le iniziative esterne che facevo», che costituivano buona parte della sua attività. Ma «se devo guardare alla “bottega” devo dire che sì, qualche libro venduto in più c’è».

La parte «bella, emotiva e romantica del quartiere che si è stretto intorno alla libreria è vera», ed è una soddisfazione. I cittadini hanno riscoperto il piacere del piccolo negozio, del contatto umano, della vita di prossimità. Hanno aiutato «la nuova legge sullo sconto e, devo dire, anche il cashback».

Ma sul futuro è troppo presto per stare tranquilli. «Il punto non è libreria di quartiere o non di quartiere. Il problema è che tutto è adeguato al periodo». Per esempio, le vendite maggiori sono avvenute quando Amazon aveva sospeso il servizio sui libri. «Appena è tornato, la tendenza si è già invertita». Per cui «quello che valeva per il 2020 non è detto che valga per il 2021. Il problema adesso sono proprio i soldi a disposizione. Bisogna valutare la situazione economica generale. I lettori magari ci sono, e sono anche contenti di avere una libreria di fiducia vicino. Ma potranno spendere in libri come prima?».

Dal suo osservatorio – la vetrina, la strada, la via – scruta i dintorni. «Non c’è nessuno in giro», dice. È il simbolo della lunga pandemia della Lombardia, e della lenta ripresa di Milano e della vita di città, che forse dai momenti più bui ha appreso molte lezioni.

Una di queste è l’apprezzamento delle librerie indipendenti. Si potrà ripartire da qui.

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